Diversabilità in TV - Superabile

29/03/2010 - Claudio Imprudente

Oggi piove… Apro la posta e trovo un invito al convegno dell’Asphi: “Comunicare ai disabili, comunicare la disabilità”. Mi chiedono un titolo per il mio intervento, e io mi arrovello indeciso per trovarne uno originale. Ecco il risultato: “Tra pirati e corsari: comunicare una diversabilità che piace”. Mi domando: esiste una diversabilità che piace? E come si fa a comunicarla? Risponderei alle due domande con un’unica riflessione. Sicuramente esistono canali direttissimi e collaudati per parlare dell’argomento: ambiti in cui si dialoga con persone che già conoscono e sono venute in contatto con la diversabilità e in cui ci si serve di strumenti privilegiati tipo conferenze, incontri, convegni… ma esistono canali comunicativi che sembrano precludere a priori la possibilità di affrontare l’argomento. Tempo fa ho ricevuto la lettera di un educatore che mi ha espresso il suo parere su un fatto: durante la trasmissione “C’è posta per te” di Maria De Filippi è stato mandato in onda un gruppo di ragazzi down mentre si esibivano in una danza. Questo semplice fatto ha scatenato una marea di polemiche : il ballo di questi ragazzi poteva risultare come la “spettacolarizzazione della diversità” Ora che finalmente anche la persona diversabile ha la possibilità di accedere al mezzo televisivo non solo come fruitore, non capisco perché si debba improntare sempre tutto sulla serietà e sulla pesantezza, focalizzandosi solo su ciò che lo rende “diverso”. Questo quello che ha scritto l’educatore: questo quello che penso anch’io.
I media forniscono quotidianamente dei surrogati che noi, spesso, assimiliamo senza protestare. Da questo, risulta che ciò che passa dai media viene riconosciuto come appartenente alla collettività e alla “normalità” della vita comune; ciò che ne rimane escluso non lo si considera parte della vita pubblica e sociale. Una rappresentazione televisiva della disabilità significa quindi acquisire la visibilità necessaria affinché essa si trasformi da un problema di pochi a esperienza condivisa di tutti.
Bisogna inoltre stare molto attenti affinché la disabilità passi nel modo “giusto” come “soggetto di un processo” e non “oggetto di una notizia” (che spesso è di denuncia, di richiesta e raramente, invece, è propositiva e positiva.) Far vedere un gruppo di down che balla in televisione vuol dire renderli soggetti di un momento comunicativo o oggetti di una notizia? Vuol dire mostrare il lato gioioso e spensierato a cui queste persone hanno diritto come chiunque altro o seguire la solita via della strumentalizzazione e del sensazionalismo? Smettiamola di pensare che l’unico modo di “fare passare” l’handicap in tv sia indurre alla commiserazione. Ricordiamo che stiamo parlando di persone. Quindi l’alternativa è tra parlare della disabilità come oggetto di comunicazione o collocarla come soggetto che entra nel mondo mediatico e diventa protagonista di un suo spazio. Sono due prospettive molto diverse. Che cosa ne dite? Cliccate su: claudio@accaparlante.it