01/01/2002 - Roberto Ghezzo e Monica Tassoni

Cosa significa essere comunità? Che sostegno può dare la comunità alle persone svantaggiate? Sono queste le domande da cui siamo partiti per costruire questo numero di HP, che non pretende di essere esaustivo (non sarebbe possibile), ma vuole presentare il tema mostrando punti di collegamento, ponti, analogie, tra realtà spesso considerate diverse. Il tema della comunità come prima risorsa, che accoglie e che fa partecipare, vale tanto per il nord quanto per il sud del mondo: esperienze come quella di Vila Esperança o quella di Saude e Alegria del dottor Scannavino in Brasile sono estremamente significative anche per chi come Renata Piccolo cerca risposta qui in Italia al bisogno di vivere autonomamente. La riabilitazione su base comunitaria, ovvero la strategia promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per dare una risposta alle tante situazioni difficili che si presentano nel sud del mondo, in realtà potrebbe essere applicata anche al primo mondo, dove si sta perdendo il senso di appartenenza alla comunità e magari ci si rifugia nel “virtuale” (vedi l’articolo di Valeria Alpi) o nell’individualismo mascherato di certe mode da “new age” (molto diverso dalla comunità arcaica che ci propone Massimo Mondini).
La comunità umana si è data, con la proclamazione dei diritti umani, un orizzonte di accoglienza: abbiamo voluto approfondire questo tema partendo dal diritto al delirio di Eduardo Galeano, passando per l’originale concetto di capacità umana di Martha Nussbaum, fino a toccare temi scottanti come il diritto alla salute (che coinvolge direttamente l’iniquo sistema capitalistico che sta affliggendo l’intero pianeta) o la cultura dell’accettazione della vita in ambito bioetico.
L’ultimo capitolo dedicato alla speranza è una risposta alla forte sollecitazione di padre Alex Zanotelli che troviamo come apertura di questo numero. Solo avendo una comunità di riferimento potremo resistere, come appunto scrive Pio Campo:-“nell’azione testarda e quotidiana dei miei compagni, nelle ore coi bambini, nella danza con Aparecida e i suoi colleghi un po’ folli, mi ricarico di speranza e me ne rivesto perché i miei occhi sappiano leggere”.
Desideriamo ringraziare l’Associazione Italiana amici di Raoul Follereau che ha collaborato moltissimo a questo numero, portando il patrimonio di esperienze e professionalità di Sunil Deepak, Francesca Ortali e ovviamente di Monica Tasssoni: inoltre per quanto riguarda gli articoli di Eugenio Scannavino, Meera Shiva e Max Robson de Oliveira abbiamo attinto dagli atti del Convegno nazionale AIFO svoltosi ad Assisi nel novembre dello scorso anno.

Infine desideriamo porre al lettore una domanda, che ci siamo fatti anche noi: qual è la tua comunità di appartenenza?