Disabilità non fa rima con solitudine - Il Messaggero di Sant'Antonio, novembre 2008

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Qualche mese fa mi trovavo al concerto tenuto a Bologna da Jovanotti, artista particolare che ha saputo proporsi nel tempo in modo sempre diverso. Un grande comunicatore di concetti, oltre che un ottimo compositore ed esecutore. Quando il pubblico ha sentito l’attacco di Fango («Io lo so che non sono solo…») subito è partito in un coro tale da sovrastare la voce del cantante. Fino a quel momento avevo apprezzato questa canzone senza dare troppo peso al messaggio che veicolavano quelle parole, ma, dopo aver sentito tutte quelle persone che la cantavano all’unisono, ho pensato che quel testo volesse dire qualcosa di più, e che forse toccava questioni che tutti sentiamo a noi vicine. Con spirito da scolaro diligente – quale non sono mai stato – mi son messo ad analizzarne le parole. È vero: alcuni punti sono davvero interessanti. A una prima lettura, quelli più degni di nota mi erano sembrati i passaggi relativi al rischio di diventare come anestetizzati rispetto alle cose del mondo, quelle magari più comuni, che spesso diamo così per scontate che non ci accorgiamo nemmeno di trascurarle. «Ma l’unico pericolo che sento veramente / è quello di non riuscire più a sentire niente (…) il battito di un cuore dentro al petto / la passione che fa crescere un progetto / l’appetito, la sete, l’evoluzione in atto / l’energia che si scatena in un contatto». Quest’ultima parte mi ha fatto pensare anche al film Centochiodi di Ermanno Olmi.

Però, leggendo e rileggendo il testo della canzone, l’occhio in realtà mi cadeva sempre su un’altra frase, non a caso il ritornello: «Io lo so che non sono solo / anche quando sono solo / io lo so che non sono solo / e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango».
Quella della solitudine è una delle paure più sentite da ognuno di noi. Non è solo il timore di perdere chi più ci è vicino. Piuttosto, in generale, è il timore di essere soli al mondo. Rispetto a questa angoscia diffusa, la disabilità è un ottimo «monitor» sociale e antropologico. Infatti, una delle cose che impedisce un rapporto paritario tra le persone disabili e i normodotati è proprio l’immagine intimorita, diffidente che questi ultimi hanno della condizione di disabilità, quasi fosse sinonimo di solitudine irreversibile. Questa immagine si accompagna ad altre simili, come quella che associa disabilità a sofferenza, o ad assistenza. In qualche modo il rapporto disabile-«normale» riflette la paura diffusa della solitudine, restituendocela in maniera più nitida. Insomma, la disabilità ci spaventa anche perché pensiamo che, semmai ci trovassimo in quella situazione, saremmo condannati a una vita isolata. È come se, temendo la solitudine, avessimo paura di chi ci sembra vivere appieno quella condizione di totale distacco.
Ma c’è un altro messaggio che il testo ci trasmette: la solitudine è uno stato apparente, quasi un auto-convincimento. Mi sembra che Jovanotti ci inviti a considerarla come una condizione non-data, cioè in divenire e nelle nostre mani: siamo noi a poterne determinare tempi e caratteristiche.
Una simile visione della solitudine comporta, però, anche la dismissione di associazioni di idee, come quelle di cui parlavamo sopra, che solo apparentemente sono nocive e discriminanti per gli altri, ma che in realtà limitano le nostre stesse vite. Per cui associamo con facilità la solitudine a determinate situazioni esistenziali (immobilità, dipendenza, deficit, o altre), mentre l’essere soli è una condizione di vita che dipende dal modo in cui percepiamo noi stessi e ciò che ci sta attorno.

Se l’argomento vi sta a cuore, se vi siete sentiti spesso soli, scoprendo poi che non di vera solitudine si trattava… o semplicemente se siete dei fans di Jovanotti, scrivete a: claudio@accaparlante.it