Educatori, santi e levrieri

01/01/1995 - Sandro Bastia

Essere educatori è un lavoro difficile, faticoso. Certo non è l'unico ma rispetto ad altri presenta una particolarità che a prima vista può sembrare un vantaggio: chi conosce poco e nulla degli educatori ama rappresentarsi questa attività come un lavoro di pura dedizione e sacrificio, di sofferenza, silenzio e comprensione. "Bisogna proprio esserci portati" alzi la mano chi non se lo è mai sentito dire, assieme al corollario "Io non ce la farei". Si è scambiati per missionari o idealisti, si ottiene all'istante una patente di "bontà e purezza" spendibile anche in altri settori.

Questo ha certo qualche lato utile, ma alla fine ci si ritrova racchiusi in uno stereotipo, santificati e quindi considerati "pronti al sacrificio".
Non sono solo gli educatori ad essere scambiati per santi. Jean Claude Schmitt ha ricostruito la storia di San Guinefort. La storia è quasi incredibile. Siamo nel dodicesimo secolo, all'interno di un "castrum" signorile. Un cane salva un bambino ancora in fasce che mentre dorme nella culla viene assalito da un serpente. All'arrivo del padrone, un nobile cavaliere, il cane viene scambiato per l'assalitore e ucciso all'istante a colpi di spada. Più tardi viene scoperto il corpo del serpente ed il padrone, colto da rimorso, seppellisce il cane con grandi onori.
Il luogo della sepoltura diviene in seguito luogo di guarigione per i bambini "scambiati", ammalati di malattie sconosciute, diversi dalla nascita. Questi venivano sottoposti ad alcune prove, quali l'immersione nell'acqua gelida del fiume o il "lancio" attraverso gli alberi. Si pensava infatti che quei bambini fossero stati "scambiati" da demoni maligni: se sopravvivevano venivano riconosciuti come i bambini reali, se morivano invece significava che i demoni se li erano ripresi. Alla leggenda, con il passare degli anni, si sostituì mano a mano il culto di San Guinefort, santo, martire, guaritore di bambini. Sette secoli dopo troviamo il cane rappresentato sotto sembianze umane e venerato come santo.
Il tema dei bambini scambiati, "changelins" è interessante. E' facile riconoscere nei bambini scambiati dei bambini handicappati. E' una figura che si presenta spesso anche nelle fiabe e che ci fa supporre che, durante il medioevo, il trattamento riservato ai bambini handicappati non fosse molto "tenero".
San Guinefort potremmo allora con un po' di fantasia pensarlo come un educatore del medioevo: a lui ci si rivolgeva, un po' come accade oggi, per la "diagnosi" del bambino e al tempo stesso per la "cura" che poteva solo avere esiti fausti o infausti, senza mediazioni.
Il mio parere è che le cose da allora siano cambiate di molto. Certamente ci si prende cura dei bambini handicappati in modo assai diverso, molto più civile e rispettoso. Ma allora come oggi c'è l'idea che solo santi-educatori possano e debbano pensare al problema. Uno dei modi per affrontarlo è "girare il mondo" alla ricerca di una magia miracolosa. Ai santi-educatori si chiede di far guarire...
Non è solo agli educatori che ci si rivolge, anzi di solito questo avviene solo dopo diversi tentativi. Si parte dai medici, ricercatori, psicologi, psichiatri, istituti, guaritori, persone che assicurano di avere trovato il metodo rivoluzionario che va bene per tutti. Gli educatori arrivano dopo e sono più spesso legati alle funzioni di custodia, di vita quotidiana, di apprendimento, magari scolastico. Vengono chiesti risultati valutabili, visibili, tangibili, per arrivare poi a dire di lui: "E' così bravo... ha una gran pazienza... non so come faccia... si vede che c'è portato!".

