Di nuovo lunedi

01/01/1999 - Susanna Tamarro

Il magico Alvermann - Raccontare la diversità

Caro diario, di nuovo lunedì.
Oggi è la prima vera giornata di autunno...
Chissà come sarà il futuro? Ogni tanto me lo chiedo. Penso alla piccola Dorrie, naturalmente, non a me e a Jeff. A proposito, oggi sono sei anni esatti che sta assieme a noi...
Una specie di secondo compleanno. Il giorno in cui è nata e il giorno in cui l'abbiamo adottata. Ricordo perfettamente l'emozione mia e di Jeff. Non si sapeva quand'era nata, né dove. Era stata una guardia notturna a trovarla in un bottino della spazzatura. Era bianca, forse di origine ispanica. Nera o gialla sarebbe andata comunque bene. Dal momento in cui la nostra impossibilità di avere figli era stata accertata non avevano desiderato altro. Appena usciti dall'istituto, Jeff, stringendola tra le braccia ha esclamato: - Nella spazzatura! Sembra una favola di quelle che pubblichi tu!
Una favola, già! Proprio di questo abbiamo parlato nella riunione redazionale di oggi. Dobbiamo aprire una nuova collana per i bambini tra i sei e i dieci anni. Laurie, la mia socia, sostiene che è il momento di tirare fuori storie terrificanti. E' questo che vogliono i bambini, mostri, streghe, giganti con la bava, patrigni terribili e carnivori. Io naturalmente sono contraria. Penso che ai bambini bisogna offrire il meglio, farli sognare: sono così teneri, fragili, ricchi di fantasia...
Sono le dieci di sera adesso. Il pomeriggio è andato secondo il programma. A letto a guardare la pioggia cadere, a raccontare fiabe; ci siamo alzate appena verso le cinque. Dorrie doveva fare un compito scritto per domani. Tema "Il mio papà". Lei che ha tanta facilità a scrivere, questa volta mi guardava smarrita, con la penna sospesa in aria sopra il figlio bianco. Così l'ho aiutata. Capisco, ho detto, che non sai cosa scrivere; il papà è talmente meraviglioso che è difficile trovare un argomento da cui cominciare. Le ho suggerito poi di scrivere che faceva l'avvocato, che difendeva sempre i poveri, somigliava a Robin Hood in qualche modo: alto, forte, così forte che avrebbe potuto soffocare un elefante con due dita o sollevarci entrambe sopra la balaustra del balcone senza nessuno sforzo, come se fossimo due fogli di carta. Allora, vinta la perplessità, ha iniziato a scrivere, ha scritto per un'ora intera, concentrata e attenta.
Jeff, questa sera, non è venuto a cena; il lavoro certe volte lo assorbe a tal punto che non ha neppure il tempo di telefonarmi...
Caro diario, oggi sono tornata alla casa editrice. Alle nove abbiamo avuto una riunione per quella famosa collana. Laurie insiste con le sue idee e io non cedo con le mie. Ieri sera, prima di andare a dormire sono passato a controllare il sonno di Dorrie. Dormiva come un cucciolo stanco e felice, aggrappata al suo orsacchiotto. Così, con quell'immagine in mente, ho spiegato a Laurie che lei, non avendo figli, certe cose non le può comprendere.
Non si può turbare la loro serenità con assurde storie di mostri. Sul momento ha incassato con un sorriso neutro e non ha risposto niente; solo più tardi, alla fine della riunione, mi si è avvicinata e, con le labbra strette, mi ha chiesto cosa mi era fatta sull'occhio.
Le ho risposto la verità, che ero caduta per le scale. Allora lei ha alzato le spalle e ha detto stupita: - Ti succede un po' spesso ultimamente, no? Non avrai mica qualche problema al labirinto?...
Dopo pranzo ho lasciato la casa editrice alle tre. La nuova maestra di Dorrie mi aveva chiamato per un colloquio. Non mi sono preoccupata troppo. Sapevo già quello che voleva dirmi. La bambina è magra, disattenta, sembra deperita. Non è la prima volta che succede. Ho ripetuto a questa maestra ciò che avevo già detto alle altre: non si sa da chi sia venuta al mondo, le prima ore le ha trascorse tra i detriti, nel disagio più totale. E' abbastanza comprensibile che non sia proprio uguale agli altri bambini. Ci siamo lasciate da buone amiche... Venerdì, caro diario! Un'altra settimana è passata! In pochi giorni l'autunno è diventato inverno. ... Alla casa editrice per tagliare la testa al toro ho fatto una massa a sorpresa: ho detto che il primo libro della collana l'avrei scritto io...
Sabato e domenica sono trascorsi in un soffio, come sempre. Sabato c'era il sole e così, con Jeff, abbiamo deciso di fare una gita in campagna. L'aria era fredda, pungente.
Dorrie non ama andare in macchina, non era d'accordo. Piagnucolava. Così, a metà del percorso, Jeff ha fermato la macchina, l'ha fatta scendere e le ha proposto, dato che le piacevano tanto i cani, di viaggiare nel bagagliaio. L'ha chiusa dentro e abbiamo proseguito tranquillamente il viaggio; ogni tanto, chiacchierando, sentivamo dal fondo dell'auto una specie di abbaiare sordo. Abbiamo riso. La piccola è così spiritosa. Faceva finta davvero di essere un cane.
Pranzo in una trattoria rustica. Ho detto a Jeff la mia idea di scrivere un libro per la collana. Si è entusiasmato. Ha detto che invece di arrancare nella fantasia avrei potuto scrivere la vera storia di Dorrie. E' un'ottima idea: la sua è proprio una storia a lieto fine. Una vera fiaba...

