Progetto di vita - Di nuovo al lavoro. Una nuova esperienza

14/07/2011 - di Alessandra Pederzoli

Nasce anche un film dal progetto torinese “La Ghianda – Oltre il trauma”, progetto pluriennale finanziato dalla Comunità Europea che ha l’obiettivo di ragionare e intervenire sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità acquisita. Se mi fermo poi riparto è un film che traccia un bilancio di un’esperienza, con lo scopo di condividere con altri il vissuto di questi tre anni di impegno; obiettivo a cui si accosta anche l’intenzione di trovare nuove strade, sperimentare percorsi alternativi e innovativi che siano capaci di porre le basi per continuare questo impegno intrapreso.
In questi tre anni di lavoro, il progetto ha visto il coinvolgimento congiunto di diversi soggetti operanti sul territorio, strutture sanitarie e non, quali l’Ente Acli Istruzione Professionale (Enaip), l’Azienda Ospedaliera Maggiore della Carità di Novara, il Centro Studi Don Calabria, la società di formazione, ricerca e comunicazione Eclectica e le associazioni Bip Bip Onlus e C.A.S.T. Soggetti che in diversa misura, e con competenze anche differenti, operano tutti a partire da un punto di vista comune e collettivo: trasformare coloro che sono pensati dalla società come portatori di disabilità in portatori di competenze, seguendo processi nei quali i soggetti interessati non sono oggetto di un intervento mirato ma sono piuttosto veri e propri “attori protagonisti”. Di fatto gli enti coinvolti sono soggetti che hanno una natura professionale profondamente differente in grado di mettere in campo delle competenze anche molto diverse. Probabilmente un punto di forza questo. Da un lato c’è chi conosce l’esperienza della disabilità, o perché la vive in prima persona (coloro a cui il progetto è destinato che abbiamo definito “attori protagonisti”) o perché ne ha esperienza in qualunque altra misura; dall’altro c’è invece chi si occupa professionalmente di mediazione al lavoro e svolge costantemente un’azione capillare di diffusione di buone pratiche e di nuove metodologie di intervento, al fine di reinserire nel mondo del lavoro chi ha perso alcune competenze a causa di un trauma. Ecco perché si può dire che alla base del progetto vi sia in realtà un’azione intensa e fondamentale di dialogo tra chi vive la situazione del trauma e chi interviene sul mondo del lavoro, un mondo pieno di sfaccettature e risvolti non sempre accoglienti nei confronti della “competenza persa o modificata”: l’opportunità e lo scambio come base su cui costruire proprio le pratiche di inserimento e di integrazione lavorativa nuova.

Produttività e indipendenza

Le imprese, e il mondo del lavoro più in generale, spesso non si dimostrano particolarmente disponibili al mantenimento del posto di lavoro per persone che perdano improvvisamente competenze e modalità operative. Spesso diventa difficile anche a livello imprenditoriale riuscire ad accettare una ridefinizione delle mansioni e dei ruoli ricoperti dall’individuo all’interno dell’azienda, quasi a sottolinearne la rigidità e la struttura a misura di mercato e non a misura d’uomo. Di fatto la persona che prima non era disabile e che svolgeva determinate funzioni in un ambito lavorativo e che poi diventa “incapace” di mantenere tali mansioni, per l’azienda è spesso percepita come un peso o un ostacolo alla produttività. Il disabile risulta essere improduttivo e un costo. Inutile dire come una percezione di questo tipo pesi enormemente sulla persona e sulla sua autostima già profondamente segnata dall’esperienza del trauma, una ferita che spesso necessita di molto tempo per rimarginarsi. A questo disagio sul lavoro spesso si affianca anche una fatica della persona a ridefinire tutti gli altri ruoli ricoperti prima del trauma. Un percorso irto e complesso. Si mettono in fila una serie di necessità e di nuovi bisogni, che non sono solo quelli strettamente fisici della riabilitazione di funzionalità strutturali della persona, ma anche e soprattutto si tratta di bisogni di natura psicologica e sociale. Accettare una condizione nuova e profondamente diversa; cercare di cucire addosso a questa condizione un nuovo modello di indipendenza che spesso può voler dire una indipendenza che comunque necessita dell’aiuto e del sostegno di altri; la necessità di ritrovare e ricercare nuovi stimoli e nuovi ambiti in cui impiegare e mettere a frutto le proprie energie. Un percorso complicato in cui ogni ambito e ogni aspetto della persona (chiunque essa sia, disabile e non) viene chiamato in causa. Si tratta di pensare alla famiglia di origine o effettiva, di ricollocare gli affetti e i vari legami che si trovano a dover fare i conti con una condizione modificata che incide anche sulle modalità di relazione con la persona stessa; di ripensare all’ambito lavorativo: un ambito oggi fondamentale nel quale le persone vivono, si realizzano, mettono in campo competenze e abilità, maturano esperienze e intrecciano legami.
Ecco perché si rende necessario ricostruire i rapporti sociali dell’individuo, riscoprire le sue attitudini, valorizzarne i talenti per ricreare una nuova routine quotidiana che si basi proprio sulla consapevolezza della nuova condizione, capace di acquisire una sempre maggior autonomia.
Progetti come “la Ghianda” (e i molti altri sorti e avviati in Italia in questo periodo storico) hanno proprio l’obiettivo di migliorare le capacità del disabile, per reinserirlo nella società e nel lavoro: il traumatizzato perde delle competenze ma ne acquisisce altre che possono emergere attraverso un costante supporto e impegno, a partire dall’idea di fondo che ogni persona può maturare come individuo solo se ha l’occasione di conoscere, confrontarsi, impegnarsi e agire, vivendo esperienze in ambienti sociali come il lavoro, il tempo libero e la famiglia. Questi progetti pongono il focus sui primi due per proporre una serie di attività culturali e ricreative capaci di sensibilizzare la società sul recupero dei traumatizzati, in particolare il mondo del lavoro, e per dare sostegno a queste persone, agli operatori e alle famiglie.
Le persone disabili, per cui sono pensati tali progetti, vengono dunque coinvolti nell'organizzazione di laboratori teatrali, nella creazione di testi e video, nella realizzazione di conferenze e campagne di sensibilizzazione e prevenzione sulla “disabilità acquisita”. E sono innanzitutto affiancati da un’attività di orientamento, di ricerca attiva del lavoro, di accompagnamento al lavoro e di tutoring, per il quale spesso viene incaricato una figura di educatore esperto che ha il compito di creare un modello di inserimento idoneo per il disabile nel lavoro, oltre a individuare le sue competenze per meglio svilupparle. Questi percorsi educativi e rieducativi includono anche la partecipazione delle aziende per affidare anche a loro un ruolo attivo e propositivo che non sia solo la gestione dei numeri aziendali e che tenga conto anche dell’ascolto proprio delle dinamiche aziendali per trovare modo di discutere i loro problemi nella gestione e riabilitazione di soggetti traumatizzati sul luogo di lavoro.
Probabilmente il mettere insieme tutti questi soggetti e il mettere in campo le competenze e le professionalità di ciascuno, significa innanzitutto porre al centro la persona con le sue molteplicità e le sue complessità. Significa pensarla prima di tutto come oggetto-soggetto di un processo collettivo della società intera che ha il compito di ripensarsi, prima ancora di ripensare alla persona che si trova a ricostruirsi per trovare nuove modalità di stare e di essere.

 

Parole chiave:
Lavoro