Emarginazione e lavoro culturale

01/01/2001 - Vera Negri Zamagni

La società e i suoi movimenti
Ho voluto intitolare il mio intervento proprio “Emarginazione e lavoro culturale” perché il volontariato spesso, anzi quasi sempre, lavora a contatto con l’emarginazione, anche se, lavorando con l’emarginazione, dovrebbe lavorare anche sulle sue cause, che sono molto più generali. Io volevo sottolineare e chiarire questo punto, prima di andare avanti nel discorso che ho preparato: ci sono almeno due concetti di emarginazione. C’è un’emarginazione che non è determinata da motivi fisici e oggettivi, cioè non è legata ad un handicap, in qualunque modo questo sia definito questo handicap, ma è invece determinata da che cosa? Dall’esclusione rispetto a quello che sta succedendo nella società.

Oggi questo problema diventa sempre più serio, perché la società diventa sempre più complessa; capire allora quali sono i suoi movimenti non è una cosa così semplice. È di questo, soprattutto di questo tipo di emarginazione che vorrei parlare; successivamente, alla fine inserirò anche qualche riflessione sull’emarginazione prodotta dai diversi tipi di handicap.

Dunque, parlerò all’inizio di emarginazione culturale e civile: come tutti voi sapete, siamo di fronte a dei grossi processi di globalizzazione, e quindi l’andamento della nostra società, della nostra civiltà, non è più determinato dalle azioni che vengono fatte in un certo luogo – e che quindi sono più immediatamente comprensibili perché siamo collegati a quel luogo direttamente, lo amministriamo magari, comunque ci lavoriamo. Questi processi di globalizzazione sono governati e prodotti da luoghi molto distanti, da entità molto diverse da quelle a cui noi siamo collegati, e da gruppi completamente estranei dal punto di vista della nostra cultura.

Questo è un fatto, ed è anche il motivo per cui spesso ci si lamenta della globalizzazione, anche poi per gli effetti che dà. Di fronte a questo fatto possiamo prendere due strade: una è quella di rifiutarlo, ed è il tentativo portato avanti dai cosiddetti Centri Sociali. Voi lo vedete, non c’è più incontro internazionale dove non si concentri una protesta molto forte.
C’è un tentativo di rifiutare in toto i processi di globalizzazione; o c’è invece un’alternativa, che è quella di cercare di capirli e, potendo, di collegarvisi in una maniera creativa. Ma come si fa a collegarsi, a capire il movimento di globalizzazione e a collegarvisi in una maniera creativa? Questo secondo me è il grande problema culturale di oggi.

Intanto per capirlo bisogna documentarlo propriamente, ed ecco qui che veniamo al punto della documentazione, sul quale non mi esprimerò in termini tecnici perché non sono esperta in documentazione.

La seconda strada, come dicevo, riguarda come reagire creativamente nei confronti della globalizzazione. La globalizzazione ha le sue leggi, appunto, e cercando di comprenderla si vengono a conoscere queste sue leggi. Ormai è chiaro, anche dal punto di vista di una vastissima letteratura che si è ormai introdotta su questo tema, che per avere una risposta creativa nei confronti della globalizzazione bisogna coltivare la diversità. Perché se si offre in una zona la stessa cosa che si offre in qualche altra zona, allora il discorso diventa un discorso di chi costa di meno; e quindi il confronto fra zone che presentano più o meno la stessa offerta di capacità lavorative, di progettualità, è un discorso veramente al ribasso, come le gare d’appalto che voi conoscete bene…

Infatti se non c’è anche un discorso di differenza, di qualità, ci si riduce solo ad un discorso di chi costa di meno, e quindi – lo sappiamo – i processi legati alla globalizzazione producono molto questi effetti di delocalizzazione e, appunto, di coinvolgimento di paesi con bassissimo livello di reddito, bassa remunerazione del lavoro e quindi di spiazzamento. Per cui è ormai assolutamente chiaro che, per poter contrastare e rispondere creativamente alla globalizzazione, ci vuole del capitale umano (e quindi un grosso investimento nell’educazione) ma anche del capitale sociale, e quindi una capacità di collegamento tale per cui ci siano – ripeto – delle offerte di capacità lavorative e di progettualità adeguate.

Faccio un esempio che mi viene dalla mia passata professionalità, cioè quando facevo il professore, e facevo sempre ricostruire dai miei studenti delle storie di imprese o di aree, di distretti industriali, ecc. Fra questi tantissimi casi, un bell’esempio che vi posso portare è quello di Mirandola. A Mirandola c’è un distretto cosiddetto biomedicale, dove circa 2500 persone producono in varie imprese dei prodotti – appunto – che vanno prevalentemente agli ospedali; ebbene queste imprese sono nate lì, non hanno retto dal punto di vista finanziario, hanno avuto dei problemi, sono state acquisite da multinazionali, ma queste multinazionali non le spiazzano da lì, sono ultrafelici di tenerle lì, perché lì cosa trovano? Trovano appunto queste capacità, questa progettualità, questa abilità non solo a far bene le cose che fanno, ma anche a inventarsi sempre qualche cosa di nuovo; e quindi non c’è un interesse, una tendenza, una spinta da parte delle multinazionali a dire “facciamo queste cose in Thailandia”, perché i thailandesi non le sanno fare. Tutto questo è frutto sia di investimenti in capitale umano che di investimenti in capitale sociale. In questo modo, evidentemente, Mirandola non si marginalizza, non diventa un luogo marginale, ma anzi un luogo assolutamente centrale, tanto centrale che appunto è sede di multinazionale; un luogo che quindi ha – come dire – una proiezione a livello assolutamente mondiale, e che quindi è veramente parte creativa e assolutamente valida di questo processo di globalizzazione.