Caro diario, di nuovo lunedì! Gli psicologi dicono che esiste una sindrome specifica di tale giorno. Dopo il relax del week-end tutti i sensi soffrono di una specie di torpore, un rifiuto a iniziare la settimana di lavoro. Temo che abbiano ragione! Questa mattina, infatti, sono andata a sbattere dritta contro la mensola accanto al frigo, contro lo spigolo della mensola, naturalmente. Un taglio sulla tempia piuttosto cruento. Ho cercato di tamponarlo con del ghiaccio prima che si svegliasse Dorrie. Jeff si era già alzato ed era in bagno. Quando Dorrie è venuta in cucina le ho ricordato il permesso della scuola di danza. Ha detto: - Dopo colazione - ma anche dopo colazione non voleva andare dal padre. Ho dovuto accompagnarla io davanti alla porta del bagno, posare le sue piccole nocche contro il legno.
Jeff non l'ha sentita subito: radendosi cantava a squarciagola.
Quando finalmente ha aperto la porta, l'ha fatto con un impeto tale che per poco Dorrie non è ruzzolata ai suoi piedi. Li ho lasciati soli e sono andata a vestirmi. Mentre chiudevo la cerniera della gonna ho sentito Jeff ripetere forte: - Ce l'hai o non ce l'hai la voce?!
Poi Dorrie deve aver trovato il coraggio di domandargli di fermare il permesso. Jeff, infatti, ha iniziato a modulare allegramente le note di un valzer. Passando davanti al bagno ho sbirciato dentro e ho visto che stavano ballando. Lui l'aveva sollevata con le sue braccia forti, la faceva piroettare in aria, quando cadeva la raccoglieva a terra e la lanciava in alto un'altra volta. Appena dopo dieci minuti di gioco si è accorto di essere in ritardo sul suo solito orario. Ha salutato me e la bambina ed è uscito di corsa. Sono entrata nella stanza da bagno. Dorrie stava ancora distesa nella vasca. Emozionata, sfinita. Dall'espressione dei suoi occhi ho capito che non aveva le forze per andare a scuola. Per una volta ho acconsentito. Non sarà la fine del mondo! Neanch'io, del resto, oggi andrò in ufficio. Non vorrei che Laurie, vedendo la ferita sulla tempia, mi consigliasse di nuovo quel dottore del labirinto.
Sarà un ottima occasione per finire il pullover di Dorrie e iniziare quello della bambola. Ho cucito la prima manica e sta per finire la seconda. Dorrie non ce l'ha fatta ad alzarsi, ma ha voluto lo stesso che le mettessi il completo da ballo. Per infilarglielo ho dovuto deporre il lavoro a maglia. Era talmente stanca da non riuscire a muovere le braccia e le gambe. Devo dire a Jeff che non la ecciti più fino a questo punto. E' una bambina troppo sensibile, basta un nonnulla per metterla in sobbuglio. Appena le ho tirato su la calzamaglia, infatti, si è sporcata; si è fatta tutto addosso come quando era piccola. Poi ha vomitato la colazione sullo jabot di pizzo. Ho preso uno straccetto umido e ho pulito tutto, appena l'ho deposto nel lavandino dalla sua bocca ha cominciato a uscire un filo di sangue, ho pulito anche quello. E' sempre troppo ingorda quando mangia e questo è il risultato. Volevo sgridarla, ma quando mi sono chinata su di lei, mi sono accorta che dormiva. Pazienza, ogni tanto bisogna saper chiudere un occhio. Approfitterò di questa pausa per andare un po' avanti con la fiaba. L'inizio è certo: il ritrovamento nella spazzatura. Ma la fine? Forse c'è qualche buona idea nel quadernino di Dorrie. Devo cercarlo.
"Dicono che gli orchi non esistono più invece gli orchi esistono ancora. Il mio papà di giorno è un avvocato e di notte un orco. Quando dormo e ho paura che la porta si apra, mi stringo a Teddy. Teddy è il mio orsacchiotto, siamo amici da sempre. Lui sembra di stoffa e invece se dico la propria parola e lo bacio sul cuore lui diventa vivo e più forte di qualsiasi cosa. Ogni sera Teddy mi promette che se viene l'orco mi difenderà. Ogni mattina io gli prometto che quando saremo grandi scapperemo insieme. Andremo su e giù per i boschi a cercare le more più dolci e il miele dove intingere le zampe. Saremo felici, allora, come in tutte le storie che finiscono bene".

