Essere disabili in Kenya

01/01/2000 - Clement Njoroge (*)

Quando Tom ha iniziato la scuola all’età di sei anni i suoi genitori lo hanno portato alla scuola per ciechi di Thika, una delle più antiche e specializzate di quelle governative. Adesso sta lavorando come insegnante e possiede informazioni di prima mano riguardo alle difficoltà subite dalle persone con disabilità, dato che egli stesso ne ha avuto esperienza e da quando è nato ha escogitato i modi per superarleUno dei problemi è l’attitudine culturale della gente verso ogni forma di disabilità: “I miei genitori erano soliti nascondermi dalla vista di chiunque, loro sapevano che non avrei potuto unirmi agli altri bambini per giocare sebbene io provenga da una famiglia benestante e sia cresciuto in una vita di agi; i miei genitori non mi avrebbero permesso di avvicinarmi agli altri bambini della mia età mentre ero a casa durante le vacanze”.
Ora come insegnante in una scuola superiore Tom attribuisce il proprio successo in campo educativo alla propria determinazione e al duro lavoro. “I miei genitori non capirono che io avevo imparato ad accettare la mia cecità non come una difficoltà ma come una benedizione”.
Tom è soltanto uno dei tanti disabili che hanno rotto la conchiglia della pietà e hanno dimostrato che la disabilità non è un’inabilità.
In Kenya, prima del periodo coloniale, c’erano alcune comunità dove si riteneva che un bambino con handicap soffrisse a causa delle colpe contro un antenato, e il ricorso agli stregoni per stabilire la causa non era cosa rara. Comunque i bambini disabili erano accettati come facenti parte della comunità: essi appartenevano al sistema della famiglia estesa e ne erano accuditi. Diversamente dai tempi antichi, oggigiorno nei centri urbani del paese accade che coloro che sono disabili, in un modo o nell’altro, sono spesso lasciati a occuparsi di attività indesiderabili, come elemosinare per strada o gestire piccoli commerci, ad esempio la vendita di dolcetti, biscotti, sigarette...Questo perché molti di loro hanno una scarsa istruzione, o non ne hanno affatto, che possa assicurare a loro un lavoro migliore e più professionale. Ciò avviene anche perché i finanziamenti nazionali che intendono provvedere alla persona disabile sono spesso non disponibili o male amministrati.

Da Mtu-Watu a Kitu-Vitu

Nei media il pubblico è sottoposto ad un lavaggio del cervello dal costante bombardamento di immagini di ideali commerciali di uomini e donne giovani, attivi e fisicamente perfetti: in questo modo la società priva la persona disabile della sua dignità, del rispetto di sé e lo guarda non come persona ma come individuo oggetto di carità e pietà. Da sempre, inoltre, la letteratura ha contribuito a creare il mito del disabile come persona “diversa” e persino minacciosa.
Questa meccanismo culturale ha a che fare con la percezione della disabilità e la percezione della persona disabile, le quali sono due cose differenti. “In molti casi” dice Miriam Muto, responsabile del progetto con la United Disable of Kenia (UDPK) disabile fisica e stipendiata dal piccolo fondo dell’UDPK, “la percezione della disabilità è la percezione della persona disabile, senza distinzione”. Questo è dimostrato dal linguaggio usato per descrivere le persone disabili in molte lingue africane”. In Kiswahili, una lingua Bantu parlata nei paesi dell’Africa dell’est, la persona disabile viene indicata non con il singolare”Mtu (persona) o plurale Watu” (gente) espressioni che descrivono gli umani e gli animali, ma con “Kitu-Vitu” (cosa-cose) categoria che denota gli oggetti inanimati. Per esempio una persona sorda è “Kiziwi” e la gente sorda (plurale) è definita come “Viziwi”, un cieco è “Kipofu” mentre dei ciechi sono “Vipofu”, un disabile fisico da “Kiwete” diviene “Viwete” al plurale.
Miriam inoltre descrive un altro esteso fenomeno che prevale in ogni società: l’estensione che si fa di una singola disabilità a tutte le altre funzioni e facoltà della persona. Fornisce vari esempi di come vengono visti coloro che hanno diverse disabilità. “Di una persona cieca si pensa che non sia neppure in grado di sentire, di un sordo che non sia capace di viaggiare”. Secondo Miriam, questo tipo di percezione porta a concludere che un disabile sia privo di coscienza, oppure che lui o lei siano poveri di salute, di ricchezza e privi di capacità mentali. La disabilità della persona diviene il centro su cui si focalizza la valutazione negativa, che si estende poi sull’intera persona.

L’immaginazione dell’outsider

Un altro fattore che induce all’esasperazione della disabilità è la posizione di vantaggio di chi non è disabile. E’ il caso del piano urbano di una città non sensibilizzata, per esempio, di fronte al dovere di facilitare i disabili. Non dovendo far fronte alla disabilità direttamente, ci si immagina come deve essere vivere nel mondo di una persona disabile. Queste immagini distorcono completamente le realtà. Tom spiega chiaramente che, per una persona che ci vede, immaginare la cecità senza averla mai vissuta, e quindi non essendo mai passato attraverso un processo di adattamento, lascia tale persona incapace di apprezzare quanto pienamente la vita possa essere vissuta con soddisfazione e divertimento anche con la cecità, piuttosto che con maggiori problemi.
“Concettualmente ogni vedente è nella posizione d’outsider in cui questo fenomeno trova terreno fertile”. Inoltre, secondo Miriam, la comunità, o il pianificatore, che in relazione a questa percezione sente che il disabile ha limitate abilità, pianificherà di conseguenza limitati servizi.
Gli adattamenti ambientali, che renderebbero più abili le persone, di fatto non vengono considerati.
Dall’altra parte le barriere imposte sono usate per provare che le persone disabili non sono abili.
E così avviene che la persona non disabile, in quanto estranea, possa tendere e interpretare in modo sbagliato il comportamento della persona disabile, e perciò a giudicarla come la causa dei propri problemi. Oltre a questo non va dimenticato che le relazioni tra disabili e non, da un lato, e fra uomini disabili e donne disabili dall’altro, sono connotati da emozioni. Queste emozioni avvicinano od allontanano le persone. Le più comuni sono pietà, paura, difficoltà e colpa.
Miriam conclude che il Kenia ha ancora molta strada da percorrere prima che gli handicappati non siano più emarginati a tutti i livelli della società.
(in collaborazione con Roberta Giacobino)

(*) giornalista di Africanews
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Associazione Amani, via Gonin 8, 20147 Milano, tel. 02/412.10.11

Pubblicato su HP:
2000/77