Dilemmi formativi

01/01/1997 - Sandro Bastia

"In Europa la figura dell'educatore e molto forte all'interno dei servizi sociali e sanitari; la formazione è in parte unitaria per chi vada lavorare al nido, alla scuola materna, nell'handicap,... poi esiste una specializzazione che però è successivo alla costruzione di una identità professionale comune di base."

Siamo andati ad intervistare Emanuela Cocever, pedagogista, responsabile di formazione e docente dei corsi, triennali e biennali di riqualificazione sul lavoro, dalla partenza di questi, circa dieci anni fa.

Come scorge il profilo dell'educatore che emerge dall'ipotesi del ministero?
Parliamo di "educatore professionale" ma in realtà facciamo un cortocircuito che è indebito visto che questa è una figura che soddisfa alcune delle richieste dell'educatore professionale, ma non è il profilo dell'educatore professionale. E' un indizio di ambiguità. La collocazione dell'educatore preoccupa tutti.
E non solo quella.
La formazione, ad esempio è un altro nodo critico. Infatti ricordo di avere visto un programma di triennio, qualche anno fa, che formava una figura professionale simile a quella che viene delineata o almeno che aveva il titolo simile al titolo che viene ipotizzato in questo triennio attribuito alla facoltà di medicine per la formazione del riabilitatore - operatore tecnico della riabilitazione.
Era un triennio tutto dedicato alla strumentazione per la riabilitazione fisica, sensoriale. Logopedia, fisioterapia e qualche terapia occupazionale. Da lì emergeva una figure professionale veramente strumentale, molto esecutiva. Non certo l’educatore che progetta dei percorsi o che conduce dei processi educativi, li valuta, come siamo invece abituati noi. Sono fortemente contraria all'attribuzione della formazione di una figure che appartiene all'ambito pedagogico, alla facoltà di medicine.Inoltre in questo modo continua a prefigurarsi una formazione settoriale per campo di intervento, per una figura che è invece, secondo me, unitaria.Ci sono esperienze in Europa, penso ad esempio alla Scandinavia, dove la figura dell'educatore professionale è una figura molto forte all'interno dei servizi sociali e sanitari; la formazione è in parte unitaria per chi vada a lavorare al nido, alla scuola materna, nel tempo libero come per chi vada a lavorare nella patologia o nell'handicap ecc.
C’è una parse di formazione unitaria e poi una ampia parse dedicate alla specializzazione ma che sia successiva alla costruzione di una identità professionale comune di base.

Il profilo ipotizzato non e raccordato con i profili dell'educatore professionale che esistono in Europa, dove si parla appunto di "Educatore Professionale" e non di "Tecnico dell’educazione"
A livello di titoli, e non di contenuto, credo non esista in nessun paese una figura simile, poi formata da medicina...Dalle informazioni, un po' frammentarie che ho, comunque, in Europa esistono più formazioni che portano a più sbocchi (diversi anni di corso, varie qualifiche e specializzazione) e non solo un percorso che porta ad uno sbocco solo.

Il tema della formazione degli educatori oggi oscilla tra diversi paradossi: tra chi la formazione non l'ha mai incontrata ma lavora da tempo e chi dovrà misurarsi con quello che pare vada a costituirsi come diploma universitario della facoltà di medicina.
Ogni tanto mi viene da pensare a quando i corsi biennali erano appena partiti. In quel momento in varie sedi si era anche pensato, sfruttando l'esperienza di Scienze dell’Educazione che aveva messo a fuoco un'esperienza di formazione a distanza, di immaginare un percorso di riqualificazione per gli educatori che non fosse basato solo sulle modalità d'aula. Quindi l'ipotesi di avere una formazione sul lavoro per gli educatori professionali che fosse fatta di pochi incontri significativi e di lavoro poi su materiali per l'autoformazione. Quell'ipotesi fu perdente e si preferì piuttosto far partire una nuova formazione con la ripetizione, ad esempio, di 10 ore di psicologia dello sviluppo del bambino che invece potevano essere facilmente acquisite da testi.
Si e mantenuta una formula più tradizionale - anche se penso che poi comunque i bienni si sono rivelati una formazione poco tradizionale emolto interessante - ma avrebbero potuto essere più originali e flessibili, in questo modo, probabilmente più persone avrebbero potuto partecipare e non si sarebbero registrati i problemi ed il calo delle iscrizioni degli ultimi corsi che sono stati erroneamente interpretati come il segno che oramai tutti erano riqualificati; da qui la decisione di fermare i corsi di riqualifica che ci ha portato alla situazione di imposizioni che viviamo attualmente.
Invece io non vedo, tuttora, cosa ci vieti di pensare che la formazione possa continuare a seguire un doppio binario, per cui da un lato se uno vuole si fa l’università e consegue il suo diploma universitario, dall'altro si inizia a lavorare e poi si fa una formazione. Questo avviene anche in altri paesi, ad esempio la Danimarca, dove la diversa qualifica diploma universitario-riqualifica, da luogo a due qualifiche e a due stipendi diversi, ma permette comunque ad entrambi di lavorare.
Ora il tema della formazione, a mio avviso, nonostante questa ipotesi sul profilo rimane ancora aperto e spero che si possa sfruttare questa esperienza.

