Dove va, se esiste, il dibattito sull'handicap adulto

01/01/1995 - Andrea Pancaldi

"Un handicappato diventa adulto, ma pochi lo sanno davvero", titolava un articolo di Andrea Canevaro sulla rivista Rocca del 1983.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia eppure il dibattito su questo aspetto dell'handicap prosegue ancora in maniera ambigua e altalenante.

Per inquadrare il tema è necessario sottolineare come ci siano state in questi ultimi dieci anni tre parole chiave che hanno cercato di definire il dibattito.
"Handicap adulto" è la prospettiva indicata, e qui semplifico, dal mondo dei servizi socio sanitari.
Bambini handicappati socializzati, inseriti, scolarizzati a cui sono cresciuti il seno e la barba e che a fatica reggevano il parcheggio nel dilatarsi dei percorsi di formazione professionale. La risposta è stata la creazione, là dove questo è avvenuto, dei servizi per l'handicap adulto, variamente denominati, che hanno cercato di tamponare il vuoto di progettualità dovuto ad un vuoto di dibattito.
"Dopo famiglia" è stata la prospettiva di molte associazioni di familiari. Chiara la pesante ambiguità di una prospettiva che si connota con parole di tal genere, pur capendone la legittimità e realtà per tante situazioni contingenti.
Si è però creata una cristallizzazione attorno a questa prospettiva che pare l'unica che proviene dalle associazioni.
"Vita indipendente", con le relative parole chiave e temi di contorno (autonomia, mobilità, turismo, sport, tecnologie, ecc.) è la prospettiva delineata da alcuni gruppi con forte partecipazione delle stesse persone handicappate. La mia personale opinione è che anche questa prospettiva sia cresciuta debole, limitata dalla incapacità di collegarsi coerentemente alle esperienze e culture espresse negli anni precedenti rispetto ai temi legati ai bambini handicappati, e dalle tante ambiguità seminate nella seconda metà degli anni '80 da tanti handicappati e handicappate "eccellenti" che hanno riempito giornali e televisioni.
Giunti ormai a metà degli anni '90, in odore di ulteriore pesanti tagli ai servizi sociali che faranno terra bruciata dei diritti meno consolidati (leggasi interventi dei servizi per l'handicap adulto), con un associazionismo dell'handicap ultimo in classifica nel dibattito sul terzo settore e capace solo di proporre nuovi collateralismi testimoni della sua nullità e insipienza politica, cosa ci possiamo aspettare?
Difficile, anzi impossibile dirlo, anche se possiamo registrare l'arrivo sulla scena di una nuova prospettiva, evocata da recenti convegni: "Handicap e invecchiamento" (*).
Da una parte è dato di realtà, e positivo, che tante persone handicappate, migliorando le condizioni di vita, abbiano vita più lunga. Ancora c'è da dire che nella organizzazione di tanti servizi locali esistono fasce di età, generalmente tra i 50 e i 60 anni, in cui si corre il rischio di non essere più in carico ai servizi dell'handicap e non ancora in carico a quelli per gli anziani, e ciò in una situazione di ulteriore aumento dei bisogni.
Sgombrato, speriamo, il campo da approcci demagogici resta tuttavia il rischio che questa prospettiva diventi una nuova parola d'ordine unificante e che definisce un percorso di vita in "discesa" e non in "salita", che si riallinea a coordinate prettamente sanitarie e che spiana la strada alla creazione di strutture, vedi tanti progetti di RSA, che annullano in apparenza l'ambiguità del binomio handicappati/anziani dentro le stesse mura.
Pessimismo? Alle ore 12,30 del tredici di ottobre 1995 certamente sì. Non mi sembra che le persone handicappate, né i genitori delle associazioni, né i tecnici del settore, né il sottoscritto, abbiano le carte in regola per vincere questa sfida.
Sarà opportuno attrezzarsi per un periodo di resistenza.

(*) Il convegno "Handicap e invecchiamento" si è tenuto a Riolo Terme (Ra) il 18 ottobre 1995. Per informazioni: segreteria direttore generale A.USL di Ravenna, tel. 0544/40.90.22 fax 0544/40.90.63