Formato volontario

01/01/1996 - Maurizio Braglia e Piera Poli

La formazione delle persone che si dedicano al volontariato è un tema che ha assunto un'importanza sempre più rilevante: l'espandersi del volontariato nella società italiana, il suo ruolo anche politico che non lascia spazio all'immagine del volontariato dotato solo di sorrisi e buoni sentimenti, ha portato ad una concezione di formazione diversa, che fornisce strumenti, professionali, per poter agire in una società complessa.

Nel 1979, con la pubblicazione delle ricerche realizzate dalla Fondazione Giovanni Agnelli (Organizzazione e partecipazione. Indagine su nove gruppi, vol.II, dicembre 1979) e dalla Caritas (Volontariato di ispirazione cristiana, Edizioni Dehoniane, 1979), comincia a divenire oggetto di studio e di riflessione, in Italia, un ricco complesso di situazioni, scelte culturali, sociali, economiche in qualche modo riconducibili al termine "volontariato".
All'interno del pluralismo di percorsi reso visibile da queste prime macro?fotografie, prendono corpo alcune linee di evoluzione: il volontariato viene sempre più strutturandosi in forme di intervento continuative, e un numero crescente di associazioni inizia a sperimentare un senso di appartenenza più allargato. Arriva così il primo convegno nazionale di studi sul volontariato, a Viareggio nel 1980, al quale faranno seguito per tutti gli anni 80 gli appuntamenti nazionali (ogni due anni) di Lucca.
Nel 1991, a coronare il percorso di un quindicennio di forte e significativa evoluzione ed espansione, giunge l'approvazione della legge quadro 266, che, disciplinando i rapporti delle organizzazioni di volontariato con le istituzioni, dà il via ad una nuova fase di definizione e riflessione per le diverse realtà che si rifanno all'intervento organizzato su base volontaristica.

Il convegno nazionale del 1986

A Lucca, nei 1986, il IV convegno nazionale di studi sul volontariato si ritrova sul tema "Promozione e formazione del volontariato per cambiare società ed istituzioni".
Possiamo scegliere allora questo momento, e questa data, per iniziare un percorso in grado di restituirci almeno un poco di quanto è stato pensato e scritto in questi anni sul tema della formazione all'interno delle organizzazioni di volontariato: senza nessuna pretesa di esaustività, ma solo con l'intento di salvare alcuni passaggi che possono darci la misura del tempo trascorso, e muovere la nostra riflessione per il tempo che deve venire. Al convegno di Lucca del 1986 (per il quale ci rifaremo, qui e più avanti, ai volumi curati da Luciano Tavazza, Promozione e formazione del volontariato, atti del IV convegno nazionale, Lucca 9?11 maggio 1986, Edizioni Dehoniane ? Bologna) il primo e più vistoso dato con il quale, inevitabilmente, i partecipanti si trovano costretti a fare i conti, riguarda la molteplicità di significati attribuibili al termine formazione. Come affermerà qualche anno più tardi Sandra Rocchi, membro del comitato nazionale del MoVI, autrice de "Il volontariato fra tradizione e innovazione" (La Nuova Italia Scientifica, marzo 1993), nel capitolo dedicato a 'La formazione dell'operatore volontario', "il significato che si dà ancora oggi alla parola 'formazione' certamente non è univoco né pregno delle medesime aspettative. Se la domanda di formazione nel complesso, in molti ambienti e spazi del volontariato, è infatti in espansione, in molti altri ancora non se ne avverte l'importanza; ma aumento della domanda o il suo contrario non sempre indica consapevolezza di ciò che si chiede o di ciò che si rifiuta". A partire dalla consapevolezza della eterogeneità e articolazione delle culture e delle sensibilità presenti all'interno delle organizzazioni di volontariato, per Alessandro Palmonari, docente di Psicologia dell'Università di Bologna (I processi formativi per la qualificazione dei volontari e per contribuire ad una nuova cultura delle istituzioni, atti del convegno, vol.I), è possibile mettere a fuoco alcune tesi "utili per iniziare un lavoro più sistematico: tesi 1. Scelta autonoma del tipo di formazione e dei contenuti formativi; tesi 2. Una formazione che superi ogni mentalità assistenzialistica; tesi 3. Una formazione che interpreti i bisogni e progetti la risposta ad essi in prospettiva storica; tesi 4. Una formazione fondata sulle scienze sociali per distinguere i livelli di realtà e cogliere le connessioni fra essi; tesi 5. Una formazione costruita in gruppo e costantemente in esso verificata; tesi 6. Una formazione che trovi forme efficaci di collaborazione fra professionisti e volontari; tesi 7. Una formazione che permetta di riconoscere lo specifico della cultura di ogni comunità; tesi 8. Una formazione volta a costruire il cambiamento."
