Dall'identità plurale all'identità gagja: una proposta per gli educatori

01/01/2000 - Marco Grana

La stimmate sociale di handicappato, matto, tossico e disgraziato aumenta il grado di emarginazione, sofferenza, chiusura e produce handicap, follia... Compito dell'educatore è consentire e promuovere l'apertura di spazi mentali e sociali per lo sviluppo dell'alterità, l'alterità dentro se stessi."Gli zingari non possono continuare a fingere di vivere una propria cultura in quanto si tratta ormai di un miscuglio di sopravvivenze già da secoli non vitali e improduttive…..La mendicità, cui da secoli di dedicano le donne zingare, non è compatibile con il senso di dignità che oggi qualifica l'uomo come proprietario del lavoro, ed anche l'uso di strumenti come le automobili o i fili elettrici nelle roulotte, manifesta apertamente l'impossibilità di conservare anche il più piccolo frammento di vita nomade.
Gli zingari debbono capire (ed è nostro dovere aiutarli in questo) che possono fare il massimo possibile per la loro cultura se l'assumono come "storia", da consegnare ai documenti , con tutto il suo patrimonio letterario, musicale, religioso , politico. Tentare di trattenere la vitalità nel vissuto quotidiano è invece un'operazione, non soltanto illusoria, ma perdente….E (la loro cultura) muore perché non produce più nulla di proprio, anche se continuano a vivere gli uomini che ad essa si richiamano".
Queste ed altre asserzioni appaiono nell'articolo di una “gagja” che di mestiere fa l'antropologa (Ida Magli), e sono state scritte su un giornale (Il Resto del Carlino) il 13 Aprile 2000, abbastanza vicino alla Pasqua, in una città (Bologna) che pensa di essere civile e sviluppata, che crede di essere ricca, che scrive su volantini e manifesti di essere capitale della cultura nel 2000. L'antropologa “gagja” parte da un episodio che è la corretta rappresentazione socio-antropologica di cosa significhi essere civili, sviluppati, ricchi e culturalmente centrali: significa che se ci capiti dentro e sei Rom puoi morire di freddo o bruciato nella tua roulotte a due anni. Ma, ancora di più, sono le sue asserzioni che vanno lette come rappresentazione culturale di cosa significhi essere appartenenti ad una cultura sviluppata, civile, ricca e occidentale. E proprio di questo che vogliamo parlare in questo nostro articolo gagjo.
Un altro gagjo, Andrea Canevaro, parla di identità plurale. Come è noto a quell'altra minoranza etnica (ne rom ne gagj, oppure tutte e due le cose e altre