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01/01/2005 - Massimiliano Rubbi

la follia nell'età classica - o in Romania, oggi: gli istituti psichiatrici in un Paese prossimo membro UE

La Romania, insieme alla vicina Bulgaria, dovrebbe diventare membro dell’Unione Europea a inizio 2007, dopo la firma del trattato di adesione il 25 aprile 2005. Sul tema della salute mentale, tuttavia, sembra esistere un abisso tra gli standard condivisi e praticati nell’Europa occidentale e quelli di questo Paese candidato. E questo non tanto sul piano dei risultati, il che sarebbe forse comprensibile considerando il divario economico con un Paese che già ai tempi del COMECON era tra i più poveri del blocco orientale, quanto, almeno all’apparenza, a livello di impostazione delle politiche sociali mirate al deficit mentale.

Il caso di Poiana Mare
Una temporanea luce internazionale sulla Romania è stata gettata dopo la tragedia avvenuta nei primi mesi del 2004 in un ospedale di Poiana Mare, nel sud-ovest del Paese. Tra gennaio e febbraio 2004, non meno di 17 pazienti di un istituto psichiatrico sono deceduti per denutrizione e ipotermia, e ispezioni di una ONG locale hanno accertato 83 decessi per gli stessi motivi nel 2003. Va rilevato che un rapporto datato 19 febbraio 1998, a cura del Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, aveva già collegato alla denutrizione ben 25 decessi avvenuti a Poiana Mare nel 1995, invitando le autorità rumene a prendere adeguate misure per migliorare le condizioni di vita nell’ospedale psichiatrico; un funzionario del Ministero della Sanità si impegnò a chiudere l’ospedale e a trasferire i pazienti in strutture più idonee, ma tale promessa non divenne mai realtà.
Amnesty International è stata negli ultimi anni l’associazione più attiva nel denunciare le gravi mancanze del sistema psichiatrico rumeno. Il “caso Poiana Mare” nacque da una sua segnalazione di azione urgente del 20 febbraio 2004, che riportava la notizia dei decessi sulla base delle informazioni raccolte dal CRJ, una ONG rumena per i diritti umani. Nei giorni seguenti i quotidiani nazionali rumeni fornirono ulteriori dettagli: il personale sanitario curò i molti pazienti affetti da pidocchi solo dopo un’ispezione ministeriale; il riscaldamento non era funzionante, mentre la temperatura esterna era di 7 gradi sotto zero; una paziente schizofrenica partorì nell’ospedale senza assistenza e senza che i dottori sapessero nemmeno che era incinta. Un’associazione rumena di pazienti parlò di “genocidio sanitario”. Un paio di teste (i direttori dell’ospedale e del distretto sanitario locale) saltarono, fu avviata un’inchiesta penale sui decessi – poi archiviata senza incriminazioni, una preannunciata visita del Ministro della Sanità trovò condizioni tutto sommato decenti, furono comminate sanzioni (presto cancellate) al personale medico e infermieristico, e le richieste di chiusura dell’ospedale psichiatrico caddero nel vuoto.
Il 19 maggio 2004 Amnesty sospese l’appello urgente, impegnandosi a una campagna con altri mezzi, in particolare la pubblicazione di un memorandum al governo rumeno (4 maggio 2004) sul sistema psichiatrico, cui le autorità governative risposero senza smentire le violazioni dei diritti umani citate ma impegnandosi a migliorare la situazione. Una serie di misure fu adottata dal governo in maggio, ma solo per i 6 ospedali psichiatrici ad alta sicurezza gestiti direttamente dal Ministero della Sanità. Secondo il rapporto annuale 2004 di Amnesty sulla Romania, l’impegno governativo a migliorare le norme sulla salute mentale, previsto per novembre 2004, non era stato mantenuto alla fine dello stesso anno, e in ogni caso le visite di osservatori locali non avevano riscontrato miglioramenti in molti ospedali psichiatrici. Nel marzo 2005 una delegazione di Amnesty in visita al governo rumeno, cambiato dopo le elezioni di fine 2004, ha raccolto segnali più incoraggianti per una riforma dell’assistenza psichiatrica nazionale, ma restano molti dubbi sui miglioramenti concreti da attendersi, anche per la scarsità di risorse apertamente confessata dallo stesso governo.

