Fumetti con handicap: quando la figura è in sequenza

01/01/1999 - Cesare Padovani

La Gestalt non ha fatto altro che sistematizzare alcune doti percettive che l’uomo ha avuto da sempre, o per lo meno da quando si trovava nelle caverne e ha dovuto fare i conti con altri simili, e con

animali, che vedeva sparire e poi riapparire. Ogni volta che gli appariva un medesimo “altro” animato è come se avesse pensato tra sé: - Ohibò, è lo stesso di prima in un atteggiamento differente! _ Si costruiva, così, con il pensiero, una sorta di strip in sequenza che dava un certo “ordine” al suo mondo. Quell’uomo (o donna), pur così arcaico, già pensava “a fumetti”, perché, mentalmente riempiva con “fotogrammi” di pensiero la sequenza mancante dell’intervallo tra l’ultima immagine trattenuta un attimo prima che (poniamo) il partner uscisse a prendere l’acqua e la nuova immagine del rientro.
Prima che il “fumetto” moderno prendesse piede nella nostra cultura visiva, ritroviamo, tra il tardo Medioevo e il primo Rinascimento, svariati esempi di sequenze. Gli affreschi e le formelle ad altorilievo, una accanto all’altra, sui portali delle chiese per raccontare le vite di santi, sono fruibili con la stessa tecnica visiva (che riesce a passare da un elemento all’altro “cucendo” l’intervallo vuoto) con cui i nostri antenati graffiavano sulle pareti delle caverne scene di caccia come a tre finestre: nella prima il cinghiale che corre, nella seconda il cinghiale trafitto, nella terza il cinghiale ucciso trasportato dai cacciatori.
Su questa eredità visiva e percettiva, il “fumetto” modernamente inteso può meglio “giocare le proprie carte”; e talvolta - sapendo quanto siamo allenati alle “cuciture” o, per dirla con Merleau-Ponty, quanto siamo condannati al senso - può permettersi il capriccio di “costringerci” a riconoscimenti con arditi accostamenti.

Il mezzo condiziona il messaggio

Se il “mezzo” in ogni modo condiziona, o meglio si “identifica” con il “messaggio” (McLuhan, Popper), nel caso del fumetto l’operazione può essere addirittura amplificata, dal momento che, nella breve sequenza di una striscia, il carattere di un personaggio non viene solo ideologicamente deformato dal tipo di rappresentazione (la smorfia di Crudelia nella “Carica dei 101” diventa il suo marchio dall’inizio alla fine) ma, dovendo ridurre all’osso i numero delle varianti nelle poche caselle, il deforme o l’uomo inchiodato alla carrozzella o l’alieno bloccato in un marchio. Marchio che diventa necessario al riconoscimento immediato, dal momento che la nostra cultura visiva difficilmente ci permette di uscire da schemi manichei: “diverso” - buono / normale - cattivo; normale - buono / “diverso” - cattivo.
E da questa impronta indelebile non si esce se no con varianti minime per la espressione del viso, e no per la postura, come è il caso del cinico Professor Xavier nella serie degli X-MEN.
Già tra gli anni ’60 e ’70 ,certo anche per influenza di altri strumenti di “racconto visivo”, accanto a strisce di “fumetti” tradizionali in cui le sequenze di parecchi gesti in successione andavano a costruire una azione, si trovano strisce a volte spregiudicate, ora per il “taglio”, ora per gli “anacoluti”. Riguardo al “taglio” (Crepax, Maltese) spesso vengono amplificati pezzi di particolari - un seno, una mano rapace, mezza ruota di carrozzella - sapendo quanto il Lettore (o lettore-modello) abbia competenza per entrare in questo tipo di codice visivo, completando mentalmente e cucendo i frammenti. Riguardo ai “salti” (o non-sèguiti, gli anacoluti appunto) si rivedano appunto le strisce di Andrea Pazienza, che riesce meglio a lavorare sugli stati d’animo perché appunto può tralasciare la grammatica della coerenza delle sequenze. Così, in “Pasqua” (della raccolta “Tormenta”, 1985), diventa più eloquente scandire in sei primi piani i melodramma di una noia borghese, dal momento che “qui il disabile è un ricco a cui il deficit non ha insegnato ad essere più umano come vorrebbe la retorica dell’handicappato” (N.Rabbi).
Ecco quindi: la maniglia di una porta, una figura rannicchiata sulla poltrona, una tazza di caffè fumante sorretta con il vassoio sul fondo nero, l’inserviente a mezzo busto che porta il caffè con il “buongiorno” (uno sbadiglio di fianco), l’inserviente che si piega sul vassoio verso il letto, i profilo spettinato di qualcuno che beve il caffè .
Di questa essenzialità, fruibile, è lo stesso Pazienza a sottolineare l’efficacia: “Ogni gesto è ridotto al minimo, nessuno sfondo...”. Un po’ come il teatro giapponese.

