Figli deformi se usi l'ecstasy

01/01/1999 - Viviana Bussadori

“Figli deformi se usi l’ecstasy”; “Paralizzato alle gambe? Allora non le serve il computer”; “Alpinista scala il Bianco con arto-protesi in titanio”... Titoli di quotidiani, un po’ sempre i soliti potremmo dire ma non è superfluo riflettere ancora una volta su un tema importante e, forse non a caso, troppo spesso ristretto ai “teorici della comunicazione”.
Le notizie pubblicate sui quotidiani e trasmesse dai telegiornali lasciano una traccia abbastanza labile nella nostra memoria, anche quando si tratta di fatti abbondantemente trattati e che colpiscono la nostra emotività. Quanti terremoti ci sono stati nel 1999 e dove? In che mese sono iniziati i bombardamenti sulla Serbia? A quanto ammonta l’ultima Finanziaria? Insomma è stato dimostrato che conserviamo una memoria dei fatti importanti, di quello che sta accadendo e quindi che è necessario sapere solo per pochi giorni. Poi, sotto l’incalzare di nuove notizie dimentichiamo buona parte delle informazioni che, fino a pochi giorni prima, stavano al centro dell’attenzione nostra e dei grossi mezzi di informazione.

Chi ci suggerisce la nostra percezione del mondo?

Questa constatazione, supportata da numerosi studi, non deve però portare a concludere che l’effetto dei mezzi di informazione e, in senso più ampio dei mezzi di comunicazione di massa, sia ininfluente su di noi. Se spostiamo la nostra attenzione dal breve al lungo periodo e dal contenuto delle informazioni ai modelli della realtà che i contenuti veicolano la questione si pone in modi completamente differenti. Perché non si parla più di ricordi ma di rappresentazioni, della percezione che le persone hanno della realtà. Ed ecco che i mezzi di comunicazione assumono un ruolo molto rilevante perché essi sono una delle fonti principali che contribuiscono a costruire la nostra percezione del mondo in cui viviamo, i modelli a cui ci ispiriamo e che fanno da sfondo a tutta la nostra vita.
Questa influenza infine è più forte negli ambiti, rispetto alle situazioni e alle categorie, di cui non possediamo una conoscenza diretta; ciò che sappiamo, o meglio ancora quella “vaga idea” che ci costruiamo, è ancora di più sul lungo periodo un prodotto dei modelli che i mezzi di comunicazione ci propongono.
Si arriva così al tema che più ci sta a cuore: l’handicap, in particolare l’handicap acquisito, e l’idea che nel tempo il comune cittadino può costruirsi di questo mondo, che nella maggioranza dei casi, non rientra nella sua esperienza diretta.

Temi preferiti? La scuola e poi la cronaca nera

Abbiamo fatto un esperimento: abbiamo cioè raccolto tutti gli articoli relativi all’handicap pubblicati da metà settembre alla fine di ottobre (1999 naturalmente) sulle pagine di cinque quotidiani: Avvenire, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Resto del Carlino e l’Unità. Un monitoraggio su un frammento di stampa quotidiana, in un frammento temporale di un mese e mezzo, senza nessuna pretesa di scientificità, da cui comunque sono emersi dati che ci è parso significativo commentare.
Gli articoli raccolti sono in tutto ventitré, dal trafiletto di poche righe all’approfondimento di mezza pagina; ma a parte il dato quantitativo, che in questa sede interessa relativamente, ci pare più importante sottolineare gli argomenti trattati.
Il tema maggiormente trattato è quello che gravita attorno alla scuola: in tre articoli viene affrontato il problema della carenza di insegnanti di sostegno (“Bufera sui corsi per insegnanti di sostegno”), due di questi raccontano casi di alunni e studenti “lasciati” a casa per questo problema (“La scuola ha pochi insegnanti e lui tiene a casa la figlia Down””, “Un insegnante per il figlio disabile”). A fare notizia è inoltre, seppure in pochissime righe, una manifestazione avvenuta a New York da parte di studenti disabili che hanno vivacemente protestato per “...il debutto in cattedra di Peter Singer”, professore di bioetica “... che teorizza l’eutanasia per i neonati handicappati”.
Tre pezzi sono dedicati ad un “classico” del rapporto handicap/informazione: i casi di violenza e rifiuto. Altre indagini sulla stampa quotidiana condotte dalla redazione di Hp hanno evidenziato come i casi di violenza sessuale che hanno come vittime o come “protagonisti” le persone handicappate abbiano una elevatissima probabilità di diventare notizie. I toni degli articoli che ne conseguono sono spesso scandalistici e l’immagine che se ne ricava è sempre e comunque quella di una sessualità negata, distorta, pericolosa.

