Documentare sul disagio

01/01/1997 - Andrea Pancaldi

Le merci rare di fine secolo: il sapere e l’informazione

Ne "Il trionfo della moltitudine: forme e conflitti della società che viene" (Bollati Boringhieri, 1996), uno dei più bei libri che siano stati scritti sulle profonde trasformazioni sociali in corso, Aldo Bonomi, l’autore, si sofferma sui luoghi e sulle esperienze che lui definisce agire nella terra di mezzo, tra inclusione in un sistema di competizione economica generalizzata e l’esclusione nell’anomia e nella massa indifferenziata; luoghi che trattano le merci rare del fine secolo: il sapere e la socialità.
Parlando della figura metaforica del progettista imprenditore Bonomi sottolinea : " ... il progettista imprenditore, delineando, prima della forma impresa, la forma progetto, ipotizza ambiti che producono, oltre al reddito, socialità.
Lo sforzo per esistere di questa figura, debole come un neonato che si affaccia al mondo, lo vedo delinearsi nei tanti soggetti che, a fronte della fine del racconto e dei luoghi del racconto, progettano riviste, case editrici, radio, tv, luoghi di produzione musicale, video, cioè luoghi che spesso esauriscono il loro compito ancor prima di confrontarsi con il mercato, ma mettono in circolazione il desiderio di esserci e comunicare, nel tentativo di piegare gli strumenti della tecnica, i mezzi, da reti di comando e controllo, a strumenti di comunicazione e socializzazione....quanto questa figura debole e inesperta sarà in grado di crescere, dipenderà da ciò che avverrà nei luoghi ove la merce rara sapere è prodotta: le università, i centri studi, i centri di ricerca. Questi sono i luoghi che stanno tra il produrre e la mondializzazione, con funzioni strategiche, e questi sono i luoghi che andranno osservati" (op.cit.pag.105-106)
Tra gli attori che forse evocano una società che viene come il progettista imprenditore, il volontariato ed il terzo settore, i comitati cittadini, i centro sociali autogestiti (cfr. a tal proposito il bel volume "Centro sociali: che impresa", di Moroni, Farina, Tripodi, edizioni Calstelvecchi, 1995), i Centri di documentazione che nascono numerosi ad opera del volontariato e dell’associazionismo (e poco, non a caso, a cura della cooperazione sociale) e, più recentemente, ad opera degli enti locali che hanno vissuto le stagioni più ricche delle politiche sociali negli anni ‘70/90, evocano queste dinamiche intrecciando spesso più di una identità.

Produrre cittadinanza e socialità

Una galassia di iniziative, sospese tra conformismo e innovazione, che ben riflettono la spaccatura dell’universo non profit sospeso tra chi opera in una pura logica sostitutiva di un welfare non più dato e chi invece persegue desideri di produzione di cittadinanza e socialità.
Al di la quindi dei numeri, della carte patinate, delle dotazioni tecnologiche e della capacità di "bucare" i media, quali le identità e le strategie per i centri di documentazione perché questi, oltre che produttori di informazioni, siano anche " ... laboratori sociali del rapporto tra politica e partecipazione ... luoghi ove stare assieme, producendo cultura, informazione, comunicazione, sottraendosi all’imperativo categorico della società competitiva ..."? (op.cit.pag.112).
Riflettere sui Centri di documentazione ci si è provato nei mesi scorsi in un seminario organizzato dalla Fondazione italiana per il volontariato in collaborazione con l’associazione CDH, la Biblioteca del CENSIS e la Rete regionale dei Centri di documentazione per l’integrazione della Regione Emilia Romagna.
Qui di seguito riportiamo il "documento base per la discussione" , elaborato dagli organizzatori, come contributo sui temi sopra accennati invitando caldamente alla lettura del libro di Bonomi e di quello di Moroni, Farina, Tripodi, vere miniere di spunti per chi percepisce e pratica i centri di documentazione come strutture di connessione tra sociale e cultura, come luoghi di incontro, come terreni di coltura per gruppi, progetti, persone.
A titolo informativo segnaliamo che da due anni la Rete regionale dei Centri di documentazione per l’integrazione della Regione Emilia Romagna edita una Rassegna stampa trimestrale sul rapporto tra Informazione e marginalità che ha dedicato ampio spazio al tema dei centri di documentazione e ne cura una banca dati aggiornata periodicamente.(*)