La psiche in carrozzella

Se dunque Vincenzo Mollica, nella prefazione a “Tormenta”, definisce il fumetto di Pazienza: “un arcobaleno indelebile che si poggia da un lato sulla tavolozza dei sentimenti e dall’altro su quel curioso mosaico di attimi che è l’avventura umana”, è perché si stava organizzando un nuovo modello per rappresentare l’handicap. Oltre gli estremi manichei, di handicappato buono e handicappato cattivo, si cerca di “mettere in striscia” anche l’handicappato cinico, il nevrotico, il depresso e l’handicappato “senza qualità”, caratteri che la letteratura e il teatro europei avevano approfondito fin dagli anni Venti.
Ma, si sa, “mettere in scena” è ben altra cosa che “mettere in striscia”.
Si cercava di rappresentare qualcosa di nuovo orientandosi sui caratteri psicologici. Così acquistano sempre più importanza le frasi, dette o pensate, racchiuse nella nuvoletta, mentre la Psiche non trova posto migliore che inchiodarsi in una carrozzella.
Ci si allontana sempre di più da fumetto per divertire i bambini, le nuove strisce sono più seriose, più rivolte all’adulto, a volte sarcastiche ma soprattutto moraleggianti: “Forse l’intelligenza è accettare quello che sei, dovunque e chiunque tu sia”, si legge verso la fine de il “Rubinetto al termine dell’universo”.

Basterebbe un puntino

In fondo, Mafalda di Quino o i paradossi di Volinsky non avevano bisogno di una faccia depressa o delle raggiere di una carrozzella per dire che i mondo rotola verso l’indifferenza. Bastava un dito su naso i segno di dubbio o riflessione (es. Mafalda rivolta al padre che sta leggendo: “Papà, che vuol dire handicappato?”. Il Padre: “Va’, va’ a giocare, Mafalda, non son cose per la tua età.”. Mafalda, rassegnata se ne va brontolando: “Ho capito, si tratta di sesso!”.).
Ora occorrono segnali forti, troppo forti, a volte urlati: a scapito dell’efficacia. Fatto è che sembra esserci qualcosa di continuità, nell’arco di quarant’anni, sul rinnovamento manicheismo che non lascia spazio nemmeno ad una nuvoletta di sorriso ironico. Se in X-MEN (USA, anni ’60) nell’episodio “The Mimic!”, l’uomo-angelo protegge e sovrasta (anche figurativamente) il cinico Professore emiplegico in carrozzella, nella battaglia contro angeli malefici, in una recente storia a fumetti, “Cronaca del grande male” di David B., ecco per l’ennesima volta il dramma della protezione. La classica famiglia piccolo-borghese si trova a gestire il figlio epilettico: certo accostabile (dal punto di vista preso in considerazione) alle “amarezze metropolitane” di Munoz e di Altan, piuttosto che ad una strip di Walt Disney dove ancora può commuoversi e riflettere sulle ingiustizie senza bisogno di carrozzelle. A ragione Goffredo Fofi (“SOLE 24 ORE” del 18 ott.99) la definisce “una sorta di romanzo antropologico”, e come tale, non ha bisogno di particolari stratagemmi grafici per denotare questo handicappato: gli è sufficiente un corpicino smunto, un paio di occhialoni professorali appoggiati su un testone un po’ inebetito...Basta questo, perché è il contesto, è ciò che gli sta attorno che “dice” del suo male: neri assoluti, occhi animaleschi nel buio, tronchi antropomorfi, profili di teschi con dentiere spettrali esageratamente ostentate!
E l’ironia dove è andata a finire?
A volte, per riflettere sulla diversità, fisica o psichica che sia, mi chiedo se, al posto di storie deprimenti marchiate da ghigni e da carrozzelle, non sia più efficace quella semplicissima striscia de “Il puntino verde” di Gianni Rodari, dove due puntini (uno giallo e l’altro blu) mentre giocano all’aperto si abbracciano e diventano un unico puntino verde. Fattasi sera, bussano alla famiglia “gialla”, ma i genitori non riconoscono il figlio giallo e sbattono la porta; bussano quindi alla famiglia “blu”, ma i genitori non riconoscono il figlio blu e pure loro sbattono la porta. Solo piangendo scioglieranno il colore verde: così l’uno ritornerà giallo e l’altro ritornerà blu.
Chissà perché occorre ancora piangere per qualche nuvoletta di identità?

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Letteratura