01/01/2001 - Daniele Barbieri

Untitled DocumentTra le mille etichette fallaci (eppur radicate) c'è anche quella che vorrebbe la fantascienza una letteratura solo statunitense. Per quel che qui ci riguarda, ecco una smentita che c'arriva da Praga. E vale la pena (senza entrare in polemica più di tanto) ricordare che dagli stessi luoghi ci era giunto uno dei testi fondanti la moderna sfi, ovvero il Rur scritto nel 1920 da Karel Capek; da quel titolo-sigla (Rossum's Universal Robot, ovvero i lavoratori universali creati da Rossum) fra l'altro tuttora
deriviamo la stessa parola di robot nel senso d'un uomo artificiale, automa.
Sempre a voler prendere sul serio le etichette, il libro di Egon Bondy (pseudonimo di Zbynek Fiser) potrebbe essere collocato in un territorio di mezzo tra sfi e surrealismo, fra distopia (un'utopia al negativo o in nero) e satira. Due parole sull'autore ci aiutano a capire meglio anche il senso del romanzo che andiamo poi a riassumere. Nato nel 1930, Fiser-Bondy si iscrive giovanissimo al Partito comunista (in epoca di persecuzioni) e ne esce nel '48, quando cioè esso prende il potere. Un tipino contro-corrente, tant'è che assume lo pseudonimo ebraico di Egon Bondy quando comincia (o meglio: riprende) la persecuzione degli ebrei. Da feroce oppositore del socialismo-formicaio di dipendenza sovietica, non ha vita facile: vive di lavori occasionali e pubblica in clandestinità fino al 1989. Crollato quel tipo di "governo sedicente comunista", Fiser-Bondy diventa dirigente d'un nuovo partito di comunisti libertari. Una vita fuori dai ranghi.
Il suo Fratelli invalidi è scritto fra il 1974 e il '77 e da allora circola in Cecoslovacchia solo di mano in mano: infatti è tirato al ciclostile, come ogni samizdat (da un termine russo che significa "pubblicazione in proprio") dell'epoca. Sarà pubblicato liberamente nel '91 e viene tradotto in italiano da Elèuthera due anni dopo. Scrivendo nel pieno dell'oppressione, Bondy immagina che, dopo 5/600 anni di stalin-brezneviano socialismo reale trionfante, la residua umanità sia divisa fra invalidi e "minorati". I primi sono vecchi, pensionati, handicappati ovvero metafora di ogni ribelle, refrattario, non-collaborante e non-produttivo; i secondi sono burocrati, poliziotti e militari che (pur se ben poco è rimasto da reprimere) godono della possibilità di perseguitare gli altri. Solo gli "invalidi" sopravviveranno alla catastrofe finale. Non aspettatevi però da Bondy un "happy end": quel misero spicchio di mondo che si salva appare a sua volta "invalido" o, se preferite, sconvolto mentalmente. Anche dopo il crollo d'un sistema che fa della normalità il suo credo... l'avvenire è assai più melmoso che radioso: un pessimismo mitigato solo da uno scoppiettante humor. Effettivamente le risate sono continue quanto apocalittiche (delresto c'è persino un concreto diluvio di merda) e le metafore della ribellione come opera dei "minorati" del tutto originali. Il punto che in Fratelli invalidi collega l'idea di un handicap a valori positivi, a una possibilità di liberazione, è qui il non essere produttivo e dunque non prender parte alla grande distruzione (del mondo e delle individualità).
La scrittura di Fiser-Bondy è straordinaria. In questo romanzo già dopo 10 righe incontriamo "il cadavere del mondo". Ma in mezzo a tanti paradossi è proprio la scelta degli "invalidi" come soggetto centrale la più fondata, la meno provocatoria. Perché si può scoprire un gran valore nell'essere "irripetibili in un mondo in cui tutto esiste in milioni di copie uniformi"; e dunque - scrive Goffredo Fofi nella sua post-fazione - "il mondo sarà degli Invalidi o non sarà".


Parole chiave:
Cultura