Essere comunità in Angola

01/01/2002 - A cura della redazione

Nell’Africa sub-tropicale, sulla costa dell’Oceano Atlantico, a sud dello Zaire e a nord della Namibia c’é la Repubblica Popolare d’Angola. Indipendente dal 1975, dopo una lunga storia di colonizzazione portoghese, è stata per decenni dilaniata dagli scontri tra gruppi politici e tribali che sono stati sostenuti da potenze diverse, in primo luogo Stati Uniti e Sud Africa a cui faceva comodo la destabilizzazione del governo filosocialista.
Attualmente il paese sta vivendo una fragile pace ma le ferite di tanti anni di guerra sono ancora molto evidenti, basti considerare ad esempio il problema delle mine anti-uomo che sono state disseminate in vaste aree del paese e che provocano il ferimento di tantissime persone, uomini, donne e bambini. I sistemi economico e sanitario sono andati completamente distrutti, nelle città (dove si sono ammassate in cerca di rifugio migliaia di persone sfollate dai villaggi di appartenenza) la delinquenza dilaga e la situazione igienica è pessima.
In questa situazione le uniche strutture cha hanno cercato di lavorare anche nei lunghi anni di guerra sono state quelle missionarie. L’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau (AIFO) dal 1983 sostiene il lavoro sanitario di alcune missioni, in particolare a Saurimo. Molteplici sono le attività portate dalle Suore della Congregazione “Suore Francescane Missionarie di Maria”: evangelizzazione, salute, promozione della donna, educazione. Due suore infermiere si dedicano alle attività di sanità nel Centro Materno Infantile, nel lebbrosario di Camundambala (posto a circa 10 Km dalla cittadina di Saurimo), nel centro per rifugiati dallo Zaire, nel centro per gli sfollati dalla guerra. Alla promozione della donna e dei giovani lavorano due suore che insegnano cucito, ricamo, eccetera, ma trovare il materiale occorrente è molto difficile. Nel campo dell’educazione lavora una suora-maestra, anche lei con molta difficoltà per la mancanza di materiale e i prezzi altissimi. Molti alunni non hanno libri, quaderni, matite e penne. Per il lavoro sanitario le suore riescono ad ottenere una minima quantità di farmaci dallo Stato ed altri dalla Caritas Internazionale ma questi non bastano a rispondere alla richiesta dei malati sempre molto numerosi. Gli ammalati ospitati nel lebbrosario sono in totale 150, oltre a questi il centro sanitario ha alcuni posti letto che mette a disposizione per il ricovero dei casi bisognosi ed ha la possibilità di fornire assistenza specialistica per oculistica e chirurgia ricostruttiva. Nel 2000 sono stati identificati 20 casi nuovi di lebbra. L’AIFO si è impegnata a sostenere la manutenzione ordinaria e straordinaria del centro di salute e dell’area abitativa del lebbrosario.
Per il 2002 l’esigenza più sentita è quella di potenziare il centro sanitario. La Suora Responsabile ha chiesto all’AIFO un aiuto per equipaggiare due sale per le visite e il laboratorio.

Abbiamo intervistato Suor Dionisia Kandeia, responsabile del Centro Saude de Camundambala.

Quale definizione darebbe della comunità nella quale vive?
La nostra comunità si definisce in tre modi: insieme di uomini, donne e bambini segnati fisicamente e psicologicamente dalla storia del proprio passato fino ad essere esclusi e isolati dalla società; un gruppo che per molti anni è dipeso da assistenza e offerte; un gruppo in cui l’analfabetismo occupa molto spazio.

Come lei coinvolge la comunità nel suo lavoro?
Quello che faccio in questo momento è spegnere in loro l’immagine negativa del passato, stimolando ognuno a riconoscere i propri doni, le proprie capacità e la propria dignità (essendo ognuno figlio di Dio).

Quali sono gli strumenti che utilizza per comunicare all’interno e all’esterno?
Per l’interno utilizzo il lavoro come uno dei mezzi fondamentali per valorizzare e dare dignità all’uomo e alla donna. Ciò si ottiene attraverso piccoli progetti autogestiti nella comunità. Altro strumento sono i momenti di confronto periodico interni alla comunità, riflessioni bibliche e giorni di festa che si realizzano nella comunità. Per l’esterno: si promuovono contatti con persone di altri villaggi, attraverso spostamenti, incontri e servizi di apprendistato fuori dal villaggio.

Quali sono i più deboli nella comunità in cui vive, e come vengono coinvolti?
I più deboli nella comunità sono le donne. Le attività sviluppate abbracciano tutti i livelli, coinvolgendo uomini, donne e in particolare i giovani per evitare mentalità arretrate. Questo vuol dire che per ogni settore di lavoro la donna deve partecipare.

Come si comporta se la comunità ha valori diversi dai suoi?
Di fronte a valori diversi dai miei un primo passo è usare la parola rispetto.
Un secondo passo è analizzare ogni singolo caso. Se è positivo ne approfitto per la formazione di autostima. Se è negativo utilizzo una correzione generale attraverso principi morali.

Quali sono le risorse della comunità per arrivare a stare bene (Scannavino direbbe per raggiungere salute ed allegria)?
Utilizziamo un metodo di identificazione dei problemi della comunità e per far questo promoviamo incontri periodici. E’ fondamentale che le attività proposte siano stimolanti, con l’obiettivo di far partecipare le persone e farle sentire utili.

A che punto la sua comunità sta nel cammino di coscienza politica e nella elaborazione di strumenti di lotta? Quali pensa possano essere i prossimi passi in questa direzione?
Nella nostra situazione la comunità quasi si limita ad essere consapevole dei due momenti che si alternano nel nostro paese: guerra o pace.
I prossimi passi nella direzione di una coscienza politica sono favorire la formazione e l’informazione. Per fare ciò vorremmo installare un piccolo generatore che farà funzionare il televisore: in questo modo avremo la possibilità di vedere videocassette nel villaggio. Altro passo fondamentale è la scuola con lezioni intensive di alfabetizzazione: giovani, adulti e adolescenti già hanno iniziato il sei di maggio di quest’anno. Per ultimo stiamo attivando una formazione su tematiche psicologiche che verrà gestita da una consorella.