Essere disabili nei paesi in via di sviluppo

01/01/2004 - Tommaso Mariotti e Roberto Ghezzo

Che idea hanno in India della disabilità? C’è una differenza tra decifit e handicap in Mozambico o in Mali? E se c’è, per esempio da un punto di vista socio-sanitario, come è vissuta culturalmente e socialmente tra la gente in contesti così diversi, ma non troppo distanti dal nostro? E poi, quali interventi, esperienze, strutture, esigenze compongono l’universo dell’handicap nel Sud del mondo? Interrogativi affascinanti e stimolanti che sollecitano una ricerca che va ben oltre la mera documentazione o informazione, e che saranno oggetto di questa nuova rubrica della nostra rivista. Può essere una ricerca che superi i canoni e i criteri d’interpretazione in cui affoga la nostra cultura, magari cercando di metterli in discussione, nella misura in cui possiamo arricchirli, trasformarli con la bussola di una cultura umana della diversità. L’approccio che cerchiamo, e l’esigenza di questa stessa rubrica, non è semplicemente riportare le esperienze d’impegno, più che di lavoro, con la disabilità in altri paesi, ma è teso ad uno scambio, o meglio, ad un incontro nuovo tra le culture su un terreno assai peculiare come quello delle relazioni con i “diversi”. Perfino questa categoria dei “diversi” forse va un po’ ripensata a partire da un dato fornito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che parla di una stima di 600 milioni di persone in tutto il mondo affette da disabilità. Di fronte a queste cifre parlare di minoranze o di una categoria di persone sembra contraddittorio: è un dato, però, che tra i poveri spesso i disabili sono fra i più poveri, quelli con meno mezzi e possibilità di organizzare un cambiamento, di diventarne protagonisti. Ecco perché la voglia di conoscere e d’imparare, come d’insegnare, che è un patrimonio solido di questa rivista, non si ferma ad uno sguardo verso il Sud del mondo, ma cerca lo sguardo del Sud del mondo, con tutte le differenze del caso, ma che la realtà dei nostri giorni ci sollecita con una forza inedita, che a nostro avviso va colta se vogliamo tendere a migliorare la nostra vita. La manifestazione più evidente è la crescente presenza delle genti del mondo nel nostro paese destinata a aumentare esponenzialmente nei prossimi anni, che è tutt’altro che motivo di preoccupazione, bensì motiva la ricerca di un nuovo incontro nelle diversità, e nel nostro caso di una diversità nelle diversità. Per questo è preziosissimo cercare anche all’origine, nelle culture di provenienza, una possibile strada di comprensione comune e di trasformazione della socialità. Se ci pensiamo bene questa angolazione può risultare molto interessante e stimolante perché apre nuovi orizzonti d’incontro, di studio, di confronto, di scambio, mettendoci nelle condizioni reciprocamente di superare luoghi comuni assai radicati verso quei mondi così vasti, che normalmente percepiamo o con velato disprezzo e conflittualità, o con un occhio assistenziale e terzomondista, cioè entrambi postulando la presunta inferiorità del Sud del mondo. Se questo è vero in generale, figuriamoci per quanto riguarda l’handicap, la diversabilità (anche se crediamo non sia un concetto assunto in altri paesi al momento). In realtà molti progetti ed esperienze “sul campo”, come la riabilitazione su base comunitaria di cui accenneremo più avanti, ci insegnano molto sul terreno socio-educativo, proprio perché alla base si sperimenta la complessità dei rapporti umani in tutta la loro dimensione, che di questi tempi risulta comunque innovativo. La difficoltà di questa ricerca, quindi, non sta solo nel conquistarci una certa umiltà, ma anche nel conoscere ex novo queste esperienze all’interno del loro contesto sociale e culturale, e al tempo stesso provando a generalizzare sulla base del nostro bagaglio d’impegno. Una questione che si presenta immediatamente interessante è capire come si trasforma l’idea, e il vissuto, del deficit e dell’handicap nei paesi in cui esiste in varie forme la guerra. La distruzione per antonomasia crea inesorabilmente handicap in situazioni strutturali già difficilissime, ma soprattutto amplia le forme dei deficit come conseguenza diretta delle bombe, democratiche o terroristiche che siano, fino allo stillicidio delle mine antiuomo, per fare solo un esempio, di cui i Paesi occidentali sono tra i principali produttori e quindi anche responsabili. La presenza delle Ong, ma soprattutto l’impegno di coraggiosissimi personaggi e di realtà associate, spesso fuori da ambiti ufficiali, sono risorse vitali tutte da scoprire e sostenere nell’esordio di una ricerca così complicata, ma necessaria. Per redarre questa rubrica ci faremo aiutare ad esempio dagli esperti dell’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), una Ong con la quale negli anni si è creato un rapporto di amicizia e collaborazione. A loro ci lega la medesima visione “culturale” della realtà dell’handicap, che in particolare si traduce nell’adesione al programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si chiama Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC). Ce lo spiega meglio Sunil Deepak, medico dell’ AIFO: “La filosofia della RBC si può riassumere nel vedere la persona nella sua globalità. Non si può separare ad esempio l’educazione dalla riabilitazione, non dobbiamo occuparci solamente di singoli ‘pezzi’ della persona, come fanno gli specialisti. Dal lavoro, all’aspetto sanitario, dalla partecipazione alla vita quotidiana, allo sport, alla cultura: lo sforzo è di vedere tutte le cose insieme. Lo sviluppo della medicina occidentale ha influenzato la cultura dei paesi più poveri nel senso di dire: basta avere la tecnologia e gli esperti e si può fare tutto. Questo atteggiamento si basa su istituzioni e strutture costose. In realtà c’è poca attenzione alla continuità dei progetti, e l’ultima fase rischia di essere quella dell’arrangiarsi. Quando andiamo nei paesi più poveri siamo abituati a guardare gli ospedali, quanti sono i medici e terapisti, e quando non li vediamo diciamo che non esiste niente. La RBC invece dice che ci sono tantissime risorse: i genitori, gli amici, la comunità che vogliono fare qualcosa, fanno quello che possono, ad esempio vanno dallo sciamano e fanno sacrifici. Se tu dai loro la possibilità di acquisire qualche strumento in più, qualche conoscenza, loro sono pronti a fare qualcosa in più. Non puoi sostituire il ruolo dei professionisti ma ci sono tanti aspetti cui i professionisti non possono dedicarsi: è, diciamo, una riabilitazione complementare.” Ci vengono in mente le parole di Marco Espa, presidente dell’Associazione Bambini Cerebrolesi di Cagliari, che sostiene che la riabilitazione su base comunitaria va sviluppata anche qui nel primo mondo e che abbiamo tantissimo da imparare proprio da alcune esperienze realizzate nei paesi cosiddetti in via di sviluppo.

Parole chiave:
Cultura, Mondo e Terzo Mondo