Frantumi

01/01/1999 - Binjamin Wilkomirski

Il magico Alvermann - Raccontare la diversità

Alla fine, dopo molto tempo, venne una donna, un'altra, mi mise un orsacchiotto di peluche in braccio e disse: "Abbiamo trovato un posto in orfanotrofio anche per te, però dobbiamo proseguire con il treno. Spicciati, ci aspettano per il pranzo!".
"Voglio tornare dalla signora Grosz" mormorai piangendo.
Quella scosse la testa e mi guardò perplessa.
"Chi è la signora Grosz?"
Oh! Mi ero quasi tradito. Strinsi forte i denti. Non risposi, sollevai solo le spalle e lei mi fece alzare dalla panca.
Quella donna non indossava un'uniforme. E così presi il fagotto e l'orsacchiotto di peluche, e corremmo al treno.
Arrivammo in ritardo all'orfanotrofio. Mi condussero in uno stanzone dove, proprio in quel momento, gli ultimi bambini stavano allontanandosi da un lungo, grandissimo tavolo. Devi aspettare qui, ha detto qualcuno. Guardai verso il tavolo. Se ne erano andati tutti, lasciandomi solo.
Il tavolo offriva uno spettacolo inconsueto. Era coperto da un grande telo che scendeva ben oltre i bordi. Sul piano c'erano ancora i piatti dei bambini. Li avevano semplicemente abbandonati. Però non erano i soliti piatti di latta grigia. Erano piatti bianchi... Piatti così belli per dei bambini? Ero stupito e mi avvicinai. Quello che vidi mi fece restare di stucco, mi sembrava inconcepibile, ma non c'era il tempo di pensarci. Dovevo agire, e in fretta.
I bambini non avevano svuotato i piatti! Avevano lasciato degli avanzi, delle striscioline di cibo sul bordo. Ce n'erano dappertutto... e sembravano proprio abbandonate.
Mi guardai attorno: non c'era nessuno. Mi nascosi rapidamente sotto il tavolo, al riparo della tovaglia; sollevando un braccio cominciai a tastare alla ricerca dei piatti e raccolsi le striscioline avanzate. Ne ficcai in bocca più che potei, ne misi nelle tasche e nella camicia più che potei. Erano dure, ma avevano un sapore meraviglioso; a parte il pane, erano la cosa più squisita che avessi mai annusato e mangiato. Mi sentii invadere da una sorta di ebbrezza. Dovevo procurarmene altre, e altre ancora, tante quante ce ne stavano nella camicia.
Potevo mangiarne a sazietà, pensai, e farne provvista per un'intera settimana, forse anche di più!
Riuscire a trovare in così poco tempo tanta roba da mangiare da poterne vivere tranquillamente per parecchi giorni... mi sembrava inconcepibile.
Pensai: che bambini scemi! Come si può essere così stupidi da lasciare del cibo incustodito! Sembra proprio che non se ne rendano conto. Forse sono dei novellini e non sanno che sopravvive solo chi mette qualcosa da parte, chi trova un buon nascondiglio, chi difende il suo cibo. Non lasciare mai incustodita la roba da mangiare! Jankl me lo diceva sempre.
Questo pensavo, e intanto masticavo, rimasticavo, e col naso aspiravo quell'odore meraviglioso, quando improvvisamente una mano mi afferrò il braccio che stavo allungando per cercare a tastoni un altro piatto. Mi tirarono fuori da sotto il tavolo con un forte strattone.
Ero seduto sul pavimento, con la bocca piena, strette nei pugni le ultime squisite striscioline, e vidi due grossi polpacci e l'orlo di un camice bianco. Un secondo strattone, e mi misero in piedi. Alcune striscioline mi caddero dalla camicia. Alzai la testa. Guardai dritto in due occhi chiari, sbarrati e feroci. Questi guardarono prima il pavimento, alla ricerca delle striscioline che mi erano cadute, quindi i miei pugni, poi la bocca piena dalla quale mi colava la saliva, e, dopo un attimo di muto stupore, risuonò un'esclamazione furibonda:
