Educatori e linguaggi

01/01/1996 - Marco Grana


Il linguaggio degli educatori: un codice tra i codici

Ogni professione, notoriamente, ha un suo linguaggio definito da unvocabolario specifico, una certa grammatica, un contesto al quale è legato daisignificati e nel quale è riconosciuto valido dagli attori che lo utilizzano.All'interno di un linguaggio professionale generale possono esistere deilinguaggi più ristretti parlati all'interno di un gruppo particolare diprofessionisti.
Questo vale, in linea di principio, anche per gli educatori professionali, manon appena ci si avvicina all'argomento ci si accorge che il tentativo diidentificarne vocabolario e grammatica è votato ad alcune difficoltàspecifiche.

Difficoltà storico culturali

Anche se non è corretto dire che il lavoro educativo sia qualcosa di nuovo,è vero che allo stato attuale è ancora qualcosa di non sufficientementedefinito, basti pensare al fatto che nel 1996 non è ancora previsto uninquadramento legislativo della figura e delle mansioni dell'educatoreprofessionale. D'altra parte la storia di questa professione è la storia delpassaggio della funzione di cura e di aiuto dalla famiglia o dalle istituzionicaritatevoli a soggetti e istituzioni dalla natura completamente diversa (Usl,cooperative, agenzie, associazioni) che operano in ambito diverso (da quellofamiliare o comunque dell'appartenenza a quello lavorativo) con stili e finicompletamente diversi, e quindi con una stratificazione di riferimenti culturaliestremamente eterogenea. L'esempio più notevole è fornito dalla compresenzadegli educatori provenienti dal volontariato cattolico o dall'impegno politicodi sinistra e quelli che semplicemente ad un certo punto della ricerca di unlavoro si sono imbattuti in una opportunità occupazionale.

Difficoltà legate al contesto

Qui il problema è ancora più complicato. L'indefinitezza legislativa eculturale sopra esposta provoca (almeno in parte) una situazione disubalternità dell'educatore rispetto alle altre figure professionali da cuinormalmente è circondato: lo psichiatra, lo psicologo, il pedagogista,l'assistente sociale. Queste figure dispongono di un loro linguaggio e loparlano; l'educatore, che da una parte si trova in mezzo (tra tecnici e utenti,tra famiglie e istituzione), dall'altra si trova al di sotto (dei tecnici), sitrova facilmente ad assumere in modo piuttosto acritico frammenti, parti,segmenti dei loro linguaggi. Così, per esempio, si ritrovano educatori chepiuttosto che descrivere un comportamento emettono una diagnosi, o ancora dipiù che faticano a formulare una certa domanda perch‚ non riconosconodignità alle parole (e quindi mancano dei concetti corrispondenti) che servonoa identificare un problema all'interno di una situazione quotidiana.

Difficoltà strutturali

Si tratta di un problema di carattere epistemologico: il linguaggio che glieducatori impiegano per dire deve avere un riscontro e nascere nella prassiquotidiana. Questa prassi è definibile in primo luogo come vicinanza e contatto(o contenimento e cura se si preferisce) con il cambiamento, con la sofferenza,con la diversità, con il bisogno. Ciò significa che il contenuto principaleche il linguaggio degli educatori veicola è una fluttuazione di emozioni,sentimenti, ansie, paure e desideri, da un soggetto a un altro. Quando uneducatore dice il suo lavoro non parla di oggetti separati da s‚, ma parla diqualcosa che si dà tra s‚ e un altro, dice anche di s‚.
Per avvicinarsi al linguaggio degli educatori occorre quindi in primo luogopartire dai soggetti che ruotano intorno agli educatori, perch‚ è a questiche l'educatore dice, e sono questi che all'educatore dicono; in secondo luogooccorre interrogarsi sulle implicazioni della specificità della situazioneeducativa.

Il linguaggio dei tecnici

Il linguaggio dei tecnici è per definizione tecnico/scientifico. E' cioèsufficientemente astratto e denotativo perch‚ lo si possa utilizzare incontesti differenti e indipendentemente da un individuo particolare. Persemplificare la comprensione, si può opporre il tecnico all'artigiano: iltecnico può trasmettere il suo sapere attraverso il linguaggio perch‚ tuttoquello che sa o fa è definibile a parole e concetti, l'artigiano no,l'artigiano può trasmettere il suo saper fare solo attraverso l'esempio,l'imitazione e l'osservazione prolungata dell'allievo. L'artigiano non esauriscequello che lui sa fare nel linguaggio verbale. Questo succede perch‚ nellavoro dell'artigiano è presente una componente di corporeità e di esperienzaspecifica che non è trasmissibile a parole.
Il linguaggio tecnico/scientifico ha anche altre caratteristiche: è preciso, ècoerente, consente di identificare chiaramente e quindi distinguere il soggettodal suo oggetto, consente di formulare ipotesi e di verificarle, porta adanalizzare la realtà in modo operativo, cioè in modo da poter intervenire sudi essa per modificarla intenzionalmente.
I tecnici dei servizi educativi in genere sono psichiatri, pedagogisti,psicologi. Dire che i rispettivi linguaggi corrispondano esattamente a quantodetto sopra sarebbe una forzatura, tanto più che in alcune di queste disciplineesiste una seria riflessione a carattere epistemologico che investe anche iproblemi a cui si fa riferimento. Rimane comunque vero che, almeno formalmente,i tecnici dei servizi educativi dispongano di linguaggi codificati ericonosciuti, fatti di teorie, ipotesi e dizionari.