La normalità impossibile

L’handicappata o l’handicappato, con una normale vita di relazione e magari con figli, vengono percepiti spesso come protagonisti di eventi straordinari, sicuramente fuori dalla norma. Nell’immaginario delle persone prevale lo stereotipo dell’impossibilità sia rispetto all’affettività sia, e forse ancora di più, rispetto alla procreazione.
Il percorso psicologico che attraversa, legandoli, concetti come handicap - diversità - mostruosità - devianza si ripropone senza mezzi termini in un altro articolo censito nel corso di quest’ultima ricerca. Il titolo è chiaro ed emblematico nel suo condensare tutti questi stereotipi: “Figli deformi se usi l’ecstasy - Con la droga delle discoteche parti a rischio”. Senza entrare nel merito della scientificità della notizia ci pare evidente come l’articolo sia impostato sul meccanismo della colpa a cui corrisponde la punizione della nascita del figlio deforme.
Tornando agli articoli sulla violenza segnaliamo in particolare il caso, verificatosi e Genova, di un uomo, parzialmente immobilizzato a causa di un ictus, che, nel tentativo di difendere un disabile, è stato malmenato da un gruppo di giovani.
Sul lavoro sono invece stati censiti due articoli entrambi sul processo di riforma del collocamento obbligatorio; in tutti e due i casi si tratta di pezzi con un approccio tecnico-informativo come sottolinea anche il fatto che siano stati pubblicati l’uno su Il Sole 24 Ore, l’altro sulle pagine economiche de l’Unità. Segnaliamo come, al di là del periodo limitato preso in esame, difficilmente appaiano sulle pagine dei giornali articoli che parlano di esperienze di inserimento lavorativo; che sia il riflesso della crisi che attanaglia tutto il mercato del lavoro? Oppure i fatti positivi, normali, non fanno notizia?
Sul fronte tecnico segnaliamo infine un articolo sulla razionalizzazione della spesa assistenziale e uno sulla ripartizione del fondo della Regione Lazio per l’istituzione del Servizio di aiuto personale agli handicappati gravi. In entrambi i casi si tratta, ancora una volta, di pubblicazioni apparse sulle pagine de Il Sole 24 Ore.

Le inchieste di Avvenire

Avvenire pubblica nella rubrica “Società” due approfondimenti a distanza di dieci giorni. Il 5 ottobre esce una articolo su mezza pagina in cui viene raccontata la visita in un istituto della Moldavia che ospita bambine e ragazze disabili. Il resoconto è agghiacciante: 203 “pazienti”, Down, psicotiche, oppure con deficit fisici; 11 infermiere e un medico in tutto. Sporcizia, miseria, fame e abbandono. Praticamente una anticamera della morte per queste bambine e ragazze le cui famiglie “... non avevano soldi per mantenere queste figlie malate in un paese in cui è difficile sfamare i figli sani”. L’articolo dell’Avvenire è una forte e pesante denuncia di una situazione ben conosciuta in Europa rispetto alla quale, complici i problemi in cui versa la piccola ex repubblica dell’Urss, nessuno riesce o vuole fare nulla.
Il secondo approfondimento, del 25 settembre, è un articolo su un tema completamente diverso. Racconta un’esperienza condotta nel trentino dove un gruppo di operatori e guide alpine realizzano escursioni in montagna con persone psicotiche. All’interno dell’articolo si legge: “... è un’esperienza di vita ‘normale’, in un clima di fiducia. La montagna ricrea le relazioni, favorisce i ricordi (...) provoca angosce e aiuta a superarle”.
E sempre in montagna sono ambientate le gesta di un uomo che, con un arto in titanio, ha scalato il Monte Bianco. A lui e alla sua impresa, che lui stesso definisce il raggiungimento di nuove “normalità”, sono dedicati due brevi articoli.

