Diario

01/01/2000 - Clara Sereni

25 novembre 1978 ? Dopo quasi un mese di ospedale, dopo
un'infinità di indagini invasive e di analisi, arriva la sera del sabato in cui il tempo sta per scadere. Ho contrazioni ripetute, strane; il primario non c'è, prima di andar via l'ostetrica passa a vedermi ma non registra che l'inusualità dei miei sintomi. Più tardi nella notte le contrazioni continuano, più intense, ma in reparto non c'è nessuno di quelli che mi hanno seguito fin qui.
L'unico monitor in funzione è in sala?parto, fuori dal reparto di patologia ostetrica dove sono stata finora. Per le mie insistenze la caposala accetta di mandarmi lì: in barella, con la cartella clinica appoggiata sulla pancia che continua a contrarsi.
La sala?parto è libera, non ne hanno bisogno e dunque possono usarla per me. Anche se non sto partorendo. Mi legano al letto con le cinghie del monitor, dalle quali potrei facilmente liberarmi se solo sapessi cosa fare, cosa decidere. Per nove ore resto sul lettino della sala?parto, incapace di ribellione. Quando sento passare qualcuno chiamo, con il mio tono troppo educato, e talvolta qualcuno si avvicina: ma quando provo a chiedere cosa succede, cosa prevedono, il massimo di risposta che ottengo è che no, quelle non sono contrazioni da parto, dunque non c'è nessuna particolare ragione di allerta.
Mi mandano via, al mattino, soltanto perché non spetta a quel reparto darmi la colazione.
In barella mi riportano in reparto: con la cartella a cui nessuno ha dato neanche un'occhiata, con il lunghissimo rotolo di carta uscito da un monitor che nessuno ha controllato.
Il primario del mio reparto, nel giro che di domenica fa soltanto nel pomeriggio, guarda finalmente il tracciato e subito si irrigidisce, si indigna: ma a me che chiedo non dice niente, non spiega niente. Riesco solo a cogliere due parole, «sofferenza fetale», che vanno ad aggiungersi all'ansia di tanti giorni senza risposte. Poi mi dicono che partorirò, con il cesareo: non prima di sera. Al risveglio dall'anestesia, in sala di rianimazione, accanto a me c'è solo un'infermiera: dice che tutto è andato bene, troppo genericamente e professionalmente per convincermi, dopo la gravidanza piena d'inciampi che ho avuto. Passano più di dodici ore, prima che al mio compagno sia consentito di venire da me. Di lui mi fido, ascolto le sue rassicurazioni e la descrizione che mi fa del bambino. Più tardi anche mia madre, mia suocera, le mie sorelle mi dicono dei tanti capelli che ha, delle somiglianze che hanno trovato. Del fatto che appena nato non piangeva, ma poi subito l'hanno schiaffeggiato e allora sì. Appena nato c'erano tutti, loro: io no, dormivo e non ho visto niente.

30 novembre 1978 ? La mia amica Gisella si scandalizza, quando scopre che non ho ancora visto il bambino, ricoverato al reparto immaturi da cui non lo lasciano uscire. Sparisce nei corridoi dell'ospedale, torna con una poltrona a rotelle, si fa aiutare da un'infermiera per caricarmici sopra, poi la guida, senza troppe concessioni per le mie ferite, lungo i corridoi. Curve, ascensori, poi finalmente il reparto.
Il vetro mi tiene a distanza, la carrozzella da cui non riesco ad alzarmi mi tiene a distanza. Al di là le culle, una in fila all'altra: divieto d'accesso, e l'infermiera troppo occupata per darmi retta.
E’ancora Gisella che riesce a parlamentare e contrattare: per un tempo brevissimo, l'infermiera prende mio figlio dalla culla e lo avvicina al vetro, perché io lo veda.
E’ magro, grinzoso, affogato in una brutta tutina scolorita troppo grande per lui. Somiglia a mio padre quando si toglieva la dentiera. Poi, però, il bambino apre gli occhi: grandissimi, e assomiglia soltanto a se stesso.
Tornata al mio letto, consegno a Gisella i golfini fatti da me, le tutine che avevo comperato: non c'è altro modo in cui mi sia consentito prendermi cura di lui.

estate 1982 ?Tentiamo una vacanza diversa dagli altri anni, trascorsi al riparo e nel chiuso della casa di campagna dei nonni. In Toscana, un agriturismo speciale, qualcuno molto attento ai problemi delle diversità: perché il rapporto con l'esterno spesso ci fa vergognare, e almeno in vacanza vorremmo sentirci accolti.
Giorni uguali e sufficientemente sereni: fino a ferragosto. Quando, arrivando al mattino nella sala di riunione, troviamo due persone con le stampelle, e una terza sulla sedia a rotelle. Temiamo le reazioni di Matteo, così spaventato dalle diversità altrui: come se specchiarvisi fosse un terrore troppo grande. E infatti la sua prima reazione è di fuga, vuole andare via e forse noi non ci sentiremmo tanto di insistere se non fosse, per gli altri, quelle persone che forse potrebbero restarci male, sentirsi emarginate come tante volte ci sentiamo noi.
Restiamo, e Matteo entra nel cerchio magico di tre persone eccezionali. La sera c'è musica, e il più disagiato dei tre grida a Matteo: «Fammi ballare! Fammi ballare!”. Matteo spinge la sua sedia a rotelle, la fa roteare anche troppo velocemente ma l'altro accetta il rischio. E vince: la paura che Matteo ha di ogni diversità, da oggi, non è più totalmente indomabile.

(*) tratto da AA.VV. Mi riguarda, edizioni e/o 1994

Pubblicato su HP:
2000/75