Ottanta centri di documentazione sul disagio

Nei tanti documenti scritti negli ultimi anni sul ruolo e l'identità del volontariato è solitamente la funzione di formazione quella che più viene sottolineata come fattore decisivo per uno sviluppo coerente di questo importante settore della realtà italiana.
E' chiaro che il concetto di formazione contiene già in sé l'idea dell'utilizzo di materiale documentario, ma una riflessione specifica attorno al tema della documentazione forse può risultare utile in questa stagione in cui lo sviluppo tecnologico e quello della società dell'informazione rendono sempre più complesso l'approccio a tematiche come quelle della formazione, dell'informazione e della documentazione.
Negli ultimi dieci anni l'attenzione alle tematiche connesse all'informazione e alla documentazione nell'ambito del "sociale" (emarginazione, volontariato, terzo settore, integrazione, diritti, ecc) si è particolarmente sviluppata.
Le Pubblicità progresso, la TV "di servizio", la TV "del dolore", le oltre 400 riviste promosse da associazioni e gruppi di volontariato, "Rain man", "Figli di un Dio minore", la "Carta di Treviso, i convegni "Handicap di Carta", "Cronaca grigia", "Titoli minori", il settimanale Vita in tutte le edicole, il "Maurizio Costanzo show", il "Coraggio di vivere", i tanti centri di documentazione, le banche dati, Internet.
Esperienze e iniziative grandi e piccole, utili o demagogiche che hanno comunque portato gran parte del mondo del sociale ad interessarsi e a "progettare" rispetto alle funzioni di informazione e documentazione.
In particolare la formula del Centro di documentazione si è sviluppata a macchia d'olio; in Italia sono ormai circa una ottantina le iniziative e/o le strutture che si definiscono come tali o con termini che più o meno evocano le medesime funzioni (Centro risorse, centro informazione, banca dati, sportello informativo, ecc).

I tre motivi che spiegano questa proliferazione

I motivi di questa proliferazione sono sicuramente molteplici e complessi e investono le trasformazioni dello stato sociale, la crisi della politica e dei suoi attori tradizionali, l'affermarsi della società della comunicazione, lo sviluppo tecnologico. Molte sono le considerazioni che si potrebbero fare a partire da questi nodi, tuttavia la realtà attuale del volontariato italiano ci induce a soffermarci soprattutto attorno a tre aspetti.
Il primo riguarda la stagione di profondi cambiamenti che stiamo vivendo e che il Centro documentazione (CD) aiuta a "percorrere" permettendo di progettare il cambiamento, e l'innovazione che dovrebbe accompagnarlo, a partire dalle idee, dalla cultura, dalle esperienze degli altri raccolte e raccontate nei libri, nelle riviste, nella stampa, nei video.
Il CD, quindi, come struttura per il confronto e l'innovazione.
Il secondo aspetto riguarda l'esigenza di collegamento che i cambiamenti portano con sé e amplificano. Uscire dal proprio ambito tematico specifico, dalla propria impostazione politico-culturale, per incontrare altre idee, esperienze, modelli organizzativi, schemi mentali e stabilire legami con questi.
Le funzioni di documentazione e informazione orientano verso questo, anzi obbligano a questo.
Il terzo aspetto, carico al tempo stesso di potenzialità e di ambiguità, è il fattore trainante che hanno parole come informazione, informatica, telematica, Internet. Parole che se rientrano nel "campionario" di una struttura, fanno veleggiare, spesso, col vento in poppa a cavallo delle trasformazioni.
Verso dove? e quale spessore qualitativo esprime la gestione di queste dinamiche? Ecco, appunto, il problema.
L'impressione è che sia il terzo aspetto quello ad essere più agito. Pare spesso che i CD si strutturino soprattutto a partire da questo, saltando pari pari una fase di ricerca e costruzione di senso necessariamente non breve, e delineando quindi iniziative informative e di documentazione che corrono il rischio di rimanere fini e non diventare mezzi.
La letteratura reperibile sul senso è l'identità dei CD impegnati nel sociale è veramente scarsa e limitata a poche iniziative.
Ecco allora la necessità di non dare niente per scontato e di riattualizzare la ricerca di senso dei CD e delle loro reti di collegamento e scambio che ne costituiscono, in una logica di sviluppo, e non solo di crescita, la vera ragione di essere.
Come accade per ogni individuo, anche per i CD lo sviluppo non può avvenire ed aver significato che all'interno delle relazioni con gli altri.

