Editoriale

01/01/1996 - Viviana Bussadori

Inutile meravigliarsi dei toni da bar (senza offesa per i bar e i lorofrequentatori) che i politici nostrani hanno ormai adottato per portare voti alproprio schieramento. Si era già capito due anni fa e puntuale arriva laconferma: il linguaggio della politica non conosce mezze misure e, allontanatosidalle iperboliche costruzioni sintattiche dell'altro ieri, è piombato nellarissa verbale o, quando va bene, nelle frasi fatte, preferibilmente di areasportiva.
L'interpretazione buona è che essendosi accorti che il livello culturale degliitaliani è ancora bassino (per i due terzi della popolazione la licenza mediainferiore è il massimo livello di studio!) abbiano deciso di utilizzare unlinguaggio più vicino alla gente. (Per l'interpretazione cattiva invece ognunoè libero di sbizzarrirsi come vuole).
Ma torniamo al rapporto degli italiani con la lingua che, lo apprendiamo da unafonte autorevole quale può essere Tullio De Mauro, registra aspetti abbastanzasconcertanti. Quasi il 14% della popolazione, tanto per cominciare, utilizza ildialetto non solo all'interno delle mura domestiche ma anche al di fuori. E unitaliano su 10 ha serie difficoltà a capire la lingua nazionale.
Meravigliati? Depressi? Consolatevi pensando che, fino a tempi neanche tropporemoti, l'italiano veniva utilizzato solo in Toscana e a Roma e che solo 40 annifa sei persone su dieci non erano in grado di esprimersi e di comprendere questanostra bistrattatissima lingua.
Cosa ha contribuito al miglioramento? Ma la televisione naturalmente alla quale,per essere onesti, occorre affiancare anche la radio, almeno fino a quando nonè stata soffocata, nelle usanze, dalla tv. Oggi però anche su questo fronte ilpanorama è in desolante calo qualitativo anzi, più che un calo una vera epropria picchiata. Della tv di servizio non rimangono che poche briciole e glispazi con qualche velleità culturale sono il più delle volte relegati ad orariimpossibili. E consoliamoci per la seconda volta ricordando che il calcio,almeno per i prossimi tre anni, non ce lo leverà nessuno. Così potremoarricchire ancora un po' il nostro vocabolario di derivazione calcistica, giàzeppo di "discese in campo" e "salvataggi in corner".
Vabbè, ma allora? Allora rimane la carta stampata, i periodici, i quotidiani, ilibri.
Come lettori di quotidiani, tanto per cominciare, ce la caviamo maluccio vistoche in Europa (dati Fieg e Istat dell'88) l'Italia si colloca solo al 17° postocon una media nazionale di 117 copie ogni 1.000 abitanti; davanti a noi anche laGrecia. Il tutto con buona pace di Hegel che definiva la lettura del quotidianoa inizio giornata come la preghiera laica del mattino.
Dal fronte librario si levano invece le grida di dolore degli editori. Le scarsevendite lamentate trovano una immediata conferma: quasi il 60% delle famiglieitaliane ha sugli scaffali di casa meno di 25 libri; il 23% poi risolve ilproblema ancora più drasticamente visto che non ne possiede affatto.
Che gli italiani non siano dediti alla lettura non rappresenta certo unanovità. Che a questa disabitudine corrispondano veri e propri guasti nellaproprietà di linguaggio invece, si pensa un po' meno.
Alessandro Manzoni aveva ben presente il problema della lingua e non solo perquestioni legate alla sua poetica. L'obiettivo era quello di trovare ma . Cosìscrisse il suo romanzo popolare, i Promessi Sposi, utilizzando un vocabolario di8.949 parole. Ben poche se si pensa che lo Zingarelli (e non è l'opera piùcompleta attualmente in commercio) contiene 127 mila voci. Tantissime se siconsidera che i Promessi Sposi furono scritti oltre un secolo e mezzo fa. Sipuò dire che il tempo è passato invano visto che ancora oggi il"vocabolario di base della lingua italiana", quello che secondo DeMauro è posseduto con certezza da chi ha fatto almeno la terza media, ècomposto da 6.700 parole. Ma per essere proprio certi di venire capiti daqualcosa come il 66% degli italiani, ci suggerisce il linguista, occorrescendere ancora: 2.000 parole, quelle del "vocabolario fondamentale".
Il dubbio è inevitabile: tra queste 2.000 parole ci saranno anche gli improperiche l'attuale classe politica si lancia con sempre maggiore frequenza?
Anzi, il dubbio è atroce. Che questa politica del vituperio sia l'unica stradarimasta per farsi capire in Italia? Per vincere le elezioni?
Non scherziamo.

Pubblicato su HP:
1996/50