Dell'ultima tesi, Palmonari afferma che "assomma in sé tutte le difficoltà esplicitate nelle altre. In che modo, infatti, nell'ambiente sociale si può costruire il cambiamento? Il vero cambiamento (cioè la scoperta di un nuovo modo di vedere la realtà) si ha soltanto quando una minoranza attiva definisce la realtà considerata in modo esplicitamente diverso da come la definisce il gruppo che è al potere. Questo processo evidenzia la centralità, per il cambiamento, della esplicita conflittualità fra i punti di vista diversi, fra le diverse definizioni di realtà. Se la chiarezza della contrapposizione manca, non si innesca alcun processo cognitivo di attenzione al nuovo punto di vista e assunzione dello stesso. La formazione a costruire il cambiamento implica dunque il coraggio (e la fatica) di individuare dei punti strategici del quadro sociale che appaiono non soddisfacenti, e di definire una loro radicale alternativa" (pagg. 139?141).
Per Giuseppe Pasini, direttore nazionale della Caritas (La formazione del volontariato, atti del convegno, vol.II), la domanda da porsi è: "quale tipo di formazione deve assicurarsi il volontariato per essere in grado di contribuire al cambiamento della società e delle istituzioni?"
La risposta indicata da Pasini si snoda a partire dallo schema classico della formazione (sapere, saper fare, saper essere), al quale Pasini aggiunge l'elemento del "saper far fare".
Sapere: "va definito innanzitutto quali conoscenze deve avere il volontariato per svolgere il suo servizio. Conoscenze relative al settore operativo in cui è impegnato, conoscenze relative alla popolazione del territorio sul quale opera, conoscenze riguardo la situazione amministrativa e politica nei cui confronti il volontariato dovrebbe essere di stimolo" (pag. 103).
Saper fare: "si deve parlare se non di una professionalità in senso stretto, di una idoneità a svolgere il servizio; vale per tutti il principio che le forti motivazioni non danno idoneità al servizio: ci vuole apprendimento, ci vuole tirocinio, ci vuole aggiornamento" (pag.104).
Saper essere: "se il volontariato desidera realmente un cambiamento, deve vivere nel quotidiano tutti quei valori che ritiene necessari nel servizio di volontariato" (pag.105).
Saper far fare: "sul piano dell'impegno politico, la formazione al 'far fare' può avere uno sbocco preciso nel mobilitare gli emarginati e gli oppressi, perché si organizzino da soli in vista del rivendicare i propri diritti, secondo la filosofia di Don Milani: finiamo di parlare dei poveri: è tempo di dare la parola ai poveri" (pag.106).
Ai passaggi di Palmonari e Pasini, che investono la formazione dei compiti più elevati, e ne sottolineano in modo deciso la natura di strumento per la promozione del cambiamento della realtà sociale, può essere utile affiancare alcuni brani dell'intervento di Roberto Merlo, in quel momento esponente del Gruppo Abele (Investire nella formazione, magari consorziandosi, atti del convegno, vol.II): "a parole, tutti affermano l'importanza della formazione, la sua necessità. Anzi in alcuni casi essa ha la stessa funzione del mito, ad essa si affidano compiti miracolistici di soluzione dei problemi più complessi" (pag.107).