Susanna Tamaro, Per voce sola, Marsilio

Una orco come papà
commento di Maura Forni

Dopo aver letto il racconto di Susanna Tamaro non riuscivo a pensare "mi piace" e neppure "non mi piace", sapevo soltanto che mi causava dolore, disagio, mi feriva... mi dispiaceva.
C'è una spaccatura forte tra ciò che si è portati a pensare all'inizio e ciò che si scopre alla fine, ci sono tracce lungo il percorso, ma siamo tentati di ignorarle, ci siamo identificati con una buona madre fin dalle prime righe e nell'ultima pagina ci troviamo trasformati in una mostro di falsità; ci sentiamo come ingannati, o peggio, scoperti nella parte peggiore di noi stessi.
Al mio orecchio di educatore il racconto parla, soprattutto, della violenza forte e subdola della falsità. Dell'insieme di tante, anche piccole falsità di mancanza di ascolto dell'altro utile a mantenere e rafforzare quella rappresentazione che, singolarmente o in gruppo, abbiamo deciso di mettere in scena.
Il campo educativo il rischio di mistificare, alterare o negare la verità di chi ci è affidato è sempre presente. Dietro ai bambini, ai loro bisogni ci si può nascondere facilmente, su di loro si possono proiettare progetti, fantasie e desideri; vederli e mostrarli come vogliamo che siano o pensiamo che debbano essere per una qualche convenienza sociale, per rispondere ad obiettivi prefissati, per farci fare "bella figura"...
Ci rendiamo complici l'un l'altro nel soffocare la voce dei bambini, la loro diversità, nel manipolarla e sottometterla agli interessi dei "grandi". Quante volte anche la "pedagogia" serve da difesa per non incontrare i bambini (sapere già tutto di loro evita di doverli ascoltare). Ci permette di analizzarli troppo da vicino, con griglie dettagliate, o guardarli tanto da lontano, nelle indagini statistiche, da non vederne mai davvero nessuno.
Quanta "pedagogia" serve a noi adulti per teorizzare, scrivere, per combatterci o confermarci o serve gli interessi di mercato, ben lontani dagli interessi dei bambini.
Mi piacerebbe che potessimo partire dalla fine del racconto, dall'ascoltare Dorrie e tutti i suoi compagni... ne nascerebbe, spero, tutta un'altra storia.

Parole chiave:
Letteratura