"E' il contesto che ci manca?"

01/01/2000 - Rosanna De Sanctis

Girare un cortometraggio con ragazzi down può essere un’esperienza capace di ridiscutere preconcetti ed instaurare relazioni, profonde e al tempo stesso “normali”. “La cosa più divertente è stato lo spirito che ha animato i nostri incontri: stare insieme divertendosi, nel vedere come ognuno metteva qualcosa di indispensabile”. Intervista a Teo Vignoli e Irene Faranda.Come è nata la vostra idea di girare il film “…”, e come si è sviluppata?

Tutto è nato nel settembre ’98. Davide, un ragazzo down con il quale esco da tempo, continuava a dirmi che io e lui avremmo dovuto fare un film insieme : lui sarebbe stato il regista e io il produttore, si trattava semplicemente di trovare gli attori, e il gioco era fatto. L’idea sembrava al di fuori della nostra portata, però ci abbiamo creduto lo stesso e si è formato un gruppo molto eterogeneo, composto da una quindicina di volontari e 7 ragazzi down. Le età, infatti, variano da un minimo di 14 anni a un massimo di 33, e anche le estrazioni sociali e culturali sono diversissime: c’è il comunista figlio di proletari e il cattolico praticante, l’intellettuale figlia di professori e la praticona di famiglia contadina. Insomma c’è un po’ di tutto. Gli incontri per “girare” il film sono stati quindicinali e poi c’è stato tutto il lavoro di preparazione della sceneggiatura (e della scenografia) a piccoli gruppi. Gli strumenti utilizzati sono stati poco più che amatoriali, recuperati da amici e conoscenti (oltre a un contributo importante per il montaggio da parte di un videoamatore). La risorsa principale comunque è stata il tempo e la voglia.

Ma perché un progetto cosí impegnativo e particolare?

Sono molti i fattori che ci hanno spinto a dar vita a questo progetto. Anzitutto la necessità di ricavarci uno spazio di aggregazione plasmato a misura delle individualità che compongono il gruppo. Ma anche l’insoddisfazione nata da divertimenti “organizzati” privi di significato e di spessore, che riducono spesso lo stare insieme con gli amici a una sorta di sfogo fine a se stesso o che inducono più alla disgregazione, all’individualismo, piuttosto che al ritrovamento di un’identità di gruppo nella quale maturare una propria crescita. E poi, la voglia di stare insieme valorizzando le differenze, sfruttandole tutte in un progetto vasto e sfaccettato come quello di realizzare un film. La differenza tra normodotati e ragazzi down è stata una delle differenze emerse nel corso di questa esperienza, che è stata trattata con cautela e considerata in modo particolare, ma che spesso, durante le domeniche passate insieme, si fondeva nel melting pot di differenze che ci caratterizza.

Come avete vissuto la collaborazione con i ragazzi down? qualcuno vi ha aiutato nell’entrare in rapporto con loro?

Non è stato tutto facile e, anche se i 7 ragazzi down hanno tutti caratteristiche personali adeguate al contesto film, a volte abbiamo avuto delle difficoltà a rapportarci con loro, problemi di comunicazione o dubbi sul come comportarsi in situazioni particolari.
La spinta e il collante che ha reso possibile quest’esperienza, è stato lo spirito che ha animato i nostri incontri. Stare insieme divertendosi, divertendosi nel vedere come ognuno metteva qualcosa di diverso e di indispensabile nella realizzazione del film.

Nel recitare in questo film, quali sensazioni avete provato? non avete mai pensato che vi eravate “imbarcati” in un’avventura troppo grande per voi?

Ognuno di noi, in effetti, possiede la propria dose di insicurezza. Questo va ad influenzare parecchi comportamenti ed in particolare i rapporti che abbiamo con le altre persone. Troviamo sicurezza nell’ottenere dei risultati, coinvolgendo noi stessi al 100% in qualcosa da cui ricaviamo una certa sensazione di potenza. Ma nell’aggregazione di gruppi giovanili, si avverte spesso la tendenza all’attrazione tra persone che riconoscono negli altri le proprie stesse debolezze, e in questo modo si ottiene un alibi perfetto dato dalla reciproca omertà per l’incapacità di affrontare la propria insicurezza. Credo che la causa di tutto ciò sia da ricercare nella superficialità. Nel gruppo che si è creato ho sentito invece percorrere una via alternativa. Nella dinamica del film, molto spesso, il personaggio e la persona si fondevano in un imprecisato ruolo di recita di se stesso, che esorcizzava la paura delle proprie debolezze favorendo la totale espressione della persona. La sicurezza la si trovava nel rispetto reciproco, nella soddisfazione di riuscire ad ottenere qualcosa di grande come il cortometraggio, attraverso e grazie alla moltitudine di differenze. Difficile, infatti, ottenere sicurezza dalla totale comprensione: mi sento molto diversa da un ragazzo down (anche se è sbagliato generalizzare) e in molti casi lui si sente molto diverso da me; ma è possibile ottenere sicurezza dalla sensazione che la differenza diventi virtù, le debolezze ilarità, nella realizzazione di un progetto comune.

Quanto ha contato per voi il fatto di essere “gruppo” nel girare?

