Educazione e scrittura

01/01/1999 - Elena Goldoni

La scrittura è uno strumento essenziale per dare forma all’esperienza educativa e per documentare un’esperienza riabilitativa. “Dare forma a una durata è l’esigenza della bellezza, ma è anche quella della memoria. Ciò che è informe è inafferrabile, non è memorizzabile.”(M. Kundera, La lentezza)L’esperienza lavorativa di chi opera in ambito educativo oppure, più in generale, nelle diverse articolazioni del lavoro sociale, impone una riflessione circa le modalità attraverso le quali descrivere tale esperienza a coloro che non l’abbiano vissuta direttamente. Si tratta di un’esigenza professionale per permettere, come afferma Paolo Jedlowski, alla vita quotidiana di divenire il materiale dell’esperienza. Il nodo concettuale cui si rivolge l’attenzione degli educatori e delle educatrici è rappresentato dal passaggio da informazione a conoscenza, dal modo cioè di descrivere una situazione, un caso, e la possibilità che ciò divenga oggetto di conoscenza. La scrittura può essere uno strumento adeguato per tale fine.
Nel corso della storia vi sono esempi di come eventi, quindi informazioni, attraverso la scrittura continuano a trasmettere conoscenza e quindi in modo indipendente dalla loro immediatezza forniscono chiavi d’interpretazione della realtà. In modo analogo, la scrittura in educazione deve essere attenta al passato, perché la storia di un handicappato, o di un tossicodipendente, è fondamentale e di ciò si deve avere lucida consapevolezza; tuttavia proprio nella storia, in una sua rilettura attenta si possono trovare le risorse per una tensione verso il futuro. Per questo motivo allora appare importante imparare a “scrivere la storia” per chi opera nell’ambito del sociale eliminando inoltre il pregiudizio secondo il quale la scrittura è una dote innata.
Scrive Primo Levi nella prefazione a Se questo è un uomo: “Il bisogno di raccontare agli “altri”, di fare gli “altri” partecipi, aveva assunto tra noi, prima della liberazione e dopo il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore.” La liberazione cui Primo Levi fa riferimento può in educazione, a mio avviso, potere essere tradotta nella liberazione dal dato immediato, dalle implicazioni emotive che un intervento presuppone, oppure dalle differenti categorie di interpretazione della realtà che ciascuno assume, necessariamente, poiché sono diverse le storie di formazione. La scrittura dell’esperienza educativa è quindi uno strumento che può agevolare questa liberazione creando i presupposti necessari ad un’ulteriore elaborazione sotto il profilo teorico che non riguarda soltanto l’esperienza in questione ma che si offre anche come utile spazio di riflessione sui caratteri della propria professionalità. Esiste una notevole differenza tra il fare esperienza e l’avere esperienza, sempre secondo Jedlowski, ed è esattamente in questo scarto che si individua la possibilità di non limitarsi al fatto in sé ma di rivestirlo di un altro significato accessibile ad altri mediante l’utilizzo della scrittura.
La parola è perciò l’oggetto su cui poter lavorare e ciò di fronte a cui porsi degli interrogativi.

Scrivere e descrivere

Per meglio comprendere il senso di quanto affermo rievocherò un’esperienza seminariale dal titolo “Il lavoro interdisciplinare sul caso” condotta in contesto universitario: la consegna ricevuta consisteva nella presentazione di un caso, scelto dalle partecipanti e dai partecipanti sulla base delle nostre esperienze personali; in riferimento alla storia personale di una ragazza si utilizzò l’aggettivo disinteressati per descrivere l’atteggiamento dei genitori. L’intenzione era stata quella di descrivere in modo immediato l’atteggiamento dei genitori, così come era stato percepito dagli operatori, senza però esplicitare chi era l’autore di tale giudizio. Il nostro errore fu quello di trasformare il nostro obiettivo iniziale, ovvero una descrizione, in una valutazione senza chiarire le fonti utilizzate per giungere a tale interpretazione. In tal caso sarebbe stato opportuno, da parte nostra esplicitare che “gli operatori e le operatrici considerano disinteressati i genitori di...”. Il nostro particolare contesto di lavoro, limitò il tentativo di acquisire più informazioni, tuttavia questo può suggerire istanze delicate da tenere in considerazione nelle relazioni che si stabiliscono con le persone con cui si opera. Il modo in cui acquisiamo e trasmettiamo le informazioni che emergono dall’esperienza quotidiana è sempre fedele alla realtà o, inconsapevolmente, le interpretiamo? La fedeltà si persegue con precisione di particolari, attenzione alle piccole cose, ai gesti quotidiani, e per fare questo è necessario tempo da dedicare alla descrizione attenta, in un ottica che s’ispira allora ai narratori e nella consapevolezza che si parte sempre da un punto di vista che è quello di chi scrive. Una delle competenze fondamentali di un educatrice o di un educatore, infatti, è quella di far parlare anche chi non ne è in grado ed è innegabile che si tratta di una responsabilità deontologica che esclude l’idea di una scrittura documentativa esclusivamente formale e che obbliga pertanto ad un’analisi della propria modalità di trasmissione dell’esperienza educativa.

Lettori di se stessi

La figura di Nuto Revelli rappresenta un esempio di come sia possibile dare voce a chi non ne ha la possibilità e quindi può offrire un contributo al tema di cui ci occupiamo. Egli dopo essere stato comandante degli alpini nella campagna di Russia fu comandante partigiano e negli anni sessanta si occupò della raccolta di testimonianze di contadini del cuneese. In merito al suo operato sostiene: “E’ tutto qui il senso della mia ricerca, nel dare un nome e un cognome ai “testimoni”, nel rispettare, senza mai forzare, senza mai distorcere, i loro discorsi. Le testimonianze sono un libro a sé , un documento leggibilissimo anche senza alcuna chiave di lettura. Ma il discorso che ho recepito lungo l’arco della ricerca è molto più ampio di quello che esce dalle testimonianze. Ho intervistato duecentosettanta contadini ma ho avvicinato almeno un migliaio di persone. Ecco perché giudico non necessaria ma nemmeno inutile una mia interpretazione delle testimonianze, una interpretazione che tenda soltanto a far emergere i “grandi temi” così ricchi di suggerimenti, di proposte, di inviti ad allargare e approfondire i discorsi.”
I “grandi temi” che il lavoro in educazione solleva quotidianamente possono emergere in modo immediato nella scrittura dell’esperienza ma per fare ciò è necessario autoeducarsi, esercitarsi, non accontentarsi per divenire ciascuno il più esigente lettore di se stesso.

Riferimenti bibliografici:
(a cura di) A. Chiantera, E. Cocever, Scrivere l’esperienza in educazione, Clueb, Bologna, 1996.
Nuto Revelli, Il mondo dei vinti, Einaudi, Torino, 1977
ID., L’anello forte, Einaudi, Torino, 1985.
ID., Il disperso di Marburg, Einaudi, Torino, 1994.
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1958.