Quando l'educatore si trasforma in assistente di base

Questo modello funziona bene con i bambini, quando la crescita e le aspettative di cambiamento che gli sono connesse vengono soddisfatte. Le competenze così sono riconoscibili, si riesce a capire quale è il lavoro che l'educatore svolge: aiuta il cambiamento. Ma poi, quando l'età adulta o la gravità nascondono i cambiamenti - che comunque ci sono - oppure con il sopraggiungere della vecchiaia l'educatore perde di significato. Si trasforma e nell'immaginario diventa "l'assistente" che pulisce a dà da mangiare. Il legame con la quotidianità resta, ma le mansioni riconosciute si riducono.
Da santi martiri che combattono per strappare un individuo a quell'oscura malattia a cui corrisponde il deficit si diventa addetti alla sussistenza fisica, annoiati esecutori di un lavoro che è pura manualità. Credo che anche dal tono delle mie parole si capisca che io non condivido - so di non essere il solo - questa lettura del problema che però non è propria solo dei "non addetti ai lavori". Mi sembra invece con profonde radici nella nostra cultura, quindi anche in quella degli stessi educatori.
La divisione delle competenze, ad esempio educatore-assistente di base; insegnante di classe-insegnante di sostegno-educatore ecc. è per molti un elemento indiscutibile, tanto da essere riconosciuto a livello legislativo. La persona diventa utente ed è sottoposto ad una serie di "trattamenti" da diverse persone: le competenze si separano. L'importante è il "trattamento", poca invece l'attenzione al progetto e alla sintonia tra i vari interventi. Quando poi l'utente è anziano o con un deficit grave l'attenzione è ancora più mirata sui "trattamenti", come ad esempio può accadere in alcune case di riposo, dove la persona vive perfettamente servita, pulita e riverita, avendo però attorno il deserto di relazioni umane. Si finisce cioè con lo spostare l'attenzione tutta sul fare, perdendo di vista la responsabilità verso l'individuo.

Responsabili per il contingente e per il progetto

Il lavoro in questo tipo di servizi è molto faticoso e difficile da sostenere per molto tempo. C'è il problema del ricambio frequente del personale, dei turni, del passaggio delle consegne, della fatica e "restare sensibili" in situazioni così difficili. La mia ipotesi è che la lettura del lavoro sociale "alla Guinefort" origini poi sia organizzazioni di questo tipo che i conseguenti problemi a viverle ed a lavorarci all'interno.
"Con ogni bambino che viene partorito, l'umanità ricomincia il suo cammino sotto il segno della mortalità; e in tal senso è in gioco qui anche la responsabilità per la sopravvivenza dell'umanità (...). All'insegna di quella responsabilità (di chi lo ha generato, nda) (...) sussisteva sì (supponiamo) il dovere di generare un bambino, ma non il è proprio a questo, nella sua unicità assolutamente contingente che si rivolge adesso la responsabilità" (Hans Jonas, 1994, p. 167).
Hans Jonas suggerisce il paradigma del lattante per comprendere la responsabilità: accudire, allevare un lattante comporta delle responsabilità che partono da un dover essere immediato, contingente. Il lattante ha bisogno di cure, da effettuare nel momento in cui sono richieste, che non possono attendere (la delibera, la malattia, le ferie, la finanziaria ecc.), altrimenti muore. La responsabilità del genitore è su due piani che tiene presente comunque: il piano del dover essere presente in quel momento e con quel bambino, suo figlio, condizione necessaria (ma non sufficiente) alla realizzazione del secondo piano, la crescita di un individuo adulto autonomo.
Per ottenere questo la presenza di "santi educatori" è poco utile, necessitano piuttosto tante, piccole e grandi, quotidiane e costanti assunzioni di responsabilità. Una presa in carico... col cuore che però non si deve limitare a fare le cose che sono migliori per il proprio "utente" rispetto al quotidiano. Questo è solo un piano dell'esempio, quello legato all'essere, al contingente. Oltre a quello c'è il piano del progetto. E' un piano che riguarda entrambi, educatori e utenti. Facciamo un esempio: continuare a lavorare nelle condizioni precarie in cui tante volte ci troviamo costretti, subirle silenziosamente perché "tanto non cambia niente" mi sembra sia anche un segnale di poca responsabilità verso i propri "lattanti" costretti a vivere assistiti da "santi" ed insieme a loro relegati fuori dalla società vera, relegati al ruolo quasi di "icone", senza spessore e senza l'identità di persone.

Bibliografia

- Francoise Dolto, "Le parole dei bambini", Mondadori, Milano, 1988
- Hans Jonas, "Il principio di responsabilità", Einaudi, Torino, 1994
- Jean Claude Schmitt, "Il santo levriero", Einaudi, Torino, 1982

Pubblicato su HP:
1995/46