Dopo questo implicito invito alla cautela, la riflessione di Merlo tocca un punto estremamente delicato: "D'altro canto la 'formazione permanente', l'aggiornamento', l'imparare dall'esperienza' appaiono parole magiche che designano troppe volte un sapere tecnologico certamente necessario, ma non privo di forti ambiguità. Una delle più evidenti emerge quando il gruppo di volontariato affida il suo percorso formativo a tecnici esterni. Se, come è inevitabile quando si fa seriamente formazione, costoro toccano le certezze acquisite, di identità e di organizzazione della leadership, o del gruppo, allora il "dagli al tecnico" diventa il gioco preferito (ed è ciò che spesso ricompatta il gruppo e la leadership)" (pag.107).
Emerge, anche solo attraverso questi brevi passaggi, una significativa distanza tra questo punto di vista e quelli in precedenza riportati: l'attenzione qui non è più tutta rivolta ad un "esterno" da modificare (dove la formazione ha il compito di mettere ognuno in grado re operativo in cui è impegnato, di agire adeguatamente sull'esterno per cambiarlo), ma si volge "all'interno", verso le proprie premesse, individuali e di gruppo.
Prosegue Roberto Merlo: "Il primo problema che si pone in uno schema formativo classico è l'analisi della domanda e dei bisogni formativi. Ma già questa prima operazione comporta una questione che non è di poco conto per un gruppo di volontariato. Una domanda emerge sulle altre: 'Secondo quale sistema e teoria di riferimento tutto ciò avviene?' E la parola teoria', spesso cacciata dal nostro vocabolario, ritorna prepotentemente come bisogno primario. D'altra parte è possibile constatare come comunque il nostro agire ha sempre una premessa teorica, magari inconsapevole, magari contraddittoria, dentro di se'" (pag.108). Dunque, "bisogna cominciare a pensare alla formazione come ad un tipo particolare di processo (sistema coordinato di azioni di cui non è individuabile un unico attore), più che come prodotto o come servizio. Voglio dire che è per lo meno parziale pensare alla formazione come qualcosa che può essere utilizzato come una semplice funzione di mantenimento dello standard qualitativo della organizzazione. La formazione non è un cassetto pieno di singole azioni da tirare fuori secondo il bisogno (di chi, poi...?). Essa non disegna soltanto un modo del sapere, bensì entra nel merito del nostro modo di essere?in?relazione?con." (Pag.109).
E' particolarmente degno di nota il fatto che Roberto Merlo, nel suo intervento, in un passaggio faccia riferimento ad un testo di Gian Piero Quaglino (Fare Formnazione, il Mulino, 1985), e successivamente dichiari: "mi sembra che come gruppi di volontariato dovremmo prestare più attenzione non solo alle tecnologie più conosciute nel campo del lavoro sociale (corsi di tipo classico, utilizzo della supervisione, roleplay), ma anche a ciò che emerge soprattutto nel campo della formazione manageriale. Non sembri blasfemo ciò che dico, lascio al lettore il compito di verificare se non si possono trarre utilissime considerazioni ed indicazioni per fare formazione proprio da queste tecnologie e contenuti" (pag.111).
Sarebbe davvero interessante, seguendo questa indicazione, correndo il rischio di sembrare blasfemi, verificare cosa è stato detto e scritto negli ultimi anni sulla formazione manageriale in Italia; potrebbe capitare, così, di imbattersi nelle riflessioni di Ugo Morelli, Massimo Bellotto, Massimo Ferrario, Giuseppe Varchetta, Gianni Zanarini, Dario Forti, formatori e pensatori accomunati dalla necessità di una continua riflessione sulle pratiche formative, dall'esigenza di sostare nella fase critica e incerta del pensare la formazione che è intorno e dentro al fare formazione" (Ugo Morelli, Educazione manageriale, Angeli 1993, pag.26), dall'impegno a non dimenticare mai che 'nelle situazioni formative c'è un ritmo, un tempo, un'energia, che qualificano il lavoro, che distinguono la relazione e lo scambio: quando infatti si passa dalla relazione scambievole al mero 'spiegare' è come se si avvertisse un rumore, come se qualcosa venisse 'ucciso"'(Morelli, pag.32), dalla consapevolezza che 'la concentrazione sulle soluzioni tecniche e sulla traducibilità didattica delle questioni e dei problemi da affrontare trascura la ricerca necessaria dei modi per 'abitare poeticamente l'insegnare e l'apprendere' (Morelli, pag.53), dal desiderio di costruire una didattica nella quale "l'allevare, l'istruire, l'educare" si sviluppino "sotto il sole della scienze e insieme sotto l'altro fuoco, quello che fa nascere il nostro pensiero dalla sofferenza e dalla pietà" (Morelli, pag.53). Ancora una volta, al lettore il compito di verificare.

