Eutanasia, risponde una lettrice

06/06/2011 - Claudio Imprudente
Dibattito sull'eutanasia

Avevo scritto, nel primo articolo di maggio 2011, in relazione a eutanasia e testamento biologico, che la semplificazione dell'argomento non contribuisce alla sua soluzione. Elena, in risposta al mio articolo, contribuisce ad alimentare un confronto che è quello cui solitamente non ci è dato di assistere nei canali di comunicazione tradizionali, generalisti, televisivi, ecc. A lei la parola e i miei ringraziamenti più che sentiti. 

Caro Claudio,

Ti scrivo a commento del tuo articolo sul testamento biologico. La cosa che apprezzo di più nei tuoi scritti è che sei uno dei pochi nel nostro paese a non voler imporre la propria opinione, a metterla addirittura in secondo piano rispetto ai fatti o al pensiero altrui.
Io credo che sia impossibile, e che sarà sempre così, raggiungere l'unanimità di opinioni in un ambito così delicato, questo però non vuol dire che non sia necessario trattare l'argomento.
Una doverosa premessa, forse l'unica cosa su cui siamo tutti d'accordo: il fatto che l'accanimento terapeutico (anche qui si potrebbero perdere secoli a tracciare un confine tra cura ed accanimento) sia sbagliato ed immorale, in quanto non tiene conto del corso naturale della vita che prevede una nascita e una morte. Alcune considerazioni: ritengo sbagliato che il testamento biologico venga fatto prima che si ponga il problema. Una persona giovane, nel pieno della salute e delle forze, si farà inevitabilmente condizionare dalla paura della sofferenza, dall'incertezza riguardo alla condizione di stato vegetativo (non è chiaro cosa e come si riesca a percepire), dalla consapevolezza di divenire un peso per i propri familiari che dovranno assisterla per anni. Sono tutte ipotesi che quando stai bene sembrano così orribili da dare per scontato che la soluzione migliore sia l'eutanasia. Un esempio pratico, anche se all'inverso, è l'aborto cosiddetto terapeutico: quante coppie spaventate dall'esito di un esame che mostra una malformazione decidono di abortire? Sono sicure che loro e il loro bambino vivrebbero una vita infelice, e questa soluzione sembra loro la migliore. Ma non sempre è così, come tu sai bene. Se io oggi chiedessi a 100 persone se preferiscono diventare tetraplegici o morire, sono sicura che almeno 90 sceglierebbero la seconda alternativa, principalmente perché non sanno che anche se hai un deficit  fisico non è detto che tu non possa avere amicizie, relazioni, soddisfazioni umane e professionali.
Trovo che i due casi più famosi, emblematici e discussi nel nostro paese siano profondamente diversi, anche se spesso vengono trattati allo stesso modo.
Eluana Englaro era in stato vegetativo permanente, prima dell'incidente aveva espresso chiaramente e fermamente la sua opinione, ma non sappiamo cosa sentisse o percepisse quando era in coma, non possiamo sapere se avesse cambiato idea. Capisco il padre, preoccupato solo di realizzare la volontà della figlia ed impossibilitato ad elaborare il lutto fino a quando non fosse davvero morta. Ma ho avuto la fortuna di conoscere una persona nelle sue stesse condizioni, e la mia impressione è che un certo livello di coscienza comunque ci sia, la persona che ho conosciuto percepiva chiaramente quando entravo nella sua stanza, si notava da piccole cose come un minimo movimento degli occhi o dall'accelerazione del battito cardiaco. Le ipotesi sono due: se chi è in stato vegetativo permanente sa di essere vivo l'eutanasia è perlomeno ingiusta. Se non si rende conto di essere in vita, a cosa gioverebbe invece la sua morte? E poi nemmeno i neonati riescono ad elaborare pensieri complessi, ma a nessuno viene in mente che la loro vita sia priva di senso. In molti sostengono che una vita come quella non ha dignità, ma a togliere la dignità alla vita non è stata la malattia, ma la completa mancanza di assistenza da parte dello stato, che lascia tutto sulle spalle delle famiglie, e ti assicuro che è un compito davvero gravoso. Molto diverso invece il caso del sig. Welby. Lui ha chiesto e scelto consapevolmente la morte dopo essere stato per molto anni completamente paralizzato. La sua è una scelta libera e personale, quindi rispettabile. Ma anche qui, se dovessimo fare una legge, dove porremmo il limite? Chiunque chieda di morire deve essere assistito medicalmente? Se una persona depressa un giorno chiedesse aiuto per farla finita, ne avrebbe meno "diritto" di lui? A parte il fatto che secondo me una società che parla di "diritto alla morte" è fondamentalmente malata, anche in questo caso, mi è impossibile non chiedermi quanto abbia inciso nella sua decisione la consapevolezza di essere un "peso" per la moglie e l'inevitabile senso di colpa che ne conseguiva. Mi risuonano nella mente le parole di Madre Teresa. Durante una lunga intervista il giornalista le ha chiesto cosa pensasse dell'eutanasia. Lei ha risposto che l'aborto è una piaga sociale e iniziato a spiegare tutto quello che stava facendo per combatterlo. Il giornalista, dolcemente, le fa notare che la sua domanda era sull'eutanasia, e la Madre, sgranando i suoi occhi da bambina, chiede con candore cosa fosse. Le spiegano che alcune persone molto malate chiedono di porre fine alle loro sofferenze. Madre Teresa è stata un attimo in silenzio, poi ha risposto che le Missionarie della Carità assistono ogni giorno malati terminali ma nessuno ha mai espresso il desiderio di anticipare la sua morte, e questo perché si sentono amati. Nessuno se si sente amato desidera morire.
Mi dispiace, non riesco ad essere obiettiva come te, il mio intento era elencare una serie di punti di vista per rendere più completa la riflessione sull'eutanasia ma vedo che si capisce apertamente la mia posizione. Mi rendo conto che sia facile parlare per chi, come me, non si trova in quella situazione, spero di non aver mancato di rispetto a nessuno con le mie opinioni.
Con stima ed affetto.
Elena

Se volete rispondere, scrivete a: claudio@accaparlante.it 
 

(Pubblicato su www.superabile.it  il 30 maggio 2011)