Effetto integrazione

07/02/2011 - Roberto Parmeggiani
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Le indagini statistiche ci permettono di raccogliere numeri e informazioni relative ad ambiti specifici della società. L’indagine Istat sull’“Integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di I grado, statali e non statali” ci offre buoni spunti di riflessione anche se non soddisfa appieno la domanda: l’integrazione scolastica in Italia funziona?

 

Sono usciti il 19 gennaio scorso i dati Istat sull’“Integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di I grado, statali e non statali”. Secondo l’indagine, relativa agli anni 2008/2009 e 2009/2010, gli alunni disabili presenti nella scuola del primo ciclo sono poco più di 130mila, di cui 73mila nella primaria e circa 59mila nella secondaria di I grado. Nella scuola primaria l’età media si aggira intorno ai 9,7 anni; nella secondaria invece è 13,5 anni, con circa il 20% di età superiore ai 15 anni, cosa che evidenzia un alto livello di ripetenti e, quindi, un uso della scuola come parcheggio in mancanza di servizi territoriali capaci di prendere in carico tali persone.

Un numero così alto di alunni, però, vede una scuola per il 30% con problemi di barriere architettoniche. La situazione è più precaria nel Sud in entrambi gli ordini di scuola, con scale non a norma e con servizi igienici poco accessibili.

Per quanto riguarda gli insegnanti di sostegno, nell’a.s. 2008/2009 (ormai 2 anni fa!) i dati del Miur ne indicano 60.529 nella scuola statale in generale, prendendo in considerazione sia quelli a tempo indeterminato sia quelli a tempo determinato: 33.556 nella primaria e 26.973 nella secondaria. Il numero medio di alunni con disabilità per docente di sostegno è diversificato tra le regioni: dall’1,4 a oltre il 2,5.

Dall’indagine svolta dall’Istat si rileva che, negli ultimi venti anni la presenza di alunni con disabilità ha avuto una crescita considerevole: nella primaria si è passati dall’1,7% del 1989/1990 al 2,6% del 2009/2010; nella secondaria di primo grado si è passati dall’1,9% al 3,3%.

I dati di una ricerca come questa permettono di analizzare la situazione principalmente da un punto di vista quantitativo. Gli alunni disabili aumentano; migliora, pur risultando insufficiente, la situazione dell’accessibilità; rimane ancora alto, con punte negative, il numero di insegnanti di sostegno. Ciò che un’analisi di questo tipo non può valutare, anche perché non è tra i suoi obiettivi, è quanto l’integrazione da numero si trasformi in relazione, perché, in fondo, è tra le pieghe della quotidianità e nelle sfumature degli atteggiamenti che si può valutare come si sviluppa realmente l’integrazione nelle classi delle nostre scuole.

Una cosa simile l’ha detta anche Robert Kennedy, parlando del PIL americano: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni... (Il PIL) misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani”.

Una cosa simile succede con questi dati: ci dicono tante cose su una situazione specifica, ma non ci dicono se possiamo essere orgogliosi dell’integrazione scolastica italiana, perché l’integrazione non sta tanto nei numeri quanto nel suo effetto.

Mi spiego meglio.

È ovvio che l’aumento degli alunni inseriti all’interno della scuola rappresenta un motivo di orgoglio e soddisfazione e ci permette di affermare che ciò è un segno di sviluppo culturale e sociale. Ciò che non ci dice, però, è in che modo questi alunni sono inseriti, se trascorrono il loro tempo scolastico dentro o fuori dalla classe, se e in che modo sono in relazione con i loro compagni, se la loro presenza diventa o meno occasione di valorizzazione della diversità, se gli insegnanti di sostegno sono di sostegno alla classe oppure solo all’alunno disabile.

Quando, allora, possiamo dire che l’integrazione è aumentata?

Forse valutando la sua capacità di insegnare il concetto stesso di integrazione, di permettere un confronto anche difficile ma positivo con l’alterità, di offrire a tutti le stesse possibilità di scoprire e potenziare le proprie abilità.

Questi dati ci servono, ma non bastano. Ognuno è chiamato a calarli nella propria realtà e a chiedersi se ai numeri corrispondono relazioni che producono un effettivo “effetto integrazione”.

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Io invece sono qui: roberto.parmeggiani@accaparlante.it

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