Una formazione contro gli "equivoci interessamenti "

Un anno dopo il Convegno di Lucca, nel 1987, la regione Veneto approva e finanzia il "Corso Triennale di preparazione per formatori di volontariato" organizzato dalla Fondazione Zancan (centro di studio, formazione e ricerca sui servizi sociali e sanitari con sede a Padova); l'esperienza dei tre anni di corso viene raccontata sul numero 35/1990) di Animazione Sociale (Un corso per formatori del volontariato. pagg. 61?66) dal responsabile del progetto, Giamberto Pegoraro.
Può essere interessante rileggere alcuni dei passaggi dell'articolo, e soprattutto la ricostruzione della riflessione attorno al tema della formazione condotta dalla Fondazione a partire dal 1983, anno di attuazione di una rilevazione sulla presenza dei gruppi di volontariato socio?assistenziale nel Veneto, e sviluppatasi con l'organizzazione di una serie di seminari di ricerca sul fabbisogno formativo delle stesse.
"Nei primi anni 80 ?scrive Pegoraro? si cominciava a guardare con crescente interesse il diffondersi dell'azione volontaria organizzata, dopo che negli anni 70 solo poche istituzioni particolarmente attente al sociale (come la Caritas italiana) ne avevano colto la novità ed i possibili sviluppi. Se tutto questo poteva significare un pronto riconoscimento della capacità di iniziativa, di partecipazione e di innovazione che liberamente sorgeva dal sociale e dalla gente comune, d'altra parte poteva indurre anche il sospetto di un equivoco interessamento, se non addirittura di un vero e proprio tentativo di accaparramento di questa risorsa sociale ai fini del puro e semplice riprodursi e mantenersi delle strutture e dei servizi (pubblici e privati) esistenti. Il volontariato, per essere realmente produttore di nuovi segni e portatore di una nuova cultura nel sociale, doveva innanzitutto trovare la propria identità, capirsi e collocarsi correttamente nel tessuto sociale; doveva darsi inoltre quel minimo di capacità culturale e comunicativa tale da permettergli non solo di sopravvivere e di riprodursi, ma anche di rappresentare una presenza efficace e portatrice di novità per tutti.
Era necessario dunque operare la scelta della formazione e non anzitutto la scelta di una formazione tecnico?operativa, al fine di eseguire bene interventi specialistici nei con?fronti delle persone o delle situazioni cui ci si rivolgeva, ma anzitutto e principalmente la scelta di una formazione che aiutasse ad individuare i fenomeni sociali, le tendenze culturali, l'organizzazione dei servizi... e favorisse nel volontariato (e specialmente nei piccoli gruppi) la capacità di collocarsi consapevolmente nell'attuale contesto culturale e istituzionale" (pag.62).

