In Fuga

01/01/1999 - Ann Micheals

Il magico Alvermann - Raccontare la diversità

Il tempo è una guida cieca.
Figlio della palude, nacqui dalle strade fangose della città sommersa. Per più di mille anni, soltanto i pesci avevano passeggiato sui marciapiedi di legno di Biskupin. Le case, costruite rivolte verso il sole, furono allagate dalla limacciosa oscurità del fiume Gasawka. I giardini fiorirono magnifici nel silenzio subacqueo; ninfee, giunchi, stramonio.
Nessuno nasce una volta sola. Chi è fortunato, vedrà di nuovo la luce tra le braccia di qualcuno; oppure, se sfortunato, si sveglierà quando la lunga coda del terrore sfiorerà l’interno del suo cranio...
Mia sorella crescendo si era fatta molto più grande del nascondiglio. Bella aveva quindici anni e perfino io dovevo ammettere che era incantevole, con sopracciglia folte e splendidi capelli che erano come uno sciroppo nero, spessi, magnifici, un muscolo lungo la schiena. " Un'opera d'arte ", diceva nostra madre, e Bella si sedeva e lei glieli spazzolava. lo ero ancora abbastanza piccolo da scomparire dietro la carta da parati nell'armadio, e incastravo la testa mettendola di sbieco tra l'intonaco che mi soffocava e le travi che stregavano con le ciglia.
Erano bastati pochi minuti dentro al muro, perché mi convincessi che i morti perdevano ogni senso tranne l'udito.
La porta sfondata. Il legno divelto dai cardini, che cede come ghiaccio sotto le urla. Rumori mai sentiti prima, strappati alla gola di mio padre. Poi silenzio. Mia madre era intenta a riattaccarmi un bottone sulla camicia. Sentii il bordo del piattino disegnare cerchi sul pavimento e poi fermarsi. Sentii la pioggerella di bottoni, come dentini bianchi...
L'oscurità mi riempii, si diffuse da dietro la testa fino agli occhi come se mi avessero perforato il cervello. Si diffuse dallo stomaco alle gambe. Presi a deglutire e seguitai, inghiottendola tutta. il muro si riempì di fumo. Uscii a fatica, con gli occhi sbarrati, mentre l'aria si incendiava.
Volevo andare dai miei genitori, toccarli. Ma non potevo, a meno di calpestare il loro sangue.
L'anima abbandona il corpo all'istante, come se non vedesse l'ora di liberarsene: il volto di mia madre non era il suo. Mio padre era caduto bocconi. Due forme in quel mucchio di carne, le sue mani...
Correvo e cadevo, correvo e cadevo. Poi il fiume: così' freddo che sembrava tagliente.
Il fiume era parte della stessa oscurità che era dentro di me; soltanto la sottile membrana della mia pelle mi teneva a galla.
Dalla riva opposta guardai l'oscurità illuminarsi di arancio e porpora sopra la cittadina; il colore della carne che si trasforma in spirito. Si alzarono in volo. I morti passarono sopra di me, strani archi e aureole che offuscavano le stelle. Gli alberi si piegavano sotto il loro peso. Non ero mai stato da solo nella foresta di notte, i rami nudi e selvatici sembravano serpenti gelati. La terra tremò e io non mi ressi. Mi straziava il desiderio di unirmi a loro, di volar via con loro, di staccarmi dalla terra come carta che si scolla lungo i bordi. lo so perché seppelliamo i nostri morti e segniamo il posto con la pietra, con la cosa più pesante e durevole a cui riusciamo a pensare: perché i morti sono dappertutto tranne che sotto terra. Restai dov'ero. Viscido per il freddo, incollato a terra. Implorai: Se non posso volare via, allora fammi sprofondare, sprofondare nella foresta come un sigillo nella ceralacca.
Mi ero imposto degli obblighi. Camminare di notte. La mattina scavarmi il giaciglio. Mangiare qualunque cosa.
Le mie giornate nascosto nella terra erano un delirio di sonno e veglia. Sognai che qualcuno trovava il bottone che avevo perduto e veniva a cercarmi. In una radura di bozzoli aperti che spargevano in aria il bianco che avevano dentro, sognai del pane; quando mi svegliai, mi doleva la mascella per quanto avevo masticato l'aria. Mi svegliavo per paura degli animali, e ancora di più per paura degli uomini.
In questo sonno diurno mi ricordavo di mia sorella che piangeva alla fine dei romanzi che amava; la sola concessione di mio padre - Romain Rolland o Jack London. Mentre leggeva assumeva l'espressione dei personaggi come se indossasse una maschera, stregando col dito il bordo della pagina. Prima di imparare a leggere, arrabbiato perché mi sentivo escluso, la stritolavo tra le braccia, chino su di lei guancia a guancia, quasi come per vedere in quelle piccole lettere nere il mondo che vedeva Bella. Lei allora si liberava scrollandosi oppure, buona com' era, si fermava, posava il libro a faccia in giù sulle ginocchia, e mi spiegava la trama ... il padre ubriaco che tornava a casa barcollando ... l'amante tradito che aspettava invano sotto le stelle ... il terrore dei lupi che ululavano nella notte artica, facendomi tremare le ossa sotto i vestiti. Certe volte la sera mi sedevo sul bordo del letto di Bella e lei mi controllava l'ortografia, scrivendomi sulla schiena col dito e, quando avevo imparato la parola, cancellandola delicatamente con una morbida carezza...
La foresta di notte è incomprensibile: ripugnante e infinita, ossa sporgenti e capelli appiccicosi, melma e odori gelatinosi, radici che spingono verso la superficie come vene sclerotiche...
Un grigio giorno d'autunno. Allo stremo delle forze, al punto in cui la fede somiglia quasi alla disperazione, saltai fuori dalle strade di Biskupin; dal sottosuolo all'aria aperta. Mi avvicinai a lui zoppicando, rigido come un golem per l'argilla indurita dietro le ginocchia. Mi fermai a pochi metri da dove stava scavando - dopo mi disse che era come se avessi sbattuto contro un porta a vetri, una superficie d'aria solida e invisibile "e la tua maschera di fango si ruppe, bagnata dalle lacrime, e io capii che eri un essere umano, appena un bambino. E piangevi con la foga propria della tua età".
Disse di avermi parlato. Ma lo ero fuori di me per la sordità. Le mie orecchie otturate dalla torba.
Ero così affamato. Urlai nel silenzio l'unica frase che sapevo in più di una lingua, l'urlai in polacco e in tedesco e in yiddish, battendomi i pugni sul petto: sporco ebreo, sporco ebreo, sporco ebreo.

