Documentare in società

01/01/2001 - Massimiliano Rubbi

Nelle riflessioni sulle funzioni della documentazione in ambito sociale, spesso passa sotto silenzio un elemento che per molti aspetti ne costituisce la specificità: la capacità di contribuire a definire, per molti problemi sociali, coordinate concettuali ed operative tutt’altro che pacifiche, ed anzi oggetto di serrata contesa. In altri tempi si sarebbe potuto dire che la documentazione sociale, a differenza di altri tipi di documentazione più tecnici o “accademici”, non può sfuggire alla propria natura politica, perché anche quando, del tutto legittimamente, evita con cura di schierarsi per l’una o l’altra impostazione teorico-politica, di fatto contribuisce a consolidare l’uno o l’altro dei modelli esistenti, con le relative implicazioni in termini di politiche sociali preferibili. E tuttavia, ricondurre questi tratti distintivi della documentazione sociale al solo carattere politico appare riduttivo, in quanto essi sembrano correlati ad un meccanismo sociale complessivo, emerso con grande vigore all’attenzione della riflessione sociologica negli ultimi anni: la definizione della situazione.

Definire la situazione
“Se gli uomini definiscono reali le situazioni esse saranno reali nelle loro conseguenze”.
Questo è il cosiddetto “teorema di Thomas”, enunciato nel 1928 dal sociologo statunitense William I. Thomas. Non è un caso che questa asserzione sia stata elaborata dallo studioso pochi anni dopo aver scritto, insieme al sociologo polacco Florian Znaniecki, un’opera classica della disciplina: The Polish Peasant in Europe and America (1918-20), uno studio empirico sulla condizione degli immigrati polacchi negli USA – come si può notare, l’impostazione del problema dell’integrazione e dell’intercultura ha radici molto più antiche di quanto generalmente si creda.
Il teorema di Thomas è alla base di gran parte della sociologia americana di questo secolo, che si è sempre più orientata verso le capacità dei singoli e dei gruppi di creare/ricreare la realtà sociale per mezzo dei propri “atteggiamenti” (un altro concetto che deve molto a Thomas e Znaniecki). Mead, Blumer e Schutz hanno sistematizzato questo orientamento con il concetto di “definizione della situazione”, secondo cui ogni significato è costruito socialmente e non esistono (a grandissime linee) concetti dati che non possano essere ridefiniti da singoli o gruppi con un processo di interpretazione. La posizione più radicale in questo senso è quella di Garfinkel e della scuola etnometodologica da lui fondata negli anni ’60, con gli assunti di indicalità e riflessività, secondo cui ogni nozione è interpretabile solo entro un contesto che non viene mai esplicitato, ed ogni cosa di cui abbiamo esperienza è comprensibile solo come caso specifico di un concetto generale di cui però non possiamo avere esperienza come tale.
In ogni caso, sembra evidente che nella riflessione su fenomeni sociali complessi non si può più adottare l’atteggiamento naif secondo cui le cose rispondono ad una realtà precisa ed oggettiva, che ci si può limitare a comprendere “dall’esterno”. Di fatto, il modo in cui inquadriamo in concetti le realtà sociali (e soprattutto il modo in cui comunichiamo le nostre conclusioni al riguardo) contribuisce a plasmarle, inducendo i soggetti che di quelle realtà fanno parte a conformarsi più o meno inconsciamente ai modelli su di loro. Pertanto, secondo queste teorie, ognuno di noi detiene rispetto agli altri un rilevante potere di “definizione della situazione”.