Il tema del riconoscimento degli educatori. Un ritornello che dura da anni e si muove tra le rivendicazioni - giuste - della categoria e la "richiesta di una immagine", una visibilità sociale. questo profilo sembrarenda nuovamente attuale questo tema riaprendo il dibattito, mai chiuso, su cosa debbano fare, in quali forme si debbano esprimere gli educatori per essere riconosciuti come professione, prima ancora che come categoria.
Sono molto sensibile a questo argomento. Sicuramente non si ottiene un riconoscimento protestando per il fatto che si e poco riconosciuti. Io questo l'ho imparato decisamente dal movimento delle donne e da una parte del movimento delle donne che e quella che per esempio rifiuta tutti i temi delle pari opportunità e delle quote con il ragionamento, molto importante, che non si può affermare una forma puntando sulla propria debolezza. Allora se il bisogno è che abbiamo bisogno delle quote per farci riconoscere ne consegue un procedere paradossale. Io pretendo qualcosa per affermare la mia forza in nome della mia debolezza. E' un ragionamento, in cui pero c’è qualcosa che non va, e le azioni che ne conseguono sono altrettanto non funzionanti.
Per affermarsi sono necessarie azioni che contengono l'affermazione di se, del proprio stile, della propria identità. Queste affermazioni nascono dalle esperienze, mi verrebbe da dire quasi "di base" e non dai decreti scritti dall'alto, e dalle sperimentezioni spontanee di cose che riteniamo proprio noi stessi operatori. Se ne discusso spesso in corsi per educatori.
Un modello potrebbe essere questo: un gruppo di educatori che si organizza, ragiona sulla propria esperienza, vedendosi una volta alla settimana e discutendo, producendo cose e relazioni, per il proprio piacere, non per dovere istituzionale o rivendicazione sindacale, senza mettersi immediatamente alla ricerca di riconoscimenti istituzionali od altro. Facendolo perché così fanno qualcosa che interessa loro e nella quale fra di loro si attribuiscono responsabilità e importanza. Questo succede. Tutti noi abbiamo dei colleghi e delle colleghe che ci piacciono perché magari fanno il nostro stesso mestiere ma lo fanno un po' meglio o hanno delle idee migliori: penso che creare dei gruppi dove ci sono queste persone e a queste persone riconoscere la capacita che hanno di animare gli altri, nella totale informalità istituzionale. Io credo che sia lì che si deve cercare una molla per il riconoscimento degli educatori. In questo modo si fa un'esperienza di esistenza, di forza, di significato, in prima persona. E poi si troveranno i modi per farla irradiare all'esterno.Certo questo non vuole dire che non bisogna fare tutti gli altri percorsi, ma piuttosto che bisogna farli entrambi, proprio per la vita quotidiana delle persone. Scrivere lettere alla Regione, ai sindacati, alle USL per rivendicare i propri diritti, condizioni migliori di lavoro, alla fine pero, nella vita quotidiana, finisce per portare ad uno stato d'animo che non è certo di benessere. Se ti vedi in un gruppo e fai qualcosa che ti piace il tuo stato d'animo e uno stato d'animo di soddisfazione.
io non riesco a metterlo subito in un discorso più politico di così. Però secondo me, è la dove io cercherei la forza con la convinzione che sia una forza anche istituzionalmente.

Pubblicato su HP:
1997/55