Eugenio, il bambino "difficile"

01/01/2003 - Claudia Cervellati

Quando Eugenio iniziò la scuola elementare, segnalato dalle insegnanti della scuola materna come bambino difficile, quale anche a me sembrò fin dai primi tempi, mi trovai a riflettere su come entrare

 

con lui in un rapporto sereno, costruttivo per entrambi, che lo aiutasse ad apprendere con gioia quello che di giorno in giorno gli proponevo. Eugenio era un bambino pieno di volontà, ma evidentemente disturbato da qualcosa che non riuscivo a definire. La sua famiglia, in apparenza molto "normale", senza particolari problemi, sembrava dargli tutte le attenzioni necessarie. Piano piano, stando vicino a lui e osservandolo bene, mi resi conto che si sentiva soffocato da un'ansia che lo sovrastava, fino al punto di non riuscire più a seguire le lezioni e di non poter avere né con me né con i compagni rapporti sereni. Mi chiesi come parlarne alla famiglia, la quale in passato non era sembrata molto disponibile a mettersi in discussione. Passò un po' di tempo, che usai per riflettere sul mio rapporto con le famiglie dei miei scolari; a fasi alterne le avevo sempre considerate più o meno faticose da affrontare, più o meno ostacolanti il mio lavoro. In particolare negli ultimi anni sentivo nell'aria della scuola una certa ostilità verso le famiglie, un volersi difendere come insegnanti dalla loro ingerenza. In effetti alcune famiglie lo erano davvero; con alcuni genitori il dialogo era piuttosto difficile; anche da parte loro notavo un atteggiamento di facile critica al lavoro delle insegnanti. Decisi di parlare ai genitori di Eugenio con semplicità, cercando di avvicinarmi a loro, con la fiducia che insieme saremmo riusciti ad aiutare il bambino. La semplicità non poteva trasformarsi in banalità: i segnali che Eugenio dava del suo disagio, non ancora definito ma presente, erano preoccupanti. Semplicità e chiarezza, quindi. Senza diagnosi, peraltro non di mia competenza; senza allarmismi, inutili; senza colpevolizzare le persone o le situazioni. Soprattutto sentivo che la famiglia di Eugenio poteva trasformarsi per lui in una enorme risorsa per affrontare i suoi problemi. Io, come insegnante, volevo solo pormi accanto a loro, aiutarli a vedere quello che, come genitori, spesso fatichiamo a vedere, forse perché troppo vicini al bambino, troppo coinvolti nel rapporto che ci lega a un figlio. Un altro aspetto cercai di mettere a fuoco dentro di me prima di parlare con la famiglia: non pretendevo che il nostro dialogo fosse risolutivo o terapeutico; volevo solo mettermi con loro a cercare di capire Eugenio, il suo mondo, le sue difficoltà, le sue potenzialità; volevo insieme a loro capire se le nostre risorse potevano essere sufficienti a sbloccare la situazione oppure se fosse necessario chiedere aiuto. I genitori di Eugenio furono di una semplicità disarmante quando io parlai loro delle mie preoccupazioni: semplicemente piansero, sconfortati dal fatto che una persona esterna aveva confermato i loro sospetti. La loro reazione mi rincuorò, perché mi fece capire che si erano sentiti liberi e forse anche accolti. Ci dicemmo che intanto era importante esserci parlati, esserci in qualche modo scoperti in difficoltà. Già solo dire che Eugenio aveva dei problemi mi sembrava un passo importante. Stare in presenza di questo, per me e per loro, era faticoso ma utile. Questo non negare insieme un problema era già una bella conquista. La famiglia di Eugenio prese in mano in breve tempo la situazione di difficoltà del bambino, si rivolse ad un esperto, il quale chiese anche la collaborazione delle insegnanti. Iniziò così un rapporto tra la scuola e la famiglia che io ricordo tra i più costruttivi della mia esperienza professionale. Tutti i colloqui successivi al primo furono segnati da quella fiducia e da quel rispetto che ci consentivano di essere schietti e accoglienti, sinceri e tolleranti. Eugenio trasse un beneficio immediato dal fatto che intorno a lui c'era chi prendeva in mano la situazione per lui, sgravandolo così di un peso insopportabile. Il percorso fu pieno di difficoltà e di dubbi. Il bambino però sembrava essere più sereno e apprendeva, come gli altri. L'esperienza con la famiglia di Eugenio mi insegnò che un rapporto equilibrato tra genitori e insegnanti era non solo possibile, ma doveroso. In molte altre occasioni successivamente ho poi avuto conferma che spesso la famiglia può essere causa e soluzione al tempo stesso dei problemi del figlio. Anch'io come insegnante posso essere tale. Ma se non ce lo diciamo, con semplicità e rispetto, può darsi che gli anni della scuola passino invano.

 

Parole chiave:
Famiglia, Scuola ed educazione