L’internamento secondo Foucault
Fin qui, tuttavia, il caso di Poiana Mare potrebbe essere inquadrato come il riflesso di una società con un diffuso stato di povertà, dove di conseguenza anche strutture pubbliche risentono delle difficoltà economiche al punto da non riuscire a garantire la salute dei propri pazienti. Del resto, un elemento mai smentito è che le risorse garantite all’ospedale per cibo, riscaldamento e medicinali fossero regolarmente inferiori a quelle necessarie per quel numero di pazienti. Il caso della Romania risulterebbe anche meno scandaloso di quelli che periodicamente la cronaca italiana porta alla ribalta, con case di riposo in cui gli anziani sono tenuti in condizioni inumane, in quanto il contesto sociale in cui queste ultime si collocano è quello di un relativo benessere diffuso.
Tuttavia, come spesso avviene, il diavolo si nasconde nei dettagli. Nel citato rapporto di Amnesty si può anche leggere che “molte persone internate in reparti e ospedali psichiatrici non avevano apparentemente bisogno di alcun trattamento psichiatrico. Molti giovani sono stati inseriti negli istituti solo perché privi di una famiglia e in assenza di programmi specifici per il loro reinserimento nelle comunità di appartenenza”. Lo stesso ospedale di Poiana Mare nasce non come istituzione medica, bensì come centro di internamento per dissidenti del regime di Ceausescu, sia pure etichettati ad arte come “folli”; e proprio a Poiana Mare coesistevano un reparto per malati mentali e uno per persone affette da tubercolosi, ed è attestato un caso di decesso per AIDS non trattato medicalmente.
Queste informazioni richiamano alla memoria le analisi di Michel Foucault su come si è costituita storicamente l’esperienza della malattia mentale, in particolare in Storia della follia nell’età classica. Foucault, in quella che era la sua tesi di dottorato del 1961, descrive come verso la metà del ’600 la follia, in precedenza vissuta entro la società in virtù del suo ambiguo legame al sacro ed elogiata nel più famoso testo di Erasmo da Rotterdam, diventa oggetto di internamento e netta separazione dal corpo sociale. Ma soprattutto, Foucault rileva che la “sragione”, per come viene costituendosi in quel momento storico, non include solo quelli che oggi potremmo individuare come “malati mentali”, ma anche paralitici, mendicanti, indigenti, criminali e libertini – una folla che oggi ci appare del tutto eterogenea, ma che proprio il “grande internamento” istituisce come aliena alla società nel momento in cui la rinchiude in strutture impenetrabili di lavoro forzato. La specificità della follia e il dominio del suo trattamento medico emerge solo verso la fine del ’700, anche se Foucault si impegna a smontare il mito che vede il passaggio cruciale nella “liberazione dei folli dalle catene”, che la leggenda attribuisce al medico Pinel nell’ospedale di Bicêtre nel 1793 (e in realtà opera probabile, in termini più limitati, di un suo successore).
Certo, tre secoli non sono passati invano. Nel ’600 l’associazione tra follia e altre “assenze di ragione” più etiche che cliniche veniva creata quasi dal nulla dall’internamento; ciò che pare avvenire in Romania oggi (e sicuramente è avvenuto con Ceausescu) pare, all’opposto, lo sfruttamento del carattere totalizzante del manicomio per tentare una rieducazione forzata di individui “pericolosi”, qualunque cosa ciò significhi per chi prende tale decisione. L’istituzionalizzazione di persone senza alcun deficit mentale potrebbe però rispondere anche alla necessità di non rendere visibile il loro disagio alla cittadinanza, tramite un’esclusione non per la, ma dalla società. In questo caso, Poiana Mare risponderebbe a una logica sociale non diversa da quella che le autorità di polizia del XVII secolo seguivano internando chi mendicava o praticava costumi non in linea con la morale dominante (segregazione che in alcuni periodi ha riguardato l’1% della popolazione).
Per queste ragioni, ciò che è avvenuto in un’oscura località della Romania ci tocca più di quanto parrebbe. Perché frutto, oltre che di povertà, di una cultura che richiederà molto tempo per modificarsi, anche dopo i miglioramenti economici che auspicabilmente porterà l’adesione all’UE; e perché segno di un’esclusione che in passato ha toccato tutte le categorie di handicap, e il cui superamento è frutto di una decisione di politica socio-culturale che, come sempre, non è mai definitiva.