"Croste di formaggio! Qui c'è uno che mangia croste di formaggio! Che schifoso!"
Non sapevo che cosa fosse uno schifoso, ma il significato lo capii... no, non lo capii. Quella storceva la bocca per il disgusto.
Perché dovrebbe essere proibito mangiare roba che nessuno sorveglia e che per di più ha un sapore così meraviglioso? Che quelle striscioline fossero sue? Vuole forse prendermele per mangiarsele?, mi domandai.
Mi divincolai e scappai, fermamente deciso a difendere con ogni mezzo il mio bottino. E così corsi per tutta la sala, feci il giro del tavolo, ci passai sotto e mi rifugiai dietro una specie di credenza. Poi però, richiamati dalle grida, comparvero altri due grossi polpacci e un camice bianco...
Mi buttai a terra. Delle braccia volevano afferrarmi; tentai, velocissimo, di mordere un polpaccio. Ma addentai solo l'orlo del camice. Lo strappai, mi ci impigliai, e infine mi catturarono fra grida sempre più acute.
Mi mancava il respiro, sputai quello che restava delle striscioline e, in questo, le grida si fecero ancora più forti.
"Che cosa succede?" domandò una voce pacata da qualche parte.
Era la donna che mi aveva accompagnato fino a lì.
"Questo sputa, morde, fa il diavolo a quattro e mangia rifiuti!" esclamò agitata una col camice bianco.
Mi aveva già sbottonato la camicia e stava rovesciando sul pavimento il mio tesoro. Venne un'altra con secchio, paletta e scopa, e spazzò via tutto.
Non capivo più niente.
Mi portavano via la roba da mangiare, ma non perché volevano mangiarla loro. Non sembrava che avessero fame. Macché, sotto i miei occhi buttavano via la roba da mangiare! Che fosse un modo per punirmi?
Per ordine di una col camice fui portato in una stanza singola: così la chiamavano.
"Finché non ti sarai calmato" dissero, e chiusero la porta.
Solo a quel punto mi accorsi che, nell'agitazione, avevo perduto il fagotto... e anche l'orsacchiotto era sparito.
Mi avvicinai alla porta, piano piano, ma era chiusa a chiave. Mi guardai attorno. Nella stanza c'erano un solo letto, ma immenso, un tavolo e una sedia. Sul letto, una grande coperta, gonfia come una nuvola. La annusai. La nuvola aveva un odore dolce, fresco di bucato e invitante.
Non osai toccarla.
Ragionai. Qui, sicuramente, può dormire soltanto qualcuno che gode di particolari privilegi, qualcuno che deve essere molto forte e potente. Altrimenti come potrebbe difendere un posto così? Senz'altro qualcuno con un'uniforme molto importante, di quelle con i bottoni che luccicano.
Di uniformi nere o grigie, qui non ne ho ancora vista una, ma non si sa mai.
Che cosa succederà se mi troverà qui? Mi bastonerà convinto che io voglia contendergli la sua proprietà e il suo posto? Qui sembrano tutti più forti di me.
Poi ripensai alla mia sconfitta, al cibo perduto, al fagotto smarrito, all'orsacchiotto, e avevo paura dell'uniforme che forse era già fuori dalla porta.
Tesi l'orecchio, ma nell'edificio c'era solo silenzio.
Qui mi portano via tutto.
Avevo la gola strozzata da un nodo.
Forse non portano via solo il cibo, ma anche i vestiti. E inverno. Forse mi lasceranno morire di fame in questa stanza. La Svizzera non è un bel paese, come diceva la signora Grosz. La signora Grosz mi ha mentito! La signora Grosz mi ha abbandonato! Odio la signora Grosz!
Stanco e affamato, mi infilai sotto il letto mi addormentai.

