Il magico Alvermann - Etichetta e preferenze

15/07/2011 - a cura di Valeria Alpi

Sono sempre stato convinto che la caratteristica della nostra famiglia sia la riservatezza. Portiamo il pudore a estremi incredibili, tanto nel nostro modo di vestirci e di mangiare come nel modo di esprimerci o di salire sul tram. I soprannomi, per esempio, che con tanta noncuranza vengono affibbiati nel quartiere di Pacifico, sono per noi motivo di estrema cura, di riflessione e persino di inquietudine. Ci sembra che non si possa attribuire un nomignolo qualsiasi a qualcuno che dovrà farlo suo e portarlo come un attributo per tutta la vita. Le signore di via Humboldt chiamano Toto, Coco e Cacho i loro figli, e Negra e Beba le bambine, ma nella nostra famiglia questo tipo di corrente di soprannome non esiste, e tanto meno altri ricercati e abominevoli come Chirola, Cachuzo o Matagatos, che abbondano in quartieri come quello di Paraguay o di Godoy Cruz. Come esempio della nostra prudenza in queste cose basterà citare il caso di mia zia, la seconda. Visibilmente dotata di un sedere dalle imponenti dimensioni, mai ci saremmo permessi di cedere alla facile tentazione dei soprannomi abituali; così, invece di darle il brutale nomignolo di Anfora Etrusca, fummo tutti d’accordo su quello più decente e familiare di Culona. Procediamo sempre con lo stesso tatto, anche se ci capita di dover far baruffa con i vicini e gli amici che insistono nei tradizionali appellativi. A mio cugino primo, il secondo, il minore, decisamente dotato d’una gran testa, gli negammo sempre il soprannome di Atlante che gli avevano appioppato nella rosticceria dell’angolo, e preferimmo quello infinitamente più delicato di Zuccone. E così via.
Vorrei che fosse ben chiaro che non facciamo così per distinguerci dagli altri del quartiere. Vorremmo soltanto modificare, gradualmente e senza urtare i sentimenti di chicchessia, la routine e le tradizioni. Non ci piace la volgarità in nessuna delle sue manifestazioni, ed è sufficiente che uno di noi si senta dire al bar frasi come: “Hanno fatto un gioco pesante” […] perché immediatamente noi si rivendichi la vitalità delle espressioni più pure e consigliabili in tali occorrenze, e cioè: “Han menato duro che dovevi vedere” […] La gente ci guarda con sorpresa, ma non manca mai qualcuno che raccolga la lezione che si nasconde in queste frasi delicate.

(Brano tratto dal racconto “Etichetta e preferenze”, in J. Cortázar, Storie di cronopios e di famas, Torino, Einaudi, 2005, pp.30-31)

Ciò che ha contraddistinto la rubrica Il magico Alvermann fin dai suoi esordi è l’emozione. Non cerchiamo di “piegare” i nostri ricordi narrativi alla ricerca di un brano che parli di diversità, ma di solito avviene il contrario. Ci capita un testo tra le mani, per vari motivi, proviamo un’emozione sulla diversità e ci viene voglia di commentarlo ne Il magico Alvermann. L’incontro con Cortázar non è stato casuale, però. Un collega, un amico, del Centro Documentazione Handicap è venuto da me con questo libro di racconti e – con frasi di manzoniana memoria – mi ha intimato: “Cortázar s’ha da fare su ‘HP-Accaparlante’!”. C’era già un’idea da parte sua: utilizzare un racconto con una strana storia di capelli che finiscono nel lavandino, una storia talmente surreale che sprigionava diversità da ogni parola! Ma poi eccola, l’emozione. Ecco il racconto, un altro, non quello dei capelli, che sarebbe stato su “HP-Accaparlante”, e non perché mi venisse chiesto, ma perché non poteva essere altrimenti. Perché quando si trova la cosa giusta, non la si può far scappare. Questo racconto, con molta ironia, cinismo forse, ma anche con una dose di onesto equilibrio, comunica, anzi è come se gridasse, ciò che da tempo penso sui termini che riguardano la disabilità. Diamo il nome alle cose, anche il nome più brutale, non vergogniamoci, il problema non sta nel nome, ma negli aggettivi sottintesi che il nome si porta dietro. Vengo da un mondo in cui si è lottato per anni per non parlare più di handicappato, di portatore di handicap, ma di persona disabile, anzi meglio: di persona diversamente abile. Ma ciò che mi ha sempre lasciato perplessa è che i termini, essendo noi degli esseri umani con la necessità di definire e di indicare il mondo circostante, servono, non ne possiamo fare a meno. Ma sono appunto termini, come dire: strumenti. Abbiamo la parola “tavolo” per definire l’oggetto sopra cui per esempio apparecchiamo per il pranzo, ma per descrivere il tavolo dobbiamo aggiungere degli aggettivi: alto, basso, bello, moderno, antico, di legno, laccato, ecc. La parola “tavolo” e basta non ci dice molto, tranne un’idea che comunque abbiamo nelle nostre definizioni. La parola “handicappato”, allora, non sarebbe così sbagliata se non portasse con sé tutta una serie di aggettivi negativi che la cultura vi ha sedimentato: e quindi persona sfortunata, incapace, per non dire di peggio. La parola “diversamente abile” ha il vantaggio di portare alla luce le qualità positive che comunque permangono nella persona, nonostante il deficit. Ha anche il vantaggio di “pareggiare” un po’ i cosiddetti normodotati con i disabili, perché alla fin fine siamo tutti diversamente abili in qualcosa. Spesso, non posso non ammetterlo, il termine diversamente abile funziona, e davvero alle persone che non si trovano a contatto con la disabilità, o a volte anche alle stesse famiglie di persone disabili, si apre un mondo fatto di possibilità anziché di negazioni. Ma, a volte, questo termine è solo di facciata. È politically correct, anzi è di moda, è trendy. E nello stesso tempo, a volte, è vuoto di significati, oppure, peggio, resta ancorato alla cultura del passato. Perché indica, definisce una persona con deficit, ma non sempre cambia gli aggettivi che ci stanno dietro. E quindi capita che chi usa diversamente abile continui a guardare le persone disabili come dei marziani, si schifi vedendole imboccare da altri, non sappia come relazionarsi, se non con un dislivello asimmetrico, della serie “io sono quello che ti potrebbe aiutare, tu sei quello che ha bisogno di aiuto”. Allora mi viene voglia di essere nel racconto di Cortázar. E preferisco chi usa ancora “handicappato”, ma lo fa in modo genuino, ruspante, senza ambiguità, senza sedimenti culturali, ma solo per indicare una situazione di diversità, semplicemente perché essa è. Ma che poi accetta la disabilità nella sua concretezza, ti porta a fare un giro in città, ti imbocca se ce n’è bisogno, ti sorride, ti abbraccia, ti solleva; ti parla più lentamente se devi leggere sulle labbra; prova ad ascoltarti anche se non riesci a esprimerti bene; prova a farti esperire il mondo, anche se non lo vedi. Preferisco “handicappato” se non si porta dietro nulla, piuttosto che “diversamente abile” e pensare ancora “poverino”. Come preferirei che non ci fosse bisogno di termini più “giusti” per cambiare la mentalità; sarebbe bello cambiarla anche stando sui termini brutti. Forse m’illudo. Ma non manca mai qualcuno che raccolga la lezione che si nasconde in queste frasi delicate.
 

Parole chiave:
Emarginazione