Il linguaggio dell'istituzione

Per istituzione si intende qui l'istituzione pedagogica o terapeutica. Il suolinguaggio è per definizione quello dei progetti, degli obiettivi e dellestrategie e di norma è un linguaggio scritto. E' quindi un linguaggio rigido,contestualizzato, specifico e per quanto possibile, operativo.
Il linguaggio dell'istituzione ha due implicazioni fondamentali: consente diverificare costantemente ciò che si sta realizzando confrontandolo con ciò chesi aveva intenzione di realizzare e quindi dà la possibilità di correggerel'azione nel suo corso.
Crea una doppia illusione sul tempo: da una parte la scrittura, la definizionedi procedure, di passi successivi, di obiettivi, producono un oggetto (illavorare e l'oggetto del proprio lavoro) che si blocca all'immagine che ne vienedata ad un certo momento (cioè al momento della stesura del progetto).Dall'altra la logica progettuale porta a ragionare come se fosse possibile unagradualità, mentre i processi di apprendimento e di cambiamento (a cui fannoriferimento gli educatori) non sono quasi mai graduali, n‚ seguono una logicariconoscibile; al contrario sono spesso improvvisi, contengono una certa dose diviolenza e sono spesso difficilmente comprensibili.
Per il lavoro degli educatori il senso della presenza di un progetto non èsemplicemente di carattere produttivo: il fatto di avere cioè un riferimento inqualche modo oggettivato con cui confrontarsi non dovrebbe rispondere solo aduna logica di razionalizzazione della produttività, come potrebbe essere in unafabbrica di automobili, ma dovrebbe rispondere alla necessità di mantenere unriferimento terzo rispetto a tutte le soggettività coinvolte nel processoeducativo. Dovrebbe avere cioè una funzione molto simile (ma ad un altrolivello) a quella del quadro normativo esplicito che definisce il setting o ilcontesto nel quale si lavora. In questo preciso senso il progetto, o la semplicedefinizione degli obiettivi e delle strategie, sono strumenti utili edessenziali, ma a condizione che oltre ad essere punti di riferimento, sianoanche oggetti criticabili, così come devono poterlo essere le varie istanzesoggettive. Il limite e la difficoltà del linguaggio dei progetti sta nella suaforma e nella sua storia: è scritto, è per forza di cose unidimensionalerispetto alla realtà da cogliere (tutto è descritto in termini dibisogni/risorse, problemi/soluzioni, obiettivi/strategie) e quindi la semplificaindebitamente. Per queste sue caratteristiche è difficile da criticare.

