Gestione e marketing del non profit

14/07/2011 - Roberto Ghezzo

“Ho fatto le tagliatelle, ma son venute tristi”, dice la massaia di Bologna, sempre pronta all’autocritica e alla ricerca sincera della perfezione quando si tratta di pasta sfoglia fatta a mano. Il tortellino è triste quando non sa di nulla, è triste la crescentina quando è troppo unta, è triste il cibo che non mantiene quello che promette.
Gustave Flaubert, nel suo Dizionario dei luoghi comuni, definì l’economista “scienziato triste” ed è per questo che l’economia viene spesso denominata “la triste scienza”. Forse perché l’economia è una scienza ingrata, le cui leggi pare si divertano a cancellare il sorriso anche dei più ottimisti: è la scienza dove gli errori si pagano caro, anche con la vita. Sono moltissimi i contadini indiani suicidi perché non sono stati in grado di pagare i debiti contratti con le multinazionali del grano, quel famoso grano i cui semi bisogna ricomprarli ogni anno. È ormai un luogo comune, non più messo in discussione, che l’economia sia il luogo dove finiscono i buoni sentimenti, dove si attua la lotta del tutti contro tutti, dove l’egoismo viene premiato.
È possibile, sfatando questi luoghi comuni, fondare un’economia diversa?
Un medico brasiliano, Eugenio Scannavino, ha chiamato il suo progetto di educazione in Amazzonia Saude e alegria, salute e allegria, perché la salute è l’allegria del corpo e l’allegria è la salute dell’anima. È utopico pensare all’economia come una scienza sana e allegra?
L’etimologia del termine felicità viene da felicitas, la cui radice “fe” significa abbondanza, ricchezza, prosperità. I campi di grano per i latini erano felici, nel senso di fecondi.
Si può essere veramente felici solo se si è fecondi. Solo se sapremo riappropriarci dell’economia intesa come capacità dell’essere umano di essere fecondo e creativo potremo essere felici come solo una massaia di Bologna sa esserlo.
 

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