Anne Michaels, In fuga, Giunti

La paura di Jacob
commento di Giovanna Di Pasquale

Jakob è solo. Ha paura. Senza più ieri, senza ancora domani.
Jakob è il suo corpo, tremante, incrostato della terra che gli ha dato temporaneo rifugio.
Jakob è un bambino che ha conosciuto il nulla.
Anche Athos è solo ma ha un grande, caldo cappotto a proteggere il corpo adulto.
Athos ha bisogno di sentirsi avvolto nella morbida coperta che attenua il disagio dell’essere in una terra straniera ed ostile.
È un cappotto corazza ma anche un cappotto grembo materno che accoglie Jakob e lo porta con sé dentro un’altra storia, un’altra possibilità.
La sera in cui per la prima volta ho conosciuto l’incontro di Jakob e Athos ho pianto molto e molto sorriso perché è proprio vero che, in alcune occasioni, leggere è davvero come diceva Natalia Ginsburg dello scrivere, sentirsi a casa e ritrovare qualcosa di profondamente tuo.
Ad esempio antiche paure: essere soli, soli davanti al male che non ha ragione, che tutto travolge di quella nostra vita quieta e tiepida, che non è più; ma anche una speranza mai vinta: trovare qualcuno che ci consoli, che allevi la fatica, che ci porti al sicuro nascosti dentro ad un vecchio cappotto.
E questo non perché siamo figli o amici di lunga durata ma nel ricordo della comune sorte di esseri viventi, del respiro che ci affratella.
Sono grata ad Athos adulto che non indietreggia, che si salva salvando senza un perché razionale, solo per aver guardato in faccia chi gli stava davanti.
E mi piace di questa storia l’intravedersi lontano di un richiamo. A volte, senza determinismo anzi per la più pura delle casualità, da qualcosa di profondamente brutto nasce qualcosa di profondamente buono.
La rinascita di Jakob mi ha riportato dentro le orecchie le parole delle ragazze e dei ragazzi dell’Istituto Salvemini a Casalecchio di Reno, quando constatavano la nascita di un nuovo, più forte, senso di vicinanza e solidarietà dopo ciò che in modo così doloroso li aveva coinvolti.
Segni piccoli, gli unici credo possibili in questo nostro tempo che testimoniano ancora di come sia vitale "rendere l’amore necessario anche nei periodi più bui e lacerati".

Parole chiave:
Letteratura