Farsi delle storie

01/01/1997 - Sandro Bastia

"La sessualità è usatissima tra i giovani per motivi culturali, non per il desiderio...sesso come mezzo per entrare nel gruppo, sesso come violenza...E’ un tema che non può essere isolato". Intervista a due educatori sulla sessualità degli adolescenti che frequentano un centro socioeducativo

Un gruppo di adolescenti, due educatori, il sesso.

Adolescenti, disagi sociali, e sessualità: queste tre parole accostate spesso evocano immagini di problemi, scontri, difficoltà. I due educatori che mi accolgono durante la loro programmazione invece mi sconfermano questa immagine e più che intenti a "navigare tra le difficoltà" mi paiono due persone normalmente intente nelle faccende di tutti i giorni, che mi mostrano con orgoglio un arredo povero, recuperato in giro e personalizzato dai ragazzi del gruppo.

Micaela ed Alberto sono due educatori che lavorano all'interno di un gruppo socioeducativo, gestito dalla cooperativa bolognese CSAPSA, in convenzione con il servizio sociale dell'Azienda USL. Il gruppo è aperto nel pomeriggio ed è frequentato da un quindicina di adolescenti con storie diverse alle spalle, che all'interno del gruppo cercano un posto dove stare, divertirsi, "socializzare" con coetanei, con adulti significativi - gli educatori - si mangia insieme, si fanno i compiti scolastici e molte attività.
A metà strada tra la "famiglia" ed il "centro giovanile" questa è una struttura intermedia che deve coniugare il quotidiano, le relazioni e gli affetti con l'istituzione, la prevenzione ed il "controllo" sociale". È una struttura che punta sulla quotidianità e sulla qualità delle relazioni: infatti è per una precisa scelta che gli educatori che lavorano sono due, un uomo ed una donna, ovvero una "coppia genitoriale" di adulti significativi di riferimento. La sessualità è un nodo importante, in adolescenza. Il gruppo socioeducativo è una istituzione che incontra e vive anche la sessualità di chi la frequenta, ma quando chiedo qualcosa sul loro lavoro rispetto a questi temi mi accolgono sguardi sorpresi, come se questo, in fondo, non fosse così importante come pensavo.

R. Istituzionalmente la sessualità all'interno del gruppo socioeducativo viene vista, e parlo degli operatori sociali, psicologi, psichiatri ecc. come una tematica molto forte. Spesso è sentita molto al di fuori dal gruppo che al suo interno, al punto che, ad esempio, vi sono proposte di formazione, vi sono richieste esplicite di informazioni durante le verifiche, ci fanno la richiesta di proporre ai ragazzi programmi di educazione sessuale in collaborazione con i consultori.
Noi abbiamo pensato di non fare queste cose. Eravamo abbastanza contrari ad isolare l'educazione per così dire "sessuale" dal resto. Il medico del consultorio che viene a parlare è piuttosto un'informazione perché è svincolata da quello che è il rapporto interpersonale ed i rapporti in generale del gruppo, quindi ci sembrava priva di senso.