Il potere della documentazione sociale
Questo breve sunto di sociologia costruttivista ci consente di inquadrare meglio il ruolo delle strutture di documentazione di ambito sociale; come tutti coloro che operano nel settore, infatti, esse intervengono nella definizione della situazione relativa alle questioni sociali di cui si occupano. E ciò è particolarmente rilevante perché i problemi di cui si occupano i centri di documentazione sul sociale, un elenco dei quali è fornito in altra parte di questa rivista, hanno spesso un inquadramento concettuale dibattuto e non condiviso, centro di polemiche tese a definire le soluzioni preferibili.
Il dibattito sui problemi sociali trattati si colloca a diversi livelli. Per alcune questioni, l’esistenza del problema non è oggetto di contesa, e anche sulle linee d’intervento sembrano esserci divergenze limitate; il problema pare piuttosto la penetrazione limitata di questi atteggiamenti specialistici e “illuminati” in un’opinione pubblica che tende a ricalcare modelli tradizionali e tradizionalisti sulla questione. Il caso dell’handicap è naturalmente il primo che ci viene in mente, nel senso che sulle tematiche dell’integrazione scolastica, dell’inserimento lavorativo, dell’accessibilità architettonica, ecc. si è consolidata un’impostazione sostanzialmente condivisa da operatori e formatori, ma permane il problema di diffondere una sensibilità collettiva più ampia a livello sociale – banalmente, quella che ti spinge a non parcheggiare davanti agli scivoli per carrozzine o a considerare il disabile esclusivamente come un “poverino” (l’attività del CDH, del resto, ha questo tra i propri obiettivi principali).
Altri problemi, invece, sono inquadrati in diverse e conflittuali maniere: il problema della tossicodipendenza, ad esempio, anche nel recente dibattito politico vede contrapporsi le politiche di “riduzione del danno” e di “recupero pieno” sulla base di diverse impostazioni teoriche di fondo (che, a loro volta, sono frutto di differenti concezioni generali della libertà individuale nei confronti del potere politico). Altre questioni sociali, ancora, sembrano impostarsi sulla contrapposizione tra sforzo collettivo, con relativi costi, ed atteggiamento NIMBY (“Not In My Backyard”, ovvero “non nel mio cortile” – certe strutture sono necessarie alla comunità, ma non devono esistere vicino a casa mia): un esempio potrebbe essere la questione degli zingari, per i quali la costruzione di relazioni per una pacifica convivenza comporta costi socio-economici inevitabilmente maggiori rispetto allo spostamento dei campi di accoglienza non appena le proteste dei residenti superano una determinata soglia.
Un discorso a parte, anche per la grande importanza attuale ed in prospettiva del tema, merita la questione “immigrazione-intercultura-rapporto Nord/Sud del mondo”, che già da questa denominazione evidenzia la propria estrema complessità. In esso, infatti, si intrecciano aspetti culturali, religiosi (convivenza pacifica o clash of civilizations?), economici (la distribuzione della ricchezza su scala globale) e politici, già complessi se presi individualmente e di fondamentale rilevanza per la società odierna. Non è un caso se questo è l’argomento trattato dal numero più alto di centri di documentazione in Italia, seppure declinato in diversi ambiti (accoglienza ai migranti, cooperazione allo sviluppo, educazione alla mondialità…).
In questo senso, il ruolo dei centri di documentazione di ambito sociale emerge in tutta la propria valenza socio-politica. Infatti, la loro struttura non le riduce a semplici biblioteche specializzate, fornitrici “passive” di un servizio ad una ristretta cerchia di utenti, ma le pone in condizione (e forse anche in dovere) di svolgere il ruolo attivo di diffusori di cultura sui temi in cui sono specializzati, nelle più diverse forme immaginabili. Pertanto, la prospettiva dalla quale inquadrano il fenomeno studiato, o suoi aspetti particolari, ha la capacità di incidere fortemente sulla percezione degli operatori del settore; né si può dare, almeno per i centri più attivi nella produzione di cultura, una posizione neutrale rispetto ai principali orientamenti ideologico-politici esistenti, ma solo una maggiore o minore consapevolezza di quello adottato. Come si è cercato di mostrare, spesso la semplice esistenza di un centro che documenta la situazione di un determinato problema si pone in implicito contrasto con altre posizioni che tenderebbero a minimizzarlo o a “ghettizzarlo” nella competenza di pochissimi, e dunque contribuisce in maniera decisiva a “definirne la situazione”.

