Sul grande schermo - Etica ed estetica delle immagini: quando film e fotografia si incontrano

15/07/2011 - di Luca Giommi

The time of her life di Benedetto Parisi è un oggetto prezioso e particolare. Perché sa provare il piacere di farsi investire e in-formare dall’oggetto che riprende tanto quanto è necessario per riuscire a raccontarlo; a dialogare con esso, senza mai sacrificarlo in nome di un malinteso e sovrabbondante intento artistico. E non retrocedendo tanto da lasciare il campo libero a un’espressione immediata di sentimenti.
In questo senso il film di Benedetto Parisi è un perfetto esempio di stile, se per stile intendiamo non un semplice ornamento del pensiero, ma un modo di essere, la scelta tra tante possibilità, tra una serie di alternative. Non c’è stile dove c’è n’è uno solo, uno stile emerge solo dal confronto, un confronto non astratto, ma piuttosto in situazione. E in questo caso Parisi accetta di fare i giusti passi indietro e di lasciarsi guidare dall’oggetto che intende rappresentare, senza per questo rinunciare a se stesso e alla sua idea di documentario.
Il film prende spunto dalla pubblicazione dell’omonimo libro fotografico realizzato da Leslie Mc Intyre (The time of her life, Roma, Ed. Contrasto Due, 2004), contenente ritratti di sua figlia, Molly, nata con una grave anomalia muscolare, scatti che documentano i quattordici anni di vita vissuti da Molly.
Il film, però, non parla delle fotografie di Leslie, semmai ne fa una parte della struttura narrativa stessa del film. Non le tratta come momenti autonomi, ma come elementi che si inseriscono nella narrazione del documentario, che interagiscono con le immagini filmiche, creando particolari stati emotivi, attimi di pieno o di sospensione. Davvero di questo film colpisce la naturalezza con cui riesce a riprodurre e testimoniare la presenza e la vitalità di parti in dialogo tra loro: in primo luogo quello del regista con Leslie Mc Intyre; poi, quello, passato e presente, di Leslie stessa con la figlia, attraverso le parole, i ricordi e i documenti fotografici; ancora, quello del documentario stesso con le fotografie di Leslie…
Piuttosto il film è la storia di Leslie (di cui vengono ripresi anche attimi di vita quotidiana, dal macellaio, in cucina, nel suo studio fotografico…), la quale racconta del suo momento presente e della sua esperienza passata, del suo rapporto con la figlia e a volte semplicemente di sua figlia, appoggiandosi ai tanti oggetti conservati, ai tanti luoghi frequentati insieme e, appunto, alla forza, allo stesso tempo documentaria, narrativa ed evocativa, dei ritratti fotografici. A volte Leslie divaga, e allora parla della sua famiglia, di sua madre… È un racconto in cui le vicende, le storie personali si intrecciano, non ci sono momenti separati uno dall’altro.
Il documentario sceglie come scenografia i luoghi che madre e figlia erano solite frequentare, risultando quasi un viaggio, non sempre indolore, alla riscoperta di questi stessi luoghi (il giardino pubblico, il parco accessibile vicino alla scogliera gallese…). Se in quei posti Leslie non tornava da anni, in un momento del film lei stessa racconta di come, cercando una nuova casa anni dopo la morte di Molly, girasse quartieri su quartieri e finisse per tornare sempre in quello di partenza. La macchina da presa “segue” gli spostamenti di Leslie che tendono, inevitabilmente a tornare al punto di partenza. Dove infatti ha scelto di vivere attualmente, e dove può capitare di incontrare i vecchi amici di scuola di sua figlia, cresciuti, con i loro progetti e le loro aspirazioni. Con il rischio, e il piacere, di immaginare Molly a quell’età. Lo stesso accade con una fotografia in cui Molly è ritratta di spalle e sembra “una giovane donna. Potrebbe voltarsi e avere vent’anni. Ti sembra di vedere la giovane adulta che sarebbe diventata. È piuttosto difficile per me guardarla: riguarda il futuro che avrebbe potuto avere”. Una qualità, quella di restituirci grumi di tempo, condense di passato, presente e futuro, intrinseca alla fotografia stessa.
Subito dopo, Leslie, a partire dalla forte fisicità dello stesso ritratto, ci parla di come abbia sempre cercato di dare a Molly fiducia nel corpo che aveva, nonostante la sua disabilità. Anche creando (e ritraendo) momenti di distanza, di separazione, in cui la figlia è lontana dalla madre e si muove in una solitudine piena e autonoma.
Il film di Parisi, lentamente, come se passasse al setaccio parole e immagini per trattenere soltanto le più essenziali, riesce a restituirci il tenore dell’esperienza di Leslie. Si avvicina all’oggetto con la dolcezza di chi sa di poterne dare solo un racconto parziale, senza arroganza e invasioni di senso che cerchino di riempirlo con interpretazioni esterne. In altri termini, non ricorre all’accumulo informativo e visivo, ma arriva al risultato (a un risultato) per sottrazione. Un approccio contrario sarebbe stato eccessivo anche a livello visivo, perché avrebbe restituito una eccessiva ridondanza di immagini. Già, infatti, i documenti fotografici sono così perfetti nel ritrarre e testimoniare la vertigine del tempo e delle vicende passate che qualsiasi aggiunta prepotentemente artistica da parte di Parisi avrebbe creato una sorta di cortocircuito insostenibile. A scapito, peraltro, dello stesso scopo documentario, di narrazione, del suo lavoro.
Un film etico, quindi, perché sa rinunciare a ogni ridondanza, scansa il rumore e ci consegna l’essenziale, il fondo, i momenti, i passaggi, la straordinaria esperienza materna di Leslie.
Questa necessità di selezionare eticamente le immagini è la stessa che ha guidato la signora Mc Intyre nella selezione delle fotografie da inserire nel libro The time of her life. C’è un momento, nel documentario, in cui Leslie racconta la difficoltà di scegliere se utilizzare o meno una fotografia, non in base alla sua resa estetica e artistica, ma in base alla capacità o meno di rispettare la dignità di Molly.
L’eticità delle immagini è essenzialmente una funzione del modo in cui queste vengono concepite e realizzate, ma anche di quello che ritraggono, soprattutto se l’intento è quello di documentare la dignità di una persona e della sua esperienza.
Mostrando una fotografia in cui Molly, seduta a terra al sole, assomiglia davvero a un piccolo Buddha che medita, Leslie commenta, con molta semplicità: “Non ti aspetti che una persona disabile possa essere così bella. Non è quello che le persone si aspettano”. Ma attenzione: l’arte, in questo caso, non crea un artefatto, ma svela una realtà oscurata, poco conosciuta, ignorata. L’arte intrattiene un rapporto instabile con la realtà: se ne lascia riempire, la può alterare, ma può anche più cautamente svelarne e metterne in luce aspetti non evidenti. E agire su di essa.

The time of her life:
Ideazione e regia: Benedetto Parisi
Anno di produzione: 2007
Durata: 43’
Tipologia: documentario

Con: Lesley Mc Intyre

Fotografia: Silvia Falanga – A.I.T.R.
Montaggio: Benedetto Parisi
Edizione e assistenza montaggio: Sara Baldini
Supervisione al montaggio: Babak Karimi

Sceneggiatura: Benedetto Parisi

Musiche: Enrico Baldini, Giorgio Parisi, Benedetto Parisi
Traduzioni: Tiziana Iop
Produzione: Aditi di Udine
 

Parole chiave:
Cultura, Tempo libero