I possibili ambiti di riflessione sul tema dei centri di documentazione

Non esiste un modello di CD per l'ambito sociale, e per certi versi è meglio che sia così, ma certamente è necessario costruire e far circolare un dibattito che permetta alle esperienze di circolare, di costruirsi nel confronto un linguaggio accessibile agli altri, di entrare in relazione con le strutture e le figure professionali specifiche del settore, di essere riproponibili in una logica di rete. Si pensi a questo proposito quanta competizione e ripetitività c'è stata negli ultimi anni nei progetti di carattere soprattutto informativo. Ognuno si è mosso per conto proprio, utilizzando queste funzioni a volte come terreno di riconversione (l'informazione come enzima che "catalizza" reazioni, un po' come l'ecologia negli anni '80); questo non favorisce certo la costruzione di spezzoni di identità del terzo settore.
Ci sembra utile proporre all'attenzione una serie di elementi che da una parte possano servire a costruire modello/modelli di CD e dall'altra facciano emergere coerenze tra l'attività dei CD e lo sviluppo del volontariato, del terzo settore, delle politiche e delle culture per la lotta alla emarginazione. E' superfluo ricordarlo ma anche i CD sono dei mezzi e non dei fini, così come lo sono le funzioni che essi esplicano.
Il primo ambito di riflessione investe il termine stesso di CD. Perché molte iniziative si sono definite come tali e non biblioteche dato che, dalle informazioni che se ne possono ricavare, sostanzialmente funzionano come tali?
E’ il computer? il fatto di non avere solo libri? CD pare più moderno? Come intendono le varie realtà la differenza tra un CD e una biblioteca? I CD condividono l'affermazione che documentare significa raccogliere, selezionare ed elaborare?
La seconda riflessione investe le funzioni di cui si occupa un CD. Esistono realtà che si occupano esclusivamente di documentazione. Altre che si danno come scopo soprattutto quello di essere sostanzialmente sportelli informativi sulle risorse (servizi, leggi, punti di riferimento, consulenza per pratiche, ecc) rispetto a determinate tematiche.
Altri intrecciano le funzioni; generalmente documentazione e informazione, ma anche in alcuni casi formazione e animazione e promozione culturale. Altri ancora svolgono intensa attività di collegamento con strutture e gruppi offrendosi anche come contenitore che favorisce la nascita di altre iniziative (documentazione e informazione come terreno di "coltura").
Ogni funzione può essere presupposto e conseguenza delle altre, con tutta la ricchezza che questo può comportare.
I CD hanno riflettuto su questo? si sono dati una organizzazione e strategie per dare coerenza ai diversi settori di intervento?

