Dare e basta...non basta - Il Messaggero di Sant'Antonio, gennaio 2010

26/03/2010 - Claudio Imprudente

«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Questi versetti del Vangelo di Matteo (10,37-42) e quelli che immediatamente li precedono sono, come si sa, molto importanti, ma anche difficili da «gestire e digerire». È un passo che può spiazzare. Gesù invita ad abbandonare la famiglia per seguirlo. Sono parole rivoluzionarie, se le interpretiamo come il tentativo di rompere le forme abituali per proporre un ordine (di cose, di idee, di priorità, di rapporti) nuovo. Che, l’ho scritto già altre volte, è a mio avviso l’intento principale della predicazione e dei gesti di Gesù.
Potremmo soffermarci su ognuna di queste righe e trovarci degli spunti di riflessione davvero vivi, attuali. Pur frequentando questo testo da tanti anni, l’ultima volta che l’ho ascoltato la mia curiosità è caduta su un aggettivo che potrebbe sembrare banale, ma che a mio avviso non lo è. Perché è un altro tassello nella definizione di un ordine nuovo, diverso dal precedente. Un piccolo, grande tassello.

Gesù, verso la fine del suo discorso, afferma: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Perché Gesù specifica che deve essere un «bicchiere di acqua fresca»? A chi ha sete non potrebbe bastare semplicemente dell’acqua? Magari calda e offerta senza troppa convinzione? Senza neanche guardare il ricevente negli occhi? L’azione dell’offerta d’acqua non sarebbe comunque realizzata? E chi offre quell’acqua non potrebbe soltanto indicare all’assetato la direzione del pozzo più vicino? Evidentemente non sarebbe sufficiente; l’azione così concepita non sarebbe risolutiva.
È allora sul «modo di dare» che dobbiamo porre l’attenzione, perché è questo che cambia le cose. È un aspetto che, per chi come me lavora «nel sociale», ha un’importanza fondamentale, ma che, sono certo, chiama in causa tutti noi nell’attualità delle nostre relazioni e azioni quotidiane.
Dare e basta… non basta. Secondo me Gesù intende dire: la semplice offerta, la carità potremmo dire oggi, non è una soluzione efficace. Limitarsi alla «pura» azione non cambia noi e non cambia ciò che è fuori di noi. Gesù ci propone un’azione «di cura», un’azione «di bellezza», «di stile». Non di maquillage, non di abbellimento (ipocrisia), non di cortesia, ma di bellezza. L’azione del «dare da bere» acquista valore grazie a quei due dettagli (il bicchiere e la freschezza dell’acqua) che la elevano a qualcosa di più di un gesto, la trasformano in attenzione a..., vicinanza con l’altro. Non è solo il ricevente ad aver bisogno di qualcosa di più di un «fare nei suoi confronti»; è anche colui che offre, se vuole sperare che il suo fare abbia una potenza concreta, a dover connotare il suo gesto in questa direzione.
Il mondo del sociale, ma non solo, ha bisogno di ricevere e dare acqua, certo, ma che sia fresca e servita in un bicchiere.
E voi che bicchiere avete nelle vostre case? Vi ricordate di conservare sempre del­l’acqua fresca? Scrivete, come sempre, a: claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.