Diversi pensieri

01/01/1997 - Mirko Artuso

"In un percorso creativo con i disabili, l'operatore deve sentirsi come un elefante in un negozio di cristalli, essere abile e sicuro; allora potrà arrivare dall'altra parte del negozio, senza aver rotto nemmeno uno dei preziosi cristalli... Sono convinto che non esista un teatro diverso per persone diverse, ma un teatro capace di generare incontri socialmente riconoscibili"

Non è così scontato pensare che tutto ciò che determina un incontro possa essere definito teatro, soprattutto se pensiamo alla forte necessità che questo nostro tempo contiene. Spesso mi capita d'incontrare la diversità in ambiti istituzionali e trovo spesso persone fortemente motivate alla costante ricerca di mezzi per uscire da una opprimente fissità. Il lavoro di destrutturazione è sempre più una tappa obbligata e gli operatori ne sentono la necessità e desiderano uscire dai meccanismi convenzionali: l'assistenza fine a se stessa, la mancanza di obiettivi comuni, le difficoltà organizzative e via di seguito.
Le occasioni di incontro e di studio acquistano valore se riescono a calarsi nelle singole situazioni, senza finzione, con l'obiettivo comune di scardinare, muovere, aprire. E' necessario a questo punto interrogarsi sulla necessità del teatro in questi ambiti e sul significato profondo che questa pratica acquista. Non è mio compito capire se veramente il teatro può definirsi terapeutico; è probabile ma non certo, ma credo invece che sia necessario considerare il suo valore sociale; le capacità in esso contenute sono principalmente provocatorie e sono queste le responsabilità che possiamo chiedere al teatro e attraverso di esso assumerci.
Sono convinto che non esista un teatro diverso per persone diverse, ma un teatro capace di generare incontri socialmente riconoscibili. I mezzi per creare queste occasioni di incontro sono simili ad altri contenuti in altre forme di espressione, ma non hanno lo stesso valore e soprattutto la stessa riconoscibilità.
Questo dipende, credo, dalla volontà di dimostrare abilità non richieste. Ho sempre pensato che il portatore di handicap non debba dimostrare nessuna abilità richiesta dalla convenzione e che non debba sentirsi obbligato a "scimmiottare" il teatro ufficiale, ma debba rendere pubblico il "proprio" teatro, con le specificità che lo caratterizzano. Sono interrogazioni alle quali cerco di dare risposta con il lavoro di ricerca; quello che sento come mancanza è il collegamento tra l'istituzione e gli operatori che spesso cercano nell'attività con i disabili l'incontro tra questi elementi.

La capacità di creare un luogo

Da molti anni dedico la mia ricerca al teatro; e l'incontro con i disabili mi ha donato la possibilità di rivalutare molti aspetti del mio mestiere d'attore e di regista, primo fra tutti quello della condivisione. E' ovvio che non si può chiedere a una persona normale di condividere la condizione nella quale si trova il disabile, ma di chiedere uno slancio, la capacità di creare un "luogo", uno spazio fisico e mentale dove incontrare il disabile, una zona franca dove scontrarsi ad armi pari.
Questo luogo, nella occasione in cui c'è stata la volontà di creare lo "scontro", spesso si chiama teatro; non soltanto inteso come luogo fisico, ma come atto creativo e desiderio di comunicare.
Allora diventa necessario delimitare i confini, definire il campo in cui agire, prepararsi all'incontro che diventerà scontro. Trovarsi di fronte a situazioni non conosciute, essere capaci di guidare un gruppo di disabili all'interno del percorso creativo; imparare ad ascoltare. Trovare con loro un'intesa e svilupparla senza caricarla di segni, significati o altri orpelli.
L'ascolto è possibile se riesce ad allontanarsi dalla complessità.
Questo non significa evitarla a priori, ma penetrarla mantenendo come obiettivo la semplicità.
Nella loro disarmante semplicità riesco a trovare, attraverso l'ascolto, stimoli forti, che nella maggior parte dei casi sono sinceri.

La sincerità contro il giudizio

Questo è il rapporto che mantiene l'equilibrio tra gli elementi: Semplicità - Sincerità.
Quando parlo di semplicità, intendo dire tutto ciò che la complessità permette di tradurre in praticità, tutto ciò che il complesso meccanismo dell'immaginazione lascia trasparire rendendo visibile l'invisibile.
Tutto questo passa attraverso un filtro (che non è mai giudizio e/o presa di posizione a priori) che nient'altro che il tempo dedicato alla ricerca, dalla quale nasce la sincerità. Questo è possibile se liberiamo il percorso creativo dalle ansie produttive, dalla fasulla necessità del profitto, dalla paura del giudizio.
Non c'è peggior nemico della sincerità che il giudizio.
In un percorso creativo con i disabili, l'operatore deve sentirsi come un elefante in un negozio di cristalli, essere abile e sicuro; allora potrà arrivare dall'altra parte del negozio, senza aver rotto nemmeno uno dei preziosi cristalli. Il disabile, nella sua verità, lo considero uno straordinario essere umano, che senza volontà si mostra in tutta la sua persona senza sottrarsi alla trasparenza. Sono quello che sono, perché so quello che so.
Questa è la base per poter iniziare un confronto alla pari, senza giudicare, evitando i limiti precostituiti.
Credo di non avere nulla da insegnare, perché penso che sia già molto complesso "stare", "essere", "incontrare". Allora quello che cerco quotidianamente è un nuovo modo di "camminare", questo è per ora tutto quello che posso fare. La ricchezza in tutto questo è che spesso mi è concessa la possibilità di farlo con altre persone, che forse già lo stanno facendo e non ne sono coscienti, oppure stanno andando senza cogliere la preziosità del viaggiare.
Devo essere riconoscente nei confronti delle persone che sentono questo vitale bisogno e premiare tutti quelli che credono nel valore del teatro, soprattutto in questi casi dove il confine fra terapia e arte è molto sottile.
Elio Vittorini diceva che l'uomo ha bisogno di altri doveri, più alti e verso gli uomini; perché a compiere i soliti non c'è più soddisfazione e si rimane come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi. Allora la diversità deve essere per noi un punto di forza, non un ulteriore ostacolo, dobbiamo costruire occasioni, spazi mentali e fisici adatti all'incontro, capaci di generare emozioni, vortici di fantasia.
Dobbiamo allenarci alla conoscenza di sé, per conoscere e affinare le proprie qualità creative, di relazione, comunicazione.

Pubblicato su HP:
1997/59
Parole chiave:
Teatro