Ma i ragazzi e le ragazze vi sembra sentano questa esigenza?
È vero che ragazzi e ragazze vivono aspetti sessuali molto confusi, specie in situazioni di promiscuità', fanno fatica rispetto al controllo della loro pulsionalità. Inoltre spesso nelle loro famiglie i genitori possono non essere i loro veri genitori, i fratelli possono quindi avere genitori diversi, insomma le storie di questi ragazzi spesso complicano molto le cose. Quindi quando arrivano qui rispetto allo sviluppo sessuale non sono tranquilli, però non è così facile delegare alla sola sessualità i comportamenti. Spesso la sessualità è presa in prestito per giustificare tutta una serie di disagi e di comportamenti che appartengono alla sessualità come linguaggio ma non come senso. Il vocabolario, il turpiloquio sulla sessualità non sono legati al problema sessuale in sé ma ad un costume usato per attirare l'attenzione.
Anche in questi giorni degli operatori USL ci stanno proponendo di fare dei gruppi tematici sulla sessualità.
La possibilità di discutere della sessualità come area tematica o in un gruppo (educatori - utenti) o con la presenza di tecnici e operatori sanitari è stata scartata. Noi facciamo fatica a mettere in pratica, a fare cose così strutturate. Questo perchè quello che ad esempio differenzia quella che è una visione del lavoro "tecnica", come quella che può avere uno psicologo, uno psichiatra o un medico e noi educatori è il setting. I setting sono diversi e questo è difficile da far capire a chi non frequenta il gruppo. Noi lavoriamo all'interno della quotidianità.
Questo cambia totalmente il tipo di linguaggio, il tipo di rapporto, il tipo di modalità di fruizione delle informazioni. È difficile per un non-educatore capire cosa è la quotidianità. Faccio un esempio, è come se in famiglia ti venissero a trovare zii e nonni con i quali non vai molto d'accordo e per risolvere il problema vai a fare un corso di aggiornamento sulle relazioni interpersonali. Assurdo no?!
Spesso l'esterno pensa così: c’è un problema? Bene, facciamo degli incontri, diamo informazioni.
Ma il quotidiano non si gestisce così, con degli incontri così strutturati. Allora spesso delle proposte che riguardano questo sono così lontane dalla "tipologia del quotidiano" che poi vengono escluse. Invece tutto, anche l’aspetto informativo, viene poi gestito all'interno, nella relazione.

La quotidianità è importante per il lavoro degli educatori. È importante avere consapevolezza di questa dimensione che però non si presta nè ad essere racchiusa in una struttura rigida, nè ad essere lasciata all’improvvisazione totale. Il lavoro o le occasioni che vi portano ad incontrare la sessualità nel lavoro con i ragazzi come avvengono?
Nel gruppo, con i ragazzi, di sessualità si parla molto poco. In genere di questo si parla, a fatica, con gli educatori, in colloqui riservati. Ti chiamano, si va nella stanzina e si parla. Spesso arrivano con molta confusione, hanno esperienze, a volte anche importanti, ma che fanno molta fatica a leggere come rapporti di coppia, storie d'amore. Spesso è prevalente l'aspetto "farsi delle storie" per avere consensi, per avere conferme sulla propria identità, per avere potere.Negli anni di lavoro con i ragazzi la sessualità, nei termini di gestione della propria pulsionalità è uno spazio, sembra paradossale, molto minimo rispetto agli aspetti socio-antropologici, che sono preponderanti. La sessualità come merce, la sessualità come violenza, la sessualità per entrare in un gruppo eccetera. La sessualità è usatissima ma per motivi culturali, non per il desiderio sessuale - magari fosse così. Questo è un'altro livello, diverso, che è l'analisi delle emozioni, dei sentimenti e del rapporto con il proprio corpo. Ma sono aspetti distinti. Per questo diciamo che è difficile parlare di sesso: il sesso è all'interno dei rapporti emotivi e del rapporto con il proprio corpo. Quando tu l'affronti, con un qualche ragazzino lo fai in termini emotivi: ad esempio arriva, è chiuso, è sconvolto, non parla o è aggressivo, gli chiedi cos’è successo, lui ti confida una cosa....
Non è mai in termini cognitivi. L'elaborazione arriva dopo. L'approccio in termini cognitivi spesso determina una difesa immediata. Addirittura una caratteristica di alcuni ragazzi che vengono qua e che prima sono stati in carico ai servizi è quella di percepire l'educatore ed il servizio come intrusivo rispetto alla propria vita: stanno all'interno dei servizi dando una immagine di sé che gli permette di tutelare una parte di intimità che non vogliono far vedere. Prima di arrivare ad un rapporto che possa andare più in profondità bisogna superare questa immagine: i ragazzi fanno fatica anche a fare un disegno per la paura di essere interpretati. Quasi sempre sono stati dallo psicologo e sanno benissimo che attraverso quello che scrivono e che fanno vengono interpretati, conosciuti e letti in modo intrusivo. E prima di poter intrecciare una relazione profonda occorre un lungo e lento lavoro di conquista della fiducia che non è scontato.

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Sessualità