Il percorso di un centro di documentazione

Terzo punto è l'identità di un CD. Quali percorsi segue? esistono analogie tra le varie esperienze? Una possibile schematizzazione del percorso di un CD può essere quella che individua in quattro grandi fase il percorso della strutturazione della sua identità.
La prima è quella in cui un CD è ciò che è. Ovvero la fase dell'idea, della proiezione di questa in una possibile progettualità; la fase in cui le esperienze e le capacità delle persone che partecipano del progetto trovano, appunto, sintonie e codici comuni.
La seconda fase è quella che identifica il CD con ciò che ha. Lo spazio fisico, gli arredi, i libri, la posta che arriva, la targa all'ingresso. Uno spazio, fisico e mentale finalmente visibile anche agli altri e che evidenzia una costruzione iniziata. Una fase legata molto alla fisicità della documentazione.
La terza fase è quella legata alle attività, la fase in cui il CD è ciò che fa. Raccogliere, selezionare, elaborare il materiale, l'intreccio di questo con le proprie esperienze e con i propri strumenti produce idee, progetti, iniziative. Il documentare comincia a dare frutti.
L'ultima fase potrebbe essere definita come quella della rete dei rapporti. La fase in cui si scopre che in realtà il CD esiste soprattutto al di fuori di se stesso, che il vero lavoro di un CD è nei canali di entrata e di uscita delle documentazioni e informazioni e quindi nelle relazioni con altri soggetti, nei progetti di collaborazione, nei progetti condivisi. E' la fase in cui diminuisce l'importanza del CD come spazio fisico; gli indicatori non sono più solo la quantità del materiale o gli iscritti al prestito, ma il sacco della posta, le spese telefoniche, postali, di viaggio, cioè gli indicatori delle relazioni.
E' questa la fase più delicata, direi decisiva, in cui un CD deve saper passare da una strategia di prodotto (ho informazioni - cerco utenti) ad una strategia di mercato (ho utenti e bisogni - cerco informazioni).
Un po’ come quei giocolieri che fanno ruotare 4/5 piatti tutti contemporaneamente, anche un CD deve saper alimentare, anche se inevitabilmente con forme di discontinuità e incongruenza, le ragioni delle varie fasi.
L'idealità, il flusso delle informazioni, la capacità di trasformare le idee in iniziative sono alimento indispensabile per una rete di rapporti che sia significativa e che porti reali contributi sul tema dei diritti, della lotta alla emarginazione, della valorizzazione delle differenze, di una cultura di pace.
Ripensando alla propria storia i CD trovano analogie con queste riflessioni? hanno altre schematizzazioni da proporre? trovano più corrispondenza in altri termini di quelli qui usati?
Operare in un CD, proprio perché alla fin fine si agisce attorno alla gestione dei linguaggi nel variare dei contesti, non è forse un po' anche un'arte come lo sono tutti i linguaggi (pittura, musica, fotografia, grafica, letteratura, ecc)?
Questa ultima considerazione introduce il nodo importantissimo di dove abitino i CD. All'interno del sociale, quindi all'interno di tutte le parole collegate a questo termine, o è meglio pensarli come strutture di connessione, quindi anche con altri settori come la cultura, l'economia, l'istruzione, ad esempio. Forse che l'emarginazione non viene dalle in-culture, da meccanismi economici distorti, dalla mancanza di opportunità di istruzione e relazione?