Binjamin Wilkomirski, Frantumi. Un’infanzia 1939/48, Mondadori

 

Croste di formaggio
commento di Sandro Bastia

Il bambino che parla in prima persona è oggi un adulto, uno dei pochi rimasti in grado di raccontare l’esperienza di una infanzia nei campi di concentramento tedeschi della seconda guerra mondiale. Pochi i bambini che si sono salvati, ancora meno quelli che sono riusciti a ricordare ed a farlo in modo tale da riempire le pagine di un libro. L’eccezionalità è dimostrata anche dal fatto che l’autore usa uno pseudonimo, ma lo fa suo malgrado. Infatti nulla sa di sé, della sua vita prima del campo, dei suoi familiari se non qualche vaga immagine. Non il suo nome, la sua data di nascita, il suo compleanno. Non sa il nome dei suoi genitori, non sa dove sia la sua casa natale di cui conserva qualche vaga immagine, non sa quale sia la sua lingua. Però sa di essere stato al campo di sterminio di Majdanek, di essere stato in un orfanotrofio a Cracovia, in Polonia ed adottato infine a Ginevra, in Svizzera. Sa che da quella esperienza nasce Binjamin Wilkomirski che ora ha scritto ciò che ricorda della sua infanzia. Questo scritto però presenta alcune particolarità. Alle atrocità del campo si alternano alcune immagini che dovrebbero essere più rassicuranti: al campo infatti l’autore intervalla scene tratte dalla vita in orfanotrofio - come quelle proposte all’inizio - che però sorprendentemente rimangono cariche di sofferenza, paura, sospetto. Alla minaccia/promessa di morte del campo si sostituisce un sentimento meno definito ma comunque ostile, minaccioso, che ha inizio proprio quando si incontra l’istituzione educativa. Perché? Una istituzione sfortunata o qualcosa di diverso?
Benjamin viene da un campo di concentramento, da una realtà estrema. E’ un paradigma che ben si presta ad aiutarci a pensare, a immaginare cosa si prova in altre condizione che possiamo definire "estreme" in quanto possono tradursi vere e proprie forme di sofferenza estrema. La malattia mentale, la diversità, l'esclusione sociale sono alcuni esempi. Chi fa una professione d’aiuto può trarre spunti interessanti riflettendo sui campi di sterminio proprio utilizzandoli come paradigma per ripensare la propria esperienza ed analizzare la propria realtà quotidiana di vita e di lavoro.
Binjamin è oggetto (quindi non soggetto o, meglio ancora protagonista) di un intervento che vorrebbe aiutarlo trovando in lui una persona in situazione di forte necessità. Ma le difficoltà, i problemi di Benjamin non vengono chiuse dietro alla porta di ingresso dell’orfanotrofio, ma anzi quello è l’inizio di un periodo di ulteriori forti preoccupazioni, anche se noi sappiamo che la sua vita, da quel momento, non è più in pericolo ed immaginiamo che comunque vada riceverà cure adeguate. E questo accade. Però all’interno dell’istituzione nessuno si preoccupa realmente per lui, nessuno a lui parla e nessuno si preoccupa di conoscerlo, di capire quella immensa disavventura che aveva incontrato in precedenza nella sua vita.
L'aiuto che trova è standard, pensato per un bambino o bambina ideale, qualunque, che non esiste mai e che, nel caso di Binjamin invece è un bambino con bisogni speciali, molto speciali. Qualcuno gli da un orsacchiotto. Un oggetto caro a tanti bimbi ma inutile e sconosciuto a Binjamin che proviene da un luogo dove ben altri sono gli oggetti utili: un cucchiaio, una gavetta, una patata od un pezzo di pane nero. Binjamin, attraverso l’orsacchiotto certo non capisce l’intenzione di chi gli sta davanti, e non trova che quello sia un oggetto rassicurante.
Il luogo che lo accoglie, l’orfanotrofio, e l'arrivo in una stanza dove altri avevano già mangiato senza alcuna accoglienza è per lui totalmente inquietante, destabilizzante. Non capisce, non trova alcun elemento, nella sua esperienza di vita, che gli possa permettere di prevedere cosa accadrà di li a poco. E questo gli procura angoscia, panico. A lui nessuno parla, nemmeno quando lo trovano sotto il tavolo a cibarsi di avanzi. Lui non capisce di trovarsi in un posto dove il cibo è sufficiente ed è per tutti – questa è una realtà nuova per lui – e gli altri non provano comprensione per lui ma solo disgusto.
Spesso si pensa che la relazione di aiuto abbia una "evidenza" tale che non ha bisogno di ulteriori parole se non quelle del ringraziamento di chi, quell’aiuto, riceve. Binjamin è invece la storia di una relazione di aiuto non chiara, che racconta come l’aiuto passi attraverso una serie di momenti da costruire insieme, che l’aiuto è soprattutto un dialogo tra due persone, una relazione, che permette ad entrambi di costruire qualcosa e di soddisfare bisogni, anche se in misura asimmetrica.
Manca, da parte di chi si propone di aiutare Binjamin la ricerca di una relazione, la ricerca di una fiducia da parte del bambino, non c'é nessuna spiegazione o contrattazione sull'aiuto che viene dato che, seppur necessario - Benjamin viene strappato alla morte in questo caso - non è compreso. Genera sospetto e paura e fa pensare che chi aiuta non pensi affatto ai bisogni di Binjamin ma piuttosto ai propri (un orfanotrofio per funzionare necessita di orfani) o addirittura per soddisfare bisogni del tutto "altri" (per accogliere i profughi alla fine della seconda guerra mondiale vi fu una contabilità umana oggetto di diverse contrattazioni politiche che coinvolsero tutti i paesi Svizzera compresa – e l’orfanotrofio di Binjamin si trova appunto in Svizzera).

Parole chiave:
Letteratura