La teoria della formazione e la pratica della vita associativa

Ancora uno spunto dal già citato articolo di Pegoraro: "Si possono, volendo, individuare alcuni nodi critici; innanzitutto, la durata del corso andrebbe ridotta. In tre anni succedono veramente molte novità, specialmente nei gruppi di volontariato (gruppi che si sciolgono, che si ristrutturano che cambiano tipo di servizio...) e specialmente con i volontari più giovani (per ragioni di lavoro di matrimonio di diversa posizione all'interno dei gruppi di provenienza...)" (pag.66). Al di là della discussione sulla generalizzabilità di questa descrizione rimane il fatto che queste poche righe ci restituiscono in termini concreti una delle specificità con le quali ogni discorso sulla formazione nelle organizzazioni di volontariato si deve misurare: la fluidità la mobilità dei percorsi individuali delle risorse umane ed economiche, la compresenza di esigenze/disponibilità anche davvero diverse tra loro. A questo proposito pur non essendo riflessioni dedicate in modo specifico alle organizzazioni di volontariato può essere utile inserire un brano di Dario Rei (sociologo studioso del volontariato e delle professionalità nel campo socio?sanitario) apparso sul numero 11/1993 di Animazione Sociale (Considerazioni in Formazione nel servizio pubblico, pagg.25?46): "La formazione rischia l'ideologia quando il discorso su di essa assume una portata così ampia ed indefinita da sottrarsi al terreno di una verifica razionale; quando tende a diventare un 'tutto' che soppianta e sostituisce altri concetti: l'organizzazione, il cambiamento, la convalida sociale, il progetto... E' assai facile che questa formazione metaforica, che è quasi?tutto entri in scontro schizofrenico con la pratica reale della formazione: concreta, organizzata, comprata e venduta. Gli esiti saranno allora di depressione impotente (per chi ha sovraccaricato le proprie attese) o di attivismo accaparratore (per chi fa suo il principio per cui 'va bene qualsiasi cosa').
E' importante mantenere una tensione progettuale dinamica; ma occorre fare attenzione a non caricarla tutta esclusivamente lì. La formazione di cui si parla non è una sorte di 'conversione delle persone' tra l'altro difficile da imporre. Nemmeno è 'diretta produzione di cambiamento organizzativo' anche se le organizzazioni specie quando sono in crisi tendono talvolta a scambiare la formazione con una panacea. E' più modestamente una funzione di cui le organizzazioni possono servirsi per cambiare in meglio. E' un processo che può migliorare il modo di essere delle persone nelle organizzazioni e delle organizzazioni nel rapporto con le persone" (pag.26).
Nello stesso numero della rivista è presente anche un intervento di Ugo Morelli formatore docente di organizzazione e gestione delle risorse umane presso l'Università di Venezia (Pochi, venendo da lontano, con un bell'andare... in Formazione nel servizio pubblico): "pensare e fare la formazione comporta un ascolto dell'importanza di riconoscere i propri limiti da parte della formazione. C'è bisogno cioè di verificare ogni volta quello che la formazione può fare e quello che non può fare nelle singole situazioni. Si assiste troppo spesso infatti a situazioni in cui problemi di organizzazione e di gestione vengono ricondotti o ridotti a problemi formativi essendo ritenuta la formazione la via meno impegnativa e meno coinvolgente" (pag.30). Il nodo indicato da questi passaggi risiede nel rapporto tra la formazione e gli altri momenti della vita associativa all'interno di una organizzazione di volontariato; che dire ad esempio di una organizzazione che preveda per il percorso dei propri volontari una ricca offerta di momenti formativi basati sui temi della democrazia e della condivisione e che allo stesso tempo sia strutturata in modo da prevedere una gestione non partecipata, autoreferenziale della circolazione delle informazioni e del potere di progettazione e di scelta?
Di qui per contrario la possibilità di immaginare la formazione non come funzione specifica isolata limitata a tempi/spazi definiti, ma come elemento pervasivo della vita organizzativa vincolo per ogni passaggio come obiettivo quotidiano che costringa ad una costante verifica della coerenza tra fini dichiarati e fini perseguiti: "è perciò importante assumere che l'analisi della domanda di formazione equivale in una certa misura alla costruzione di un processo di coinvolgimento orientato a riconoscere le attese di sviluppo degli individui nelle relazioni e nelle organizzazioni ma anche le risorse e i sostegni presenti e possibili da valorizzare per la realizzazione dei progetti individuali ed organizzativi" (Ugo Morelli Educazione manageriale pag.45).
Dalle dichiarazioni di intenti alle verifiche sul campo.
Nel numero 1/94 di "Politiche sociali e servizi" (pubblicazione dell'Università Cattolica di Milano, bollettino del Centro di documentazione sui servizi sociali "Giovanni Maria Cornaggia Medici"), Donatella Bramanti, docente della scuola per Assistenti Sociali dell'Università Cattolica, presenta (Il ruolo della formazione nelle organizzazioni di volontariato, pagg. 39?60) una indagine realizzata nella regione Lombardia sulle differenti strategie che le organizzazioni di volontariato iscritte all'albo regionale individuano ed il posto che assegnano alla formazione.
