Diversabilità: piazza o periferia?

01/01/2004 - Claudio Imprudente

Un luogo mi è particolarmente caro: la piazza. Di forma quadrata oppure circolare: uno spazio che si apre tra le case, i negozi, le chiese e gli uffici. Su una piazza si affaccia sempre un bar, con i suoi tavolini, i suoi profumi e la sua gente che lì prende un caffè o beve una birra mentre scambia due parole. Tutti prima o poi passano dalla piazza, incontrano un amico e colgono l’occasione per fermarsi, darsi una pacca sulla spalla per poi mettersi a discutere di calcio o di politica. Molte donne passeggiano tra un acquisto e l’altro, ma non sfuggono di passare dalla piazza per vedere un po’ chi c’è in giro, così, per fare due chiacchiere. Ci sono poi i bambini che giocano, tranquilli del fatto che in piazza non passano macchine, al massimo qualche bicicletta… Insomma un luogo in cui la gente passa e si ferma; in cui ci si incontra con la voglia di passare un po’ di tempo insieme. Mi sto dilungando in descrizioni quasi poetiche ma ora arrivo al dunque: la piazza mi è davvero cara, soprattutto negli ultimi anni, per le sue caratteristiche di incontro e scambio sulle quali non ci fermiamo mai a riflettere, nonostante dalla piazza passiamo sempre tutti, chi più o chi meno. La piazza può essere davvero un buon palco e, come tutti i palchi, può avere anche la grande potenzialità di innalzarti a essere protagonista alla pari delle relazioni che in piazza si intrecciano, ma può anche distruggerti, lasciandoti ai margini e pensandoti incapace di metterti in relazione. Vi dirò che per me ci sono tante e diverse piazze: a partire da quella paesana, di incontro di amici e conoscenti, a quelle un po’ “diverse”. Penso ad esempio ai convegni, anzi ai palchi dei convegni ai quali sono spesso invitato a parlare, alle trasmissioni televisive e radiofoniche alle quali ho partecipato, alle serate di presentazione dei miei libri, alle manifestazioni di apertura di varie iniziative. Queste sono le mie piazze, i luoghi che, vi dicevo, mi sono cari. Lo sono perché sono occasioni in cui incontro persone, scambio con loro contenuti ed esperienze; sono luoghi però che potenzialmente portano con sé dei rischi. Essere su un palco significa camminare su una sottile linea di confine tra la partecipazione attiva, propositiva, in cui io sono persona, porto la mia proposta culturale, e una situazione in cui la mia condizione di diversabile diventa il fenomeno da baraccone. La piazza allora deve essere gestita, in modo da sfruttarne le potenzialità e non inciampare nei rischi, e per questo credo sia importante arrivarci avendo spalle robuste e ben preparate da una corretta consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità; una buona dose di autostima che aiuti a far diventare interessanti, innanzitutto a noi stessi, le nostre abilità e anche i nostri limiti, in modo da suscitare nella gente la voglia dell’incontro, della relazione e dello scambio. Il tutto non può non essere farcito da un pizzico, che in me non è proprio un pizzico, di sana autoironia: ridere un po’ di se stessi non fa mai male, avvicina le persone abbattendo ogni possibile barriera. Come persone diversabili dobbiamo fare i conti con questo fatto: il deficit mette a disagio e ciò si supera solo con una conoscenza reciproca, con la complicità che nasce da uno stare bene insieme. Bisogna mettere le persone a proprio agio e qual modo migliore che farsi insieme una bella risata? Prendersi un po’ in giro aiuta non a ridere dei diversabili ma a ridere con i diversabili. La piazza ha anche un’altra caratteristica che mi affascina: la sua capacità di mettere in rete le notizie e le persone. Pensate per esempio a quanto circolano i pettegolezzi di paese: una volta che riescono ad arrivare in piazza ecco che diventano immediatamente di pubblico dominio. Così il fatto che si tratti di luoghi di relazione fa sì che abbiano grandi potenzialità di saper creare delle reti di contatti e di persone. Allora la diversabilità stessa può diventare piazza, dunque luogo di incontro e scambio. Certo bisogna avere voglia di andarci, in piazza; molto spesso è più comodo svicolarla e passare da vie periferiche, più buie, meno affollate. Mi spiego: è certo più facile starsene in casa davanti alla tv, oppure uscire ma non entrare in relazione alla pari con le persone, per accettare da queste solo l’assistenza; oppure ancora chiudersi in se stessi, creandosi un proprio mondo che non è lo stesso mondo degli altri, ma quello più tranquillo, forse anche più sicuro, più immobile, della periferia. In questi ultimi tempi abbiamo avuto invece la fortuna di vivere su una mega piazza: l’Anno Europeo delle persone con disabilità. La stessa Comunità Europea ha sottolineato come uno degli obiettivi dell’anno fosse proprio dare visibilità alle persone diversabili. Il 2003 è passato, ma l’importanza di scendere in piazza, di partecipare, resta. Tante allora sono le piazze sulle quali possiamo incontrarci come protagonisti attivi e propositivi di una cultura nuova; sono piazze politiche, cinematografiche, televisive, culturali, sportive, radiofoniche, musicali, sociali, multimediali… e chi più ne ha più ne metta. E allora, cosa aspettate? Scendete in piazza.

Parole chiave:
Creatività, Cultura