Investire in cultura
Dunque per evitare l’emarginazione ecco l’investimento in cultura; una cultura che, ripeto, è sì una cultura tecnica, ma anche una cultura sociale, perché non si fa niente di produttivo da soli; lo si fa in gruppi, in ambienti che devono essere cooperativi, perché ormai i processi sono troppo complicati. Pensiamo ai grandi laboratori di ricerca, per fare un altro dei tanti esempi: non ci lavora un singolo ricercatore, ma un team che deve andare d’accordo e deve essere collegato. Quindi devono esserci appunto anche investimenti in "socialità".

Quindi, cultura per evitare l’emarginazione, cultura come mezzo per uscire dall’emarginazione, in quei luoghi, in quelle zone, in quei settori, in quegli ambienti dove – per qualche motivo – questa emarginazione invece si è provocata perché non c’è stata capacità fin dall’origine di evitarla. E quindi cultura, perché la cultura fa autocoscienza, fa comprendere, fa emergere la progettualità e produce anche relazionalità, e relazionalità e socialità sono sufficienti e necessarie appunto per evitare questo.

Un altro punto che volevo affrontare è questo: il mondo va verso l’immateriale. La "new economy" è fatta di servizi, è fatta di turismo, è fatta di eventi culturali, è fatta di audiovisivi, di multimedialità, e tutto questo è un ambito che si colloca – appunto – all’interno di una cultura interpretata non solo in maniera artistica, come a volte si tende a fare, ma comunque in maniera vasta, in ambito culturale.

C’è qualche servizio molto materiale, sicuramente, sto pensando ad esempio ai trasporti, ma la grandissima parte dei servizi sono servizi immateriali. Pensate ai servizi finanziari: più immateriali di così!
La cultura diventa proprio la molla non solamente – come dicevo prima – per evitare un processo di emarginazione o per il recupero di certe zone che, ahimè, si sono invece emarginate; ma la cultura diventa ormai l’oggetto che si produce. Quasi tutto quello che si produce è oggi legato in vari modi al mondo della cultura. Quindi è in questo ambito che prevalentemente oggi si genera occupazione e, se si vuole far fronte – appunto – a problemi di disoccupazione, da un lato bisogna evitare l’emarginazione, e dall’altro bisogna capire che ciò che si deve proporre, i nuovi progetti, devono andare verso questo settore.

Gli strumenti con cui si può agire ai vari livelli per promuovere cultura (che spero di avere dimostrato così centrale oggi al mondo) sono vari: ad esempio la scuola, anche se non è l’oggetto delle nostre riflessioni odierne; la scuola, appunto, in tutti i suoi vari livelli, compresi tutti i corsi di professionalizzazione che attraverso la Regione noi sosteniamo in una quantità enorme. Ma anche gli eventi culturali: ormai – lo vedo dal mio angolo di visuale di Assessore alla Cultura regionale – è diventato sempre più importante per i Comuni produrre "cultura", per cui tutti vogliono festival, seminari, incontri. Così in passato al massimo c’erano il museo, la biblioteca, e tutto finiva lì, mentre adesso anche i musei e le biblioteche, molto giustamente, tutti pensano di farli vivere culturalmente. Oggi c'è il museo che si anima e produce degli eventi; e la biblioteca pure, biblioteca che non lavora più solo con il libro, ma lavora come biblioteca multimediale. Quindi avanti con idee, eventi per spiegare, per usare, per fare vedere come si usano i nuovi strumenti e così via.

Certamente anche i cosiddetti centri di documentazione – oggetto dell'incontro odierno – hanno il loro ruolo nella produzione di cultura, ed oggi ci farà piacere sentirlo meglio enucleato. Parlando di centri di documentazione, io ho sempre un timore – ve lo dico con molta simpatia: che questi centri finiscano per documentare qualunque cosa, senza specializzarsi. Secondo me, invece, un centro documentazione deve pur porsi una missione, un obiettivo, perché altrimenti, il mondo è talmente vasto che si corre il rischio di perdersi… É un po’ come andare su Internet: uno entra in Internet e si perde, non sa più da che parte cominciare, butta via il suo tempo; tanto è vero che oggi si fa tutto il lavoro dai portali, per poter condurre le persone a arrivare alla meta senza impiegare una giornata per ottenere le informazioni cercate.

Ecco quindi che oggi io mi aspetto – e seguirò la discussione con piacere – di sentire discutere di questo tema: di come i centri di documentazione si pongano una qualche missione particolare, e con quali strumenti la perseguano.

Grazie.