Il linguaggio delle famiglie

Vi è un altro soggetto importante che, essendo coinvolto nella realtà dellavoro degli educatori, li attornia. E' il soggetto che delega le sue naturalifunzioni di cura, di educazione, di aiuto, di vicinanza. In genere questosoggetto è la famiglia. Essa però è anche il luogo sociale di sintesi di unsoggetto più grande o almeno di altri soggetti che si incrociano con essa: ilquartiere, il paese, la scuola, il gruppo di amici, i vicini di casa, il luogodi lavoro. In altre parole è il sociale. E' quella parte specifica di sociale acui appartiene l'utente, ed è quello stesso sociale a cui più genericamenteappartiene l'educatore, e ancora lo stesso che più genericamente produce elegittima l'istituzione.
La famiglia che delega in realtà non è solo la famiglia, ma è la famiglia,più il vicinato, più il datore di lavoro, più il gruppo di amici; essi non silimitano a chiedere qualcosa per la persona handicappata, tossicodipendente,folle, chiedono qualcosa anche per se stessi. Chiedono per la precisione checessi o diminuisca la fatica di una vita con un figlio completamente dipendente,che cessino i furti in casa o il terrore-desiderio di una morte improvvisa, checessi di essere visibile lo scandalo della follia, cioè della negazioneeffettiva e attuata della normalità. La dimensione sociale di questo soggetto,il suo potere legittimante sia indirettamente nei confronti del ruolodell'educatore, sia direttamente nei confronti dell'istituzione, fa si chequesta seconda domanda sia in realtà un mandato, ed in particolare un mandatoche è interiorizzato anche dall'educatore dal momento che egli stessoappartiene a questo sociale.
Il mandato e la delega sono due atti sociali e comunicativi che, nellospecifico, implicano posizioni relazionali differenti. La delega si conferiscedal basso: una famiglia chiede ad una istituzione di occuparsi di un suo membroe, qualche volta, ha un piccolo margine di contrattazione; ma maggiore è il suobisogno e maggiormente dovrà accettare le condizioni poste dall'istituzione.D'altra parte se è vero che è il sociale a legittimare l'istituzione, allorale richieste che questo fa per s‚ (che sono fondamentalmente di ripristinodella normalità) assumono il valore di un mandato, mandato per il qualel'istituzione era nata, mandato che l'educatore ha già interiorizzato, mandatoche pone la famiglia in una posizione di superiorità rispetto all'istituzione.
Di qui due ipotesi: questo trovarsi contemporaneamente up e down sia da partedella famiglia, sia da parte dell'istituzione è all'origine di una serie diproblemi di rapporto tra questi due soggetti. L'interiorizzazione da partedell'educatore di un mandato contemporanea alla assunzione di una delegaall'interno del suo ruolo provoca anch'essa una serie di atteggiamenticontraddittori, se si è in assenza di una consapevolezza critica del propriolinguaggio e del proprio ruolo.

Il linguaggio degli educatori

Il linguaggio degli educatori, quello cioè che gli educatori usano per dire,è dunque un insieme eterogeneo e tendenzialmente disarticolato di altrilinguaggi.
Il linguaggio ordinario che potremmo definire una "riserva di buonsenso" che a volte è necessaria e utile e altre volte è di impedimentoalla comprensione e all'azione.
Il linguaggio dell'istituzione che emerge con evidenza quando si comincia aparlare di verifica degli obiettivi o di protocolli di osservazione.
I linguaggi tecnici della pedagogia, della psicologia (in particolare quellasistemica), della medicina, del diritto, qualche volta della sociologia e dellapsicanalisi.
Ma insieme a questi linguaggi esiste almeno in stato embrionale un linguaggiospecifico degli educatori?
Interrogarsi sull'esistenza di un linguaggio specifico degli educatori significainterrogarsi sulla specificità dell'oggetto del loro lavoro. Il lavoro deglieducatori è in primo luogo un lavoro di relazione che risponde albisogno-desiderio di relazione nel presente di una persona.
Il linguaggio degli educatori è quello capace di comunicare ed esprimerequalcosa che si dà nel presente, dove il presente è il presente di unarelazione tra persone o gruppi, dentro un contesto che è allo stesso tempoistituzionalità e quotidianità.
In questo linguaggio la descrizione precede la spiegazione, la connotazioneprecede la denotazione, la memoria è più utilizzata dell'astrazione, laspiegazione è più una ricerca di significati che di cause, la denotazioneserve più a rendere possibili dei confronti che a emettere delle diagnosi oincasellare i fenomeni in categorie.
Il linguaggio degli educatori, diversamente da quello dei tecnici, non tende acategorizzare ma a descrivere, non identifica con precisione un oggetto maaderisce alle fluttuazioni della relazione tra s‚ e un altro; non spiega unepisodio ma lo racconta; l'educatore, per dire, sforza la memoria, il tecnicosforza la sua competenza a collegare informazioni che stanno su differenti pianidi astrazione; ma la cosa enormemente più importante è che il soggettoeducatore che dice, dice di s‚, anche se di s‚ in un altro momento.
Un esempio: per il tecnico la parola "contenimento" indica una seriedi azioni che hanno un determinato scopo: una interpretazione ben data ad unutente molto ansioso può avere una certa capacità di contenimento, così comepuò averla una benzodiazepina o il comportamento rassicurante di un educatore.
Per un educatore "contenimento" è un fatto più o meno quotidiano chesi dà tra s‚ e un altro e che è prodotto da, comporta, e rinforza un climadi vicinanza e di reciproca comprensione. Quando un tecnico parla dicontenimento parla o di un concetto o di uno strumento; quando ne parla uneducatore, questi parla di s‚, o, per essere più precisi, parla di unaqualità o di uno stato della sua relazione con l'utente.

