Donne con le gonne - Equilibri, collisioni. Parole e storie di ragazze migranti

15/07/2011 - di Annalisa Bolognesi

Ero sempre al confine della fantasia
Intorno a me il nulla
Ero sull’orlo dell’oscurità
Intorno a me il nulla
Ero al margine della pazzia
Intorno a me il nulla
Eravamo in due
Ma ero sempre solo io

(Milana Musaeva – Atelier di Scrittura ITCS “Rosa Luxemburg” Bologna, maggio 2007)

C’è chi scrive per raccontare storie, chi scrive per vendere, per informare; c’è chi fa dello scrivere una professione, chi ne ha fatto semplicemente un hobby. Ma per molti, forse per la maggior parte delle persone, scrivere è uno sfogo. Scriviamo per stare meglio. Attraverso la parola e la scrittura prendiamo coscienza di noi, e quei problemi che sembravano inconcepibili ora hanno un corpo e una forma.

Era la fine del 2005 e stavo cominciando a scrivere la mia tesi di laurea sulle seconde generazioni di migranti, quando mi sono avvicinata per la prima volta al libro Verso quale casa. Storie di ragazze migranti di Maria Chiara Patuelli (Bologna, Giraldi Editore, 2005).
Come per altre letture fatte per la mia tesi credevo di trovarvi semplicemente dati e analisi sociologiche riguardanti l’argomento su cui stavo indagando. In realtà c’era molto di più. Il libro non era un insieme di dati, questionari e cifre: conteneva delle storie. Storie di giovani donne di origine straniera che avevano deciso di raccontarsi attraverso interviste e narrazioni. Ma anche storie di un altro tipo: racconti, poesie, sfoghi, scritti sempre da queste ragazze nell’ambito di un laboratorio, un Atelier di scrittura creativa rivolto a studentesse migranti organizzato dall’Istituto Tecnico Commerciale Statale “Rosa Luxemburg” di Bologna.
Ed è proprio dalla lettura del libro della Patuelli, fondamentale per la mia formazione universitaria e non, che ho deciso di approfondire il progetto dell’Atelier.

L’Atelier di scrittura creativa
Come spesso accade per i progetti più interessanti e originali, l’Atelier nasce quasi per caso, in maniera del tutto informale. “L’Atelier è partito nel 2000 – spiega la Professoressa Francesca Milani, una delle fondatrici –. All’inizio dell’anno scolastico alcuni insegnanti si sono accorti che un gruppo di ragazze del biennio, prevalentemente nord-africane, pur non dovendo venire a scuola il sabato, perché le classi prime e seconde hanno lezione solo dal lunedì al venerdì, ogni sabato vi si recavano ugualmente, passando la mattina al bar o in giardino, probabilmente perché, se fossero rimaste a casa, sarebbero state caricate d’incombenze domestiche. Così, per legittimare la loro presenza a scuola, la Preside e alcuni professori hanno iniziato a invitarle, in queste ore, a scrivere di sé e delle proprie esperienze. In questo modo, un po’ informalmente e un po’ per gioco, ha preso il via il laboratorio”. Con il tempo poi l’Atelier si è formalizzato: è stata coinvolta come conduttrice Paola Galvani, una maestra di scuola elementare esperta in scrittura creativa, e il progetto è stato inserito tra le attività pomeridiane extracurricolari della scuola.
Oggi prevede una serie di incontri settimanali, che coinvolgono una quindicina di persone, per la grande maggioranza ragazze. Come spiega l’altra organizzatrice del corso, la Professoressa Giorgi: “Le donne manifestano una maggiore tendenza verso l’introspezione e la comunicazione del proprio vissuto, che nella scrittura può trovare un’efficace forma espressiva”.
Ogni incontro è articolato in tre parti: un momento di lettura iniziale, in cui la conduttrice legge un brano che possa fornire uno stimolo per la scrittura; una fase di scrittura, in cui le partecipanti, sull’onda dell’emozione provata per la lettura del brano, riportano sulla carta le proprie esperienze; e una fase finale in cui le storie scritte in precedenza vengono narrate, condivise nel gruppo e, successivamente, pubblicate in speciali quaderni che contengono gli scritti di ogni anno.
L’articolazione degli incontri fa dunque sì che le partecipanti siano portate a riorganizzare le proprie esperienze in forma di storia, per poterle, nella fase successiva, condividere con gli altri.

Collisione ed Equilibrio
Mi meraviglia come ogni oggetto
Abbia la sua forma e il suo colore
E che le persone siano tutte diverse.

(Simona Avasilichioae – Atelier di Scrittura ITCS “Rosa Luxemburg” Bologna, dicembre 2007)

La narrazione di sé attraverso la scrittura apre in questo modo le porte alla riflessione sul proprio passato, su una condizione di adolescenti chiamate a vivere al confine tra due culture, sulla propria identità, ma, anche, sulla propria diversità.
Con questo non intendo certo dire che scrivere di se stessi sia una sorta di terapia universale, che possa nell’immediato risolvere i problemi di tutti coloro che, per qualsiasi motivo - che siano le origini etniche, una disabilità, l’orientamento sessuale, o altro - percepiscano se stessi come “diversi”, o facciano fatica a prendere coscienza della propria identità e del proprio essere. Magari fosse tutto così semplice! Però certamente scrivere, e soprattutto condividere questi scritti con persone che vivono situazioni analoghe alla propria, può essere molto importante.
E così viene fuori che non si è i soli ad aver difficoltà di ambientamento in questo paese, che quei problemi che pensavi fossero dovuti esclusivamente al tuo carattere, invece riguardano anche altre persone, e che insieme, a volte, si può persino cercare di risolverli. Magari anche attraverso soluzioni originali, come i cortometraggi recentemente realizzati partendo proprio dagli scritti elaborati nell’Atelier, che mostrano ai compagni di scuola, agli amici e alla cittadinanza intera, cosa significhi essere etichettati dalla gente e dai media, o cosa voglia dire lasciare il paese d’origine e trovarsi a vivere in una realtà completamente differente.
Ma non c’è solo questo: scrivere porta anche a una rielaborazione di sé come identità in movimento, a una consapevolezza della propria evoluzione. Come spiega infatti Francesca Milani: “Le biografie inizialmente apparivano contrassegnate da disagi; tuttavia, con il tempo, le protagoniste hanno cominciato a elaborare delle considerazioni più articolate della cultura del paese d’arrivo, a relativizzare quella del paese d’origine e a creare un pensiero originale e nuovo, perché generato dall’incontro tra due culture”. Un processo che chiaramente non avviene senza fatica, senza entrare in collisone con le contraddizioni del proprio essere; perché è proprio da queste collisioni che può nascere un nuovo equilibrio.
“Jinchuan He, una delle primissime ragazze che hanno frequentato il laboratorio – prosegue Francesca Milani – nel suo noto articolo ‘Collisione ed Equilibrio’, racconta proprio del suo percorso. Prima il rifiuto della cultura d’origine, una sorta di senso di vergogna di essere cinese; poi il tentativo di ricercare le proprie radici, fino a chiudervisi e ingabbiarvisi; infine il ritrovamento di un proprio equilibrio. Jinchuan non immaginerà più se stessa come un miscuglio, un insieme indistinto di culture diverse, ma come una macedonia, fatta di tanti frutti differenti, che insieme trovano, però, una loro armonia”.
Io sono come una macedonia, dice Jinchuan nel suo articolo, sono Cinese, ma ho studiato Pascoli, conosco perfettamente la cultura cinese, ma ho letto anche Dante. Io sono questo, questo e questo…”.
 

Parole chiave:
Creatività