La ricerca, corredata di abbondanti tabelle statistiche, è introdotta da una griglia che definisce alcuni volti che la formazione può assumere: informazione/aggiornamento, su singoli aspetti tecnici; educazione ai valori, con approfondimento dei valori ispiratori dell'azione volontaria; formazione vera e propria, intesa come processo in cui i soggetti sono coinvolti in modo attivo, a partire da una "contrattazione" tra formatore e utente.
"Va da sé che questi tre differenti modi di intendere il lavoro formativo contengono obiettivi diversi, richiedono setting ? cioè caratteristiche di tempo e di spazio ? molto differenziati, ed hanno costi differenti" (pag.39).
Schematicamente la Bramante illustra come i tre modelli "implichino un diverso assetto per quanto riguarda: il ruolo del formatore, la collocazione del corso rispetto alla dimensione organizzativa, gli obiettivi che è realistico porsi" (pag.40).
Poste queste premesse, l'articolo propone in un secondo momento una ipotesi di lettura del percorso trentennale del volontariato in base al mutamento della domanda formativa espressa dalle organizzazioni considerate.
Secondo la Bramante, "è possibile identificare diversi tipi/fasi della formazione riferita al volontariato. Si tratta di tipi che si sono succeduti nel tempo ma che attualmente spesso convivono tra loro" (pag.43).
"Il primo tipo di formazione, particolarmente diffuso fino alla fine degli anni 60, è tesa a rafforzare aspetti ideali (educazione ai valori); i volontari si mobilitano in un contesto in cui le domande sociali restano quasi completamente inevase dai servizi socio?sanitari-educativi, sia pubblici che privati. Non esiste quindi un confronto tra operatori volontari e professionisti. Ciò che pare prevalente a fronte di gravi emergenze è il mobilitarsi e l'agire" (pag.44).
"Il secondo tipo di formazione, che prevale negli anni compresi tra il l970 e la prima metà degli anni 80, si sviluppa contestualmente ad una grande espansione del volontariato. Non è più sufficiente riflettere sui motivi ispiratori, ideali dell'azione, ma diventa cruciale acquisire tecniche, metodologie, competenze. Il medium proprio di questo periodo è il corso diretto al gruppo dei volontari, articolato in più giornate, nel quale si intrecciano lezioni con gruppi di lavoro/esercitazioni collettive" (pag.45).
"Il terzo tipo di formazione si diffonde in un momento di assestamento del volontariato in cui si intensificano le relazioni con gli enti pubblici. Solitudine, malattia, morte, povertà, discriminazione sono i problemi con cui i volontari si trovano sempre più spesso a fare i conti. Riemerge quindi l'esigenza di sostenere e "rimotivare" i volontari. Si tratta di capire di più: a cosa può servire un intervento di aiuto, quali sono le aspettative che si possono realmente porre... Il tema della "relazione d'aiuto" non si esaurisce però nella sua valenza tecnica, ma chiama in causa necessariamente il significato dell'intervento… La formazione deve quindi offrire non solo tecniche di intervento, ma deve permettere al volontario di collocare l'oggetto del lavoro di volontariato all'interno della complessità dei problemi della nostra società " (pag.46).

Il presente, la formazione, i Centri di Servizio...

Tre contributi recenti, per arrivare con questo percorso di lettura ai giorni che stiamo vivendo.
Nel 1995, è ancora Sandra Rocchi a chiedersi "quale formazione?" (Servizi Sociali ? bollettino del Centro Studi Zancan ? n.1/95, Per un ruolo politico del volontariato, pagg. 70?74), rispondendo così: "Anche per l'impegno politico è via ineludibile per il volontariato la formazione. Se ai gruppi di volontariato si chiedeva fino ad oggi un approfondimento delle dinamiche e quindi delle capacità di rapporto "interpersonale": nel gruppo, tra gruppi, nel coordinamento di appartenenza; da oggi si deve chiedere loro di saper intuire, vivere e realizzare sinergie" più forti con tutte le espressioni del terzo settore" (pag.74).