L'attenzione alle fonti e i linguaggi di ricerca

Il quarto punto è relativo alle strategie, alle logiche alla luce delle quali orientare il proprio lavoro. Sotto questo aspetto ne indichiano alcune che ci sembrano significative.
La prima è l'attenzione a tutte le fonti, intese sia come mezzi (riviste, cinema, TV, ecc), sia come attori sociali (volontariato, enti locali, cooperazione, università, ecc) sia come ambiti (scuola, informazione, formazione, mondo giovanile, ecc) e questo soprattutto in un periodo in cui istituzioni, cittadini, partiti, sono meno sovrapponibili di quanto fossero una volta. In ultima analisi non dare per scontata quella famosa società civile a cui appartiene la stragrande maggioranza dei CD.
All'interno della attenzione complessiva alle fonti c'è da tenere conto poi della gerarchia di valori che ogni CD può fare rispetto alle diverse tipologie di documentazione. La cultura media identifica ancora nel libro lo strumento più importante, ma le necessità di informazione e dell' "agire" impongono la necessità di dotarsi di strumenti diversi e di non gerarchizzarli.
La seconda strategia è quella relativa alla costante attenzione (e alla capacità), di organizzare linguaggi di ricerca che tengano conto dell'evolversi delle culture e delle dinamiche sociali. Si entra qui nel terreno occupato dai soggettari, dai tesauri, ma quello che ci interessa focalizzare sono i percorsi che portano a questi, le logiche con cui i vari CD dal dibattito, dagli eventi, dalle documentazioni e informazioni traggono spunti per una gestione dinamica di questi strumenti. Usando anche qui una immagine si potrebbe paragonare l'attività di un CD in questo ambito a quella di un cantautore che sa "interpretare" il proprio tempo e usare parole che creano sintonie e codici.
Altra strategia da tenere in considerazione è quella relativa al consumare e produrre (informazione e documentazione) come condizione irrinunciabile di un CD. Creare cioè quella circolarità nei flussi che è scambio, crescita e al tempo stesso relativizzazione del proprio lavoro e che è condizione necessaria per permettere al CD di sopportare la fatica del dover "correre" che è inevitabile date le funzioni che gli sono proprie.
Saper utilizzare linguaggi diversi, tema già affrontato nel documento, ci sembra altra strategia decisiva per un CD che sappia parlare a interlocutori diversi e con una gamma di approcci variegata.
L'ultima strategia che sottoponiamo al dibattito è relativa alla necessita di mantenere viva la riflessione su cosa sia e significhi l'informazione per un CD. A noi sembra che debba essere considerata non come un accessorio, una sorta di ufficio stampa che ha rapporti solo con le alte sfere (informazione come potere), ma un servizio, una competenza che sta all'interno della rete dei servizi e che è ponte verso le strutture dell'informazione. In questo senso ci sembra che non solo i media debbano essere più informati e formati rispetto al sociale, ma che anche questo debba acquisire/scoprire capacità informative oltre che documentative. In questo senso l'informazione, e a maggior ragione negli ambiti di cui si sta parlando, ha senso se evidenzia non solo le notizie (ciò che è già successo), ma se fa circolare idee, risorse per ciò che potrebbe accadere.

I Centri di servizio al volontariato

L'ultimo ambito di riflessione è il rapporto tra i CD e i Centri di servizio (CS) previsti dalla legge 266 e che proprio in questi mesi, in alcune regioni, stanno avviandosi.
La nostra impressione è che i due ambiti abbiano avuto poche connessioni anche se alcuni CD sono nati appositamente per proporsi per questo.
In molti documenti (dei pochi circolati fino a non molti mesi fa) si trova scritto che i Centri di servizio sono strutture "nuove" come se esistesse una incapacità di smuoversi dal dato prettamente legislativo (legge, decreto, ricorsi e controricorsi. circolari ministeriali, incontro/scontro con le banche, ecc) e vedere che i CS esistono perché svolgono delle funzioni e non perchè esiste un decreto ministeriale.
Se l'informazione è l'esatto contrario del potere si può dire che invece quella sui CS è stata una vicenda che ha seguito logiche esattamente contrarie a quelle a cui dovrebbe ispirarsi una struttura deputata a svolgere le funzioni che la stessa legge le affida.
Il dibattito sui CS è stata materia spesso delle grandi associazioni, dei leader dei gruppi, di assessori; si sono riviste perfino cordate "rosse" e cordate "bianche" che sembravano dimenticate.
Possono i CD, dando per scontato che molti di loro collaboreranno ai CS, contribuire a far prevalere logiche di scambio e comunicazione a quelle di potere, come invece troppo spesso si è visto?
Come intendono far crescere il volontariato sui temi della documentazione e dell'informazione e non proporsi solo per la vendita di servizi?

(*) Per informazioni: Rete CDI, Assessorato Politiche sociali, v.le A.Moro 38, 40127 Bologna.

Per chi volesse informazioni sul seminario svoltosi presso la Fondazione italiana per il volontariato di Roma può rivolgersi a Giampaolo Manganozzi, Fivol, via Nazionale 39, 00184 Roma.

Nota:

Il presente documento è una rielaborazione del "documento base per la discussione" presentato al seminario Fivol sui centri di documentazione.