La comunicazione tra educatori e famiglie

Un secondo esempio nel settore della tossicodipendenza è una tipica esemplicissima domanda che i familiari rivolgono agli educatori e che mette glieducatori in estremo imbarazzo: "come sta mio figlio?". L'idea di starbene per un familiare deve corrispondere più o meno ad una condizione di unacerta serenità d'animo, di ragionevole rispetto delle condizioni richieste perla permanenza e di un buono stato di salute. Nei servizi residenziali per latossicodipendenza non solo è piuttosto rara la compresenza di queste trecondizioni, ma è certo che ove queste fossero la norma, i servizi stessi nonavrebbero ragione di esistere.
Inoltre, nella visione dell'educatore, la famiglia del tossicodipendente èquasi sempre una parte importante del sistema patologico ed è parzialmente eimplicitamente utenza presa in carico.
Per l'educatore la domanda che potrebbe corrispondere a "come sta miofiglio" è "questo utente si sta impegnando?". Un utente che siimpegna o che si sforza all'interno di un centro residenziale pertossicodipendenti è una persona che non sta affatto bene, che probabilmente ènervosa e non dorme la notte, ma che impiega le sue energie per costringere sestesso a rimanere all'interno di una situazione normativa e relazionale per luidifficilmente tollerabile.
Bisogna rilevare che gli educatori in genere si rivolgono alle famiglieutilizzando il linguaggio in termini professionali per comunicare delleinformazioni; invece le famiglie si rivolgono agli educatori in terminiaffettivi per ottenere una attenzione particolare e personalizzata per i lorofigli, per rinforzare una immaginaria o reale collusione che di volta in voltaha come "nemico" o l'utente-figlio stesso, o l'istituzione vista comecattiva, o un certo psichiatra incapace, o un altro educatore. Qui non si trattatanto di sottolineare gli scopi di questi linguaggi, quanto piuttosto disottolineare la differenza e l'incomunicabilità dei registri che vengonoutilizzati: professionali e distaccati gli educatori, affettivi e personalisticii familiari.

Il rapporto con gli utenti

Un'altra direzione del dialogare degli educatori è quella che conduce agliutenti. Il loro linguaggio è apparentemente identico a quello dei familiari; sitratta di una semplificazione dovuta al fatto che non si dispone delle categoriecapaci di leggere e schematizzare il linguaggio della sofferenza, o delladebolezza. Occorre prendere in considerazione un'idea presente in questolinguaggio e confrontarla con quella (non) corrispondente degli educatori:l'idea di cambiamento.
Per gli educatori l'idea di cambiamento si articola fondamentalmente su duepoli: uno è la "devianza", l'altro è la "normalità". Inmezzo ai due poli c'è un iter terapeutico, un progetto pedagogico, una stradadi cambiamento.
La devianza può essere uno stato di sofferenza, di insufficienza di competenze,di insufficienza di risorse. La normalità è un idea di salute in genere nonmeglio precisata, ma affidata appunto ai significati intuitivi e non criticatigià presenti nel linguaggio. Gli educatori in genere sanno per esperienza cheil processo di cambiamento è doloroso, ansiogeno, ha poco di romantico e moltodi antipatico.
Per l'utente l'idea di cambiamento è a due livelli, uno superficiale e unoprofondo. A livello superficiale il cambiamento è il passaggio da uno stato dimalessere/insufficienza ad uno stato di benessere/sufficienza. In questa idea èmolto presente la percezione della sofferenza in atto mentre in genere èassente la consapevolezza della sofferenza o della fatica insita nel processo dicambiamento, sofferenza-fatica che è di tipo nuovo e quindi spaventa anche dipiù. A livello profondo il cambiamento è un cambiamento di identità, e uncambiamento di identità equivale ad un suicidio dell'anima.
A partire da questa differenza di significati, tra educatori e utenti, inassenza di una riflessione critica e di una elaborazione comune, si danno tuttauna serie di difficoltà; il fenomeno più evidente e comune è che l'utentecomincia ad incolpare l'educatore del fatto che sta male come prima o peggio diprima, mentre l'educatore comincia a dire o pensare: "ma allora sei tu chenon vuoi cambiare!".
Ecco un esempio di cosa si intende per disarticolazione ed eterogeneità dellinguaggio degli educatori.
Tra gli effetti più visibili di questo stato di cose si possono ricordarel'insoddisfazione, ovvero la difficoltà a esprimere e comunicare che èdifficoltà a cogliere la sostanza della sua fatica quotidiana, quella per laquale è pagato; la subalternità rispetto a chi è visto (con maggiore o minoreprecisione) essere proprietario di un linguaggio, può produrre a volte ancheinvidia nei suoi confronti e quindi ulteriore difficoltà ad apprendere e acomunicare.
A questo vanno aggiunte le limitazioni nello svolgimento dei propri compiti,quando questi sono osservazione e comprensione di ciò che accade.
Queste difficoltà, questo sforzo supplementare richiesto all'educatore,producono però anche effetti positivi come una acquisita capacità a comunicarein linguaggi completamente diversi e conseguentemente a collegare tra lorodomande e risposte, problemi e risorse, sofferenze e cure che rimarrebberoaltrimenti distanti tra loro.