Nel numero 6/1995 del quadrimestrale "Il seme e l'albero (bollettino dell'Istituto di Firenze Andrea Devoto per la ricerca sulla marginalità e le polidipendenze) è il sociologo dell'Università di Firenze Nedo Baracani (Formazione nel volontariato: con cautela, pagg. 6?11) a tentare di avviare una riflessione sui processi formativi nel volontariato.
Secondo Baracani, un quadro di riferimento per comprendere l'evoluzione dei processi formativi può essere composto tenendo presenti tre angoli di osservazione.
Il primo punto di vista mette in evidenza "il mutamento nelle modalità della formazione; si sarebbe passati da relazioni formative faccia a faccia, per attività polivalenti, sviluppate in ambiti sociali ristretti a relazioni più professionalizzate" (pag.8).
Un secondo punto di vista privilegia "il processo di istituzionalizzazione: mano a mano che i rapporti tra volontariato e istituzioni si fanno rilevanti, cresce la domanda di stabilità, continuità e competenza, domanda a cui si risponde destinando risorse alla formazione (comunque intesa). Corollario di tale interpretazione è che le organizzazioni di volontariato somigliano sempre di più alle istituzioni con cui intrattengono rapporti di scambio" (pag.8).
Una terza possibile interpretazione privilegia il punto di vista dei soggetti e delle loro motivazioni: "in una fase di espansione dei diritti di cittadinanza i soggetti si sentono motivati a sperimentare forme solidaristiche di agire sociale"; in momenti di difficoltà dello stato sociale, queste "si trasformano, per i soggetti, in una crisi di motivazione che porta alcuni verso l'impegno informale, fuori dalle organizzazioni, altri verso l'abbandono di orientamenti solidaristici" (pag.9).

Prosegue Baracani: "ciascuna di queste interpretazioni fornisce elementi di analisi validi, rilevanti ai fini di ogni azione formativa; restituire spessore personale ai momenti formativi, diffondere la diversità delle organizzazioni di volontariato sia rispetto alle istituzioni che alle imprese con fini di lucro, creare e rafforzare una motivazione all'agire gratuito..."(pag.11).
Infine, una interessante riflessione sulla formazione è presente in Dove va il volontariato contributo comparso sul n.1/96 di Politiche Sociali (pagg.5?21), sintesi dei risultati dei seminari di ricerca organizzati dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Zancan tra la fine del '95 e l'inizio del '96.
L'analisi, davvero articolata, prende il via da una "preoccupazione: molte realtà di volontariato non sanno lavorare per progetti, non sanno lavorare insieme, per gruppi di lavoro, non sanno fare verifica (pag.15). Definite poi le priorità di metodo e di contenuto per le azioni formative da realizzare, il documento passa ad una indicazione concreta: "sarebbe ottimale che in ogni associazione fosse presente un gruppo formativo con il compito della progettazione, attuazione e verifica; e ci fossero piccoli gruppi di formazione a interesse specifico (è limitante e pericoloso improntare la formazione solo su problemi generali). Per questo è necessario operare alcune scelte strategiche:
?la formazione non deve essere appaltata (c'è chi forma, c'è chi opera);
?in tal senso va promosso, oltre il professionismo della formazione, anche un volontariato della formazione;
?la formazione deve tendere a far maturare insieme operatori pubblici e privati per mettere in moto la prevenzione. Bisogna proporsi sempre più una formazione realizzata in maniera autonoma e in collaborazione con l'ente pubblico: entrambi ne trarrebbero beneficio anche solo nel "vedersi in maniera diversa da come sono abituati a pensarsi" (pag.17).
Lo stesso documento, poi, passa all'analisi di una serie di criteri che dovrebbero essere tenuti in considerazione per incentivare la formazione da parte dei Centri di Servizio previsti dalla legge quadro 266 sul volontariato. Ma questo, davvero è materiale per un altro numero della rivista.