Orizzonti tecnologici

Restando sempre nell’ambito dei deficit acquisiti dalle pagine del Resto del Carlino arriva la storia di un ventiduenne, Paolo, che a causa di un incidente stradale è paralizzato da un anno e mezzo. Il giornalista gli fa una intervista tramite una chat line visto che Paolo, immobilizzato dalle spalle in giù, ha trovato in Internet un modo per continuare a studiare, per scrivere agli amici. Grazie ad un programma di riconoscimento vocale utilizza il computer, muove il mouse, spedisce fax, messaggi di posta elettronica e viaggia in Internet. L’articolo, oltre alla vicenda umana di questo ragazzo che è simile a quelle di molti altri disabili che grazie alla tecnologia riescono a comunicare, a studiare, a mantenere relazioni con altre persone, mette in luce un problema per nulla irrilevante: il costo delle bollette e l’assenza di qualunque agevolazione da parte delle compagnie telefoniche, o delle Istituzioni.
Per restare in tema, sempre dal Resto del Carlino nella rubrica intitolata “Il caso della settimana”, veniamo a conoscenza di quanto accaduto ad un disabile con invalidità certificata del 100%: anche se il Ministero delle Finanze, nelle istruzioni per la compilazione del modello 730/99, indica di riportare le spese per i sussidi informatici rivolti a facilitare l’autosufficienza e l’integrazione, questa persona non si è vista riconosciuto il rimborso Irpef sull’acquisto del computer. Questo, naturalmente, per una persona che nel pc, nel modem, in Internet e nella posta elettronica potrebbe trovare strumenti indubbiamente validi per colmare qualche svantaggio. La risposta dell’esperto riportata a fianco non chiarisce come stiano effettivamente le cose.
Segnaliamo un altro articolo legato alla paraplegia e relativo ad un intervento chirurgico realizzato in Francia, all’Institut Propara di Montpellier. A un uomo di ventotto anni, paralizzato alle gambe da nove in seguito ad un incidente d’auto, è stato recentemente collocato nell’addome un impianto elettronico che funziona da centralina di elettrostimolazione nervosa e muscolare e che riceve gli impulsi dagli elettrodi collocati sulle gambe. Una nuova speranza per i para e tetraplegici? L’equipe smorza un po’ i toni dell’entusiasmo spiegando che “... perché l’operazione abbia successo (...) è necessario prima di tutto valutare lo stato dei muscoli, che deve essere ancora buono, e poi considerare la gravità della lesione a livello del midollo spinale. E bisogna ricordare che - prosegue l’intervistato - il paziente avrà sempre bisogno di sostenersi con le stampelle”. Aggiungiamo solo che il risultato conseguito con questo intervento è la prima tappa di un progetto, intitolato con dubbio gusto “Stand up and walk”, cioè “Alzati e cammina”, iniziato nel 1996 e in cui sono già stati investiti molti miliardi. E’ stato stimato che solo in Francia il 10% dei paraplegici potrebbe ricorrere all’intervento.
Gli ultimi due pezzi censiti dalla nostra mini ricerca sono stati dedicati al tema della mobilità: uno di questi, uscito sull’inserto Metropolis dell’Unità, affronta il tema dell’accessibilità dei centri urbani e sottolinea come una città attenta a questi problemi si trasformi immediatamente in una città più vivibile per tutti. Le difficoltà nella fruizione dell’ambiente, sei servizi e delle opportunità, non sono infatti appannaggio esclusivo di chi utilizza una carrozzina per spostarsi ma anche delle persone anziane, dei bambini, di chi è temporaneamente limitato nella mobilità, del genitore che spinge il passeggino.

La realtà vera e quella dei mass media

Non vogliamo concludere questo articolo con i soliti commenti sulla stampa cattiva e i giornalisti frettolosi e incompetenti. Al di là di tutte le considerazioni che si possono fare e che sono già state fatte sul rapporto tormentato tra informazione e categorie “deboli”, riteniamo importante non dimenticare mai quanto descritto nelle prime righe: tutti noi rispecchiamo le idee, i modelli, le mode e i luoghi comuni del mondo in cui viviamo e oggi più che mai i mass media sono potenti strumenti di costruzione delle nostre rappresentazioni della realtà. In altri termini i mass media costruiscono nel tempo, in quindi in modo non percepibile, gli schemi con cui decodifichiamo i fatti, con cui ci poniamo di fronte a situazioni e persone rispetto alle quali non abbiamo grosse conoscenze dirette. Occorre insomma stare molto attenti a non confondere “la realtà” con l’immagine della realtà che i mezzi di comunicazione di massa ci propongono: non è affatto scontato che le due cose coincidano.