01/01/2002 - Roberto Ghezzo

Immaginate un’aula affollata da una sessantina di persone provenienti dai paesi più vari… Si sentono voci mai sentite prima, ognuno veste in un modo diverso: ci sono quelli con maglioncini di fortuna sorpresi dall’aria fresca-freddina di ottobre, indiane con la pancia scoperta…Ad un certo punto, prima di iniziare i lavori della giornata, Sunil Deepak che è il moderatore di questo workshop voluto dall’AIFO, lancia sorridendo un invito: chi vuole può intonare un canto della propria terra. Per primo ci si butta un africano che inizia a cantare; è un po’ stonato (che stia usando una scala musicale che non conosco?), con un grande senso del ritmo, e canta in inglese (almeno mi sembra tale - curioso sentire i vari “inglesi” che il mondo propone: Meera Shiva, indiana, la frase “we think that disabled people” la pronuncia pari pari “vi tink tet disebl pipl”, ma ancor di più è l’inflessione, la musicalità della frase, con le improvvise accelerazioni e diverse cadenze, che stupisce). Il nero continua a cantare (si dice nero o negro? Non lo so più da quando in Brasile cercavo di spiegare, candidamente è il caso di dire, ad una infermiera che si autodefiniva negra che era forse meglio lei dicesse nera, preta: al che scotendo la testa ma con infinita pazienza ha preso in mano una borsetta e mettendoci il braccio vicino mi ha detto: “Questa borsetta è nera: la vedi la differenza?”) e continuando a cantare dall’inglese saltano fuori anche parole africane. Mentre canta inizia ad ondeggiare col corpo, e tutti sono presi dalla frenesia di battere le mani a ritmo: qualche asiatico ride soltanto, qualche altro si alza per danzare. Quando finisce con un inchino, tutti applaudono ma nel frattempo si è alzato un sacerdote brasiliano, che ho conosciuto il giorno prima. Padre João lavora con gli indios dell’Amazzonia, dal viso e dalla corporatura denota la sua provenienza dal nord est del suo paese. Ed esordisce così: “Mi sentivo un po’ imbarazzato quando avete chiesto di cantare qualcosa, ma dopo aver ascoltato il nostro amico dall’Africa, beh, ho pensato che non potevo fare tanto peggio di lui!”. Poi attacca con una vocina soave, intonatissima, una canzone che parla di un amore perduto, di un fiume, di una storia che si tramanda in generazioni, anzi prima di cantarla il padre la spiega, con un piglio proprio da padre, socchiudendo ogni tanto gli occhi e sollevando le braccia come se officiasse alla sua comunità, con voce ferma e calma. Da lui e da altri ho imparato a capire la lentezza, lo stile di comunicazione cui noi europei non siamo più abituati. Il padre, in uno dei due gruppi di lavoro ristretto di lingua portoghese (ce n’erano altri in inglese e in italiano) ci spiegava che se vuoi affrontare con uno yanomani un discorso, non bisogna iniziare subito da quell’argomento ma bisogna girarci intorno. Per il pensiero occidentale (in Brasile la convivenza di tre culture - la portoghese, l’africana e l’indigena - ha sempre visto dominante la prima), se si vuole congiungere due punti, la linea più veloce e pratica è quella retta: se voglio parlare di un particolare argomento lo affronto di petto, non per niente si dice “vai al nocciolo della questione”, o “vai al dunque” (come se l’argomentare sillogistico avesse automaticamente un valore in sé) è come se lo indicassi con una freccia. Per gli indios invece, quando bisogna arrivare ad un punto bisogna girarci intorno, l 0

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chamama, la Grande Madre”. È lo stesso motivo per cui prima di bere si versa sempre un po’ del contenuto del bicchiere per terra per far bere prima la Grande Madre. Sono atti che interpellano noi europei profondamente.
In Europa la salute e l’allegria spesso stanno rigidamente separate, anzi quasi quasi non si può più ormai fare festa senza farsi del male, o non si può frequentare un ospedale senza provare quel senso di frustrazione e depressione a causa dell’asetticità delle cose o dell’incuria di muri grigi. Per fortuna che Patch Adams, il dottore inventore della clown therapy ha fatto proseliti con il suo: “Quando si cura la malattia si può vincere o perdere, quando si cura la persona si vince sempre”!
Sapete come Scannavino fa educazione sessuale? “Parto dal fatto che dovunque in Brasile, in qualsiasi villaggio, anche il più povero, c’è un campo da calcio. Allora si divide il gruppo in due squadre, si disegnano sul campo due enormi tube di Fallopio alle cui estremità ci sono due ragazze molto belle. Tutti gli uomini e ragazzi sono in fila ed al via devono correre per arrivare alle ragazze…quando gli spermatozoi sono arrivati, il gioco continua, fino alla nascita del bambino, e così via…è un modo divertente di spiegare l’educazione sessuale, in questo modo resta nella testa. Per convincere gli uomini spesso maneschi e con poco rispetto a usare il profilattico, abbiamo organizzato per le donne un corso di danza erotica utilizzando il preservativo”. Scannavino lavora in zone dove dominano i garimpeiros, i cercatori d’oro che terrorizzano le popolazioni indigene per farle lasciare i loro territori, favorendo così anche le multinazionali per lo sfruttamento dell’immenso patrimonio che è l’Amazzonia. Addirittura quando i garimpeiros scoprono una tribù che non è entrata mai in contatto con l’uomo bianco, portano un malato in modo che il morbo passi alla popolazione per sterminarla. Scannavino stesso quando visita i malati nella foresta utilizza una mascherina: sono popolazioni che ad esempio non conoscono le malattie ai denti.
Salute e allegria: un motto che è piaciuto immensamente a tutti i partecipanti al workshop dell’AIFO, che fossero asiatici, africani, sudamericani o europei. Un motto di cui il mondo ha bisogno, perché abbiamo bisogno di fare festa.