L’identità del gruppo è stata molto importante. E anche se certe volte mi facevo prendere troppo dalla foga di riuscire a filmare tutte le scene che ci eravamo proposti di fare quella giornata, o dalla riuscita tecnica del film, arrivati a fine giornata ero felice solo se tutto il gruppo era felice, se ognuno aveva trovato il suo spazio per esprimersi, se tutti erano orgogliosi del proprio contributo. Abbiamo cercato di integrarci a vicenda, e spesso l’attenzione verso i ragazzi down e l’aiuto che si cercava di dare loro non veniva dalla spinta perbenista del tipo: “loro sono down e quindi è giusto aiutarli”, ma dal fatto che io stesso ero felice solo se tutto il gruppo era felice, perché siamo il gruppo del film, e se manca qualcuno è un grosso problema e non si riesce a girare. Siamo gli “Alieni Spaziali”, come ci siamo chiamati all’inizio di questa avventura sotto proposta di Claudio, uno dei ragazzi down; e il nome rende l’idea, perché è stata una cosa veramente strana, in quanto ci si doveva confrontare con tante persone, quindi con tanti modi di agire diversi, e anche enorme, spaziale, perché il progetto per noi è stato gigantesco.

Come avete impostato le relazioni dentro il gruppo, in particolare con i ragazzi down?

Il film è stato il filo conduttore attorno al quale si sono sviluppati i nostri rapporti, costruiti con momenti di intenso scambio nel quale il “volontario” e il ragazzo down si mettevano in gioco. Per non ricadere nel paternalismo, bisogna fare insieme qualcosa che sia stimolante per tutti (nessuno di noi è un attore, e quindi ognuno doveva cercare di dare il massimo); in questo modo ognuno è protagonista del tempo che passa con il ragazzo down. Quello che abbiamo sempre cercato di fare è stato realizzare qualcosa con il ragazzo down, e mai solo per il ragazzo down, perché se non ci si diverte in prima persona facendo una cosa, allora non ha più senso farla: ci si porrebbe su un piano di totale superiorità e questo non mi piace. Perché noi non crediamo a storie del tipo: “i ragazzi down non raggiungono livelli di ragionamento elevato però sono più sensibili”: sono cavolate! O forse non lo sono, ma comunque non mi importa, perché ciò che è importante è che io e lui ci stiamo divertendo insieme, ci siamo fatti una risata perché non riusciamo ad azzeccare una battuta che sia una, o perché qualcuno ha fatto un’espressione assurda che ci fermiamo a riguardare sul video 100 volte, o perché è mezz’ora che due si stanno baciando e non riusciamo a fermarli per girare! Questi sono i momenti che ci accomunano. Più che uno scambio è un fiorire insieme, e su questo abbiamo costruito il film.
Mi sono trovato a disagio quando sono stato costretto a coprire la parte dell’educatore: quando ad esempio dovevo intervenire perché Paolo allungava un po’ troppo le mani, o quando dovevo arrabbiarmi con Davide che voleva il film fatto solo a modo suo… molto a mio agio invece mi sono trovato nella parte del complice che tentava di organizzare “l’intorto” con Antonella. E, comunque, queste sensazioni sono più o meno le stesse che provo nei confronti di tutti i miei amici, con i quali ho una grossa complicità e con i quali invece mi pesa arrabbiarmi
Non siamo stati quindi educatori perché non ne siamo capaci, ma allo stesso tempo non si può dire che siamo stati semplicemente amici: sono stato semplicemente io, lì, e in quel momento, con un gruppo nel quale ci sono persone con un livello di autonomia minore al mio. Di conseguenza, è automatico che se vogliamo fare una cosa insieme (perché ci piace) io darò una mano in più, rispetto a quella che magari riceverò.

Che cosa vi è rimasto di questa esperienza? in particolare, le vostre idee sui ragazzi down sono cambiate?

Mi ha colpito vedere come i ragazzi fossero ansiosi di incontrarci, percepirne l’entusiasmo insieme al continuo sentirsi parte di qualcosa di grande e di importante. L’euforia di Chiara che si affretta a cacciar via la madre, le espressioni di Paolo che esplodono inaspettate, le barzellette sussurrate di Andrea e la continua scoperta di un mondo tutto suo, che affiora solo a piccoli tratti. Sono immagini che non cancellerò dalla memoria, ma che non ho ancora metabolizzato, per cui non so tirare le somme e nemmeno generalizzare. Ciò che ho imparato, forse, è che i ragazzi down non esistono, che ognuno di quelli che ho incontrato è un mondo a sé, un universo da svelare a poco a poco, a volte con costanza e fatica. Nessuno di loro mi ha mai buttato le braccia al collo, a dire il vero Antonella lo ha fatto un paio di volte, ma lo stereotipo del down sorridente, socievole e affettuoso a ogni costo non so proprio chi l’abbia inventato. L’incontro è spesso divenuto scontro, ma la novità stava nella capacità di ricominciare ogni giorno da capo, voltare pagina senza rimpianti o brutti ricordi. Claudio e Anto fanno pace, si amano e si respingono. Davide si sente escluso se non è al centro dell’attenzione e mette il broncio per un’ intera serata, ma poi basta, si torna a ridere, a sentirsi protagonisti di una storia ancora da scrivere.

Per avere altre informazioni o per ricevere la videocassetta rivolgersi a:
Ceps (Centro Emiliano Problemi Sociali per la Trisomia 21), via Colombarola 46, 40128 Bologna, tel. 051/32.20.41, fax 051/32.54.68
E-mail: assceps@iperbole.bologna.it

Pubblicato su HP:
2000/78