Educare attraverso lo sport

01/01/2004 - Giovanni Preiti

L’importanza di educare il corpo al movimento è stata storicamente una necessità che si è sviluppata fin dall’inizio all’interno delle nostre strutture scolastiche. Già dalla nascita della scuola in Italia e, precisamente, con la legge Casati (13 novembre 1859), quella che allora veniva definita “Ginnastica militare” rappresentava una parte rilevante delle discipline didattiche. Allora veniva insegnata attraverso un modello impostato sul comando e sull'esecuzione collettiva, elementi tipici di un ambiente fortemente gerarchico come quello militare. In realtà questo modello si è mantenuto su queste linee, attraversando anche la fase della cosiddetta “fascizzazione”, con i naturali sviluppi pedagogici fino al secondo dopoguerra, dove anche in Italia lo sport ha avuto il riconoscimento di un vero e proprio fenomeno culturale e la pratica psicomotoria quello di valenza pedagogica. Epurata la scuola da questo stile di condotta d’insegnamento dell’educazione fisica si arriva nel 1946 ai programmi provvisori, dove il voto del docente non ha più alcun valore ai fini dell’ammissione degli alunni agli esami: in pratica la ginnastica viene relegata ad un ruolo secondario e affronta un periodo buio che la fa ritornare indietro di trent’anni, soprattutto a causa del ruolo politico che aveva avuto fino a quel momento. Successivamente, nascono in Italia i primi ISEF (Istituti Superiori dell’Educazione Fisica), prima privati e poi parificati, anche se sono ammessi all’insegnamento pure insegnanti senza qualifica professionale, ma su chiamata dei presidi, e si ha una forte ripresa dello sport scolastico. Nel periodo del boom economico si hanno diverse evoluzioni della materia e del metodo d’insegnamento, che sfortunatamente vanno di pari passo con l’andamento della scuola di quel periodo e ai problemi di sviluppo della scolarizzazione di massa, con i programmi che si riducono semplicemente ad un lungo elenco di esercizi. Si arriva finalmente, a metà degli anni Settanta, a programmi scolastici unificati per maschi e femmine, che fino a quel momento avevano avuto percorsi paralleli. Negli anni Ottanta il programma scolastico di educazione fisica si pone due obiettivi: il primo è l’attività motoria come linguaggio, il secondo l'avviamento alla pratica sportiva. In particolare il secondo fa riferimento alla necessità di trasmettere agli alunni una forte presa di posizione  rispetto allo sport nella società. È a partire da questo periodo, con la scoperta di casi di doping, di illecito sportivo, e il diffondersi della violenza negli stadi (basti pensare alla strage allo stadio Eysel nel 1985, ripresa dalle telecamere di tutto il mondo), che ci si attende legittimamente un'altrettanto forte risposta da parte della scuola. Negli anni Novanta si apre per l'educazione fisica un ampio ventaglio di obiettivi e si danno precise indicazioni circa le modalità di accertamento delle valutazioni degli allievi, sia sull’immagine del corpo che sulle capacità condizionali, anche se la valenza della materia non è ancora del tutto riconosciuta rispetto alla parallela evoluzione dello sport nella società moderna. Ne è esempio il grande sviluppo dell’attività sportiva per gli atleti diversabili nella società, in contrasto con le forti difficoltà che, tuttora, gli alunni diversabili incontrano nell’affrontare l’educazione fisica all’interno della scuola.
Siamo arrivati ad oggi dove, all’interno della riforma Moratti, l’Educazione Fisica, che sembrava scomparire dai programmi d’insegnamento obbligatori e entrare in quel gruppo di materie “facoltative”, rimane invece tra le materie di prestigio, anche se non ha ancora trovato una sua precisa collocazione.
Cito il Ministro dei Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, a risposta di un’interrogazione parlamentare sull’argomento “educazione fisica nella riforma”: “È intenzione del Governo potenziare il ruolo dei docenti di educazione fisica e sportiva nella scuola, coinvolgendoli maggiormente sia nell'attività di educazione alla convivenza civile (mi riferisco, in particolare, all'educazione stradale, all'educazione alla salute, alimentare e ambientale), sia nel collegamento con altre discipline di insegnamento, a partire dalle scienze naturali alla geografia. Per questo motivo, mentre la formazione iniziale dei docenti di educazione fisica e sportiva si dovrà armonicamente coordinare e integrare con quella disegnata per tutti i docenti dall'articolo 5 della legge delega n. 53 che riforma il sistema scolastico, è previsto anche un forte investimento nella formazione e nell'aggiornamento dei docenti in servizio. Il Governo si augura di poter contare sull'impegno e sul qualificato contributo dei docenti in servizio allo scopo di realizzare questo ambizioso disegno di rinnovamento culturale, teso a valorizzare il ruolo e la funzione dell'educazione fisica e sportiva nel più generale processo della formazione delle giovani generazioni.”
Da queste parole sembra che tutto sarà ancora in mano ai professori, alla loro buona volontà di lavorare e questa riforma non rende giustizia all’evoluzione che lo sport ha avuto nella nostra società, al valore sociale che ha raggiunto.
Oggi lo sport riempie le pagine dei nostri giornali, i programmi televisivi, la maggior parte dei nostri discorsi, l’immaginario dei nostri bambini, potrebbe essere un grande mezzo per migliorare, educare il mondo, e non uno strumento politico in mano a pochi come è stato in passato.
Noi del Centro Documentazione Handicap di Bologna ci siamo accorti quale grande mezzo sia lo sport: il gioco e lo sport per noi sono molto importanti perché spiegano bene alcuni concetti che ci stanno a cuore come la diversabilità.
Non è difficile educare attraverso lo sport e noi cerchiamo con il Progetto Calamaio di raggiungere diversi obiettivi come, ad esempio, far comprendere agli alunni delle scuole l’enorme potenziale creativo presente nello sport, per costruire una reale integrazione, con una particolare attenzione al rispetto dei soggetti svantaggiati e, a partire dall’adattamento delle regole, sulla base delle specificità di ognuno, valorizzare le diversità come primario momento educativo della pratica sportiva. Questo è possibile guardando oltre gli sport già esistenti, attraverso la sperimentazione e la creazione da parte degli alunni stessi di nuove discipline, in modo da permettere a giocatori bambini, adulti, anziani, diversabili di giocare insieme. Le regole si adattano a chi gioca e non il contrario, come invece spesso accade. Lo sforzo da parte degli alunni sta nel mettere in moto tutte le intelligenze per permettere a vari atleti, ognuno diversamente abile a suo modo, di giocare insieme; questo agevola tutti, non solo quelli con deficit. Nello scenario scolastico non saranno gli alunni ad adattarsi ai programmi, ma i programmi agli alunni, per avere una scuola realmente integrata, come gli sport sono stati adattati o addirittura inventati! Questa vuole essere una possibile strada da intraprendere nel complesso percorso che ha avuto l’educazione fisica all’interno della scuola come la si vorrebbe oggi: libera e flessibile, per tutti e ad uso di tutti.

Parole chiave:
Scuola ed educazione, Sport