Gestione e marketing del non profit

06/07/2011 - Roberto Ghezzo

Il concetto di consumo critico lo associamo spesso a un esercizio quasi burocratico di attenzione e selezione del prodotto: armati di lente di ingrandimento e di una calma da filatelici andiamo alla ricerca delle fregature sull’etichetta. Come è stato prodotto? È stata usata manodopera mal pagata e sfruttata? Ha inquinato l’ambiente? Il marchio appartiene a una multinazionale? Sarà biologico? Mi è utile veramente? E così via.
Bisognerebbe invece associare di più il consumo critico alla creatività. Un esempio: lo sport più consumato e consumistico nel mondo è il calcio. A Bologna, trent’anni fa, su iniziativa di un nostro collega che purtroppo non c’è più, Alberto Fazzioli, nasceva il calcio in carrozzina, ovvero uno sport adattato alle caratteristiche di giocatori con disabilità e diversabilità. In genere siamo portati a ritenere che dobbiamo essere noi ad adattarci alle regole delle varie discipline sportive: il calcio in carrozzina dimostra come invece tutte le discipline nascano da un atto creativo, dalla coscienza di essere in primo luogo consum-attori, cioè artefici delle cose che consumiamo.
Scomodando il buon Kant, se dovessimo scrivere una Critica della ragion pura del consumo critico, vedremmo che il prodotto, in quanto fenomeno, è da sempre soggetto alla nostra attività creatrice. La crescente, varia e complessa ricchezza dei prodotti che consumiamo ha indotto la pubblicità martellante e imperante a imporre un prodotto-noumeno, un prodotto la cui essenza ci sfugge, è inconoscibile a noi consumatori comuni mortali. Quasi quasi ormai accettiamo per fede che i prodotti industriali siano migliori di quelli che ci potremmo produrre noi con le nostre mani. Recuperare una dimensione creativa attraverso gesti semplici, come fare il pane in casa o cercare di riparare gli oggetti rotti (come facevano i nostri nonni), o inventare uno sport su misura per noi, è la vera cifra del consumatore critico.
 

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