Documentazione ed informazione: l’agenda-setting
Ai lettori più attenti non sarà sfuggito, alcune righe sopra, che si è esaltato il potere dei centri di documentazione di incidere sulla percezione degli operatori, ma non dell’opinione pubblica. Sarebbe infatti illusorio pensare che l’attività dei centri possa raggiungere direttamente le “grandi masse”, anche perché la complessità di alcuni temi è tale da rendere indispensabile una serie di competenze preliminari non disponibili a tutti. In effetti, si crea la situazione un po’ paradossale per cui l’attività dei centri, anche a causa della scarsa visibilità posseduta, finisce per rivolgersi prevalentemente agli “addetti ai lavori” che hanno coscienza della loro esistenza ed interesse alle tematiche trattate – proprio i soggetti che hanno meno bisogno di essere sensibilizzati ai problemi sociali documentati dal centro.
Di fatto, la principale fonte tramite cui l’”uomo della strada” viene a conoscenza di molti problemi sociali sono i media. La formalizzazione più precisa di questo fenomeno ormai generalmente riconosciuto è l’ipotesi dell’agenda-setting, secondo cui la percezione e la gerarchizzazione delle questioni di interesse sociale nell’opinione pubblica sono influenzate, in diverso grado, dalla rilevanza data ad esse dal sistema dei media. La principale ragione di ciò è che, sempre più, la complessità dei fenomeni sociali è tale da rendere insufficiente e distorcente la percezione diretta che se ne ha, imponendo agli individui di trarre informazioni indirette per farsi un’idea più completa – ovvero di rivolgersi ai media. In effetti, ad esempio, la questione della condizione carceraria non può essere inquadrata pienamente né da chi vi si trova direttamente coinvolto, né da chi non ha alcun legame con questa realtà; i media, in virtù di quella che potremmo definire “professionalizzazione dello sguardo sociale”, hanno la delega a dare la “versione completa” di fenomeni non percepibili integralmente da nessun singolo, consentendo ai loro utenti una definizione della situazione più avveduta.
Questa situazione genera spesso una vibrante polemica tra operatori di settore e giornalisti, in particolare con l’accusa dei primi ai secondi di banalizzare le questioni sociali e di drammatizzarle per incrementare le vendite o gli ascolti. A volte questa accusa sembra ignorare, ingenerosamente, il fatto che una notizia espressa in poche righe o pochi secondi non potrà mai avere l’approfondimento che porta a scrivere interi trattati sugli stessi temi, e che è proprio questa differenza a rendere la circolazione sociale della prima nettamente superiore a quella dei secondi. Tuttavia, è indubbio che la grande diffusione di queste notizie porta talvolta ad amplificare pregiudizi o visioni “non preferibili” e così a vanificare in breve il lavoro di anni dei centri nella società, con un effetto che sarebbe evitabile semplicemente con una migliore formazione dei giornalisti che si dedicano a tale settore. Anche qui, i centri di documentazione possono giocare un ruolo cruciale; le relazioni con i media, a volte trascurate a causa di anni di frustrazione o perché ritenute poco rilevanti, sono comunque canali decisivi nel fare sì che la cultura prodotta esca al di là della “cricca” di chi ne ha, di fatto, meno bisogno.
I centri di documentazione, dunque, hanno un importante ruolo socio-politico, e presumibilmente la loro importanza crescerà in parallelo alla coscienza della non tollerabilità degli squilibri sociali. Personalmente, ritengo che la loro consapevolezza di questo ruolo e di questo potere di “definizione della situazione” sia una risorsa fondamentale specialmente per la soluzione non conflittuale di molte questioni che, con gravità variabile e da tempi diversi, la nostra società rischia di ritenere connaturate fino ad uno scoppio non rimediabile.

SUGGERIMENTI DI LETTURA
Becker, Howard S.
1978 Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Torino (ed. or. 1963)

Blumer, Herbert
1969 Symbolic Interactionism, Englewood Cliffs

Garfinkel, Harold
1967 Studies in Ethnomethodology, Englewood Cliffs

Shaw, E.
1979 “Agenda-Setting and Mass Communication Theory”, in Gazette (International Journal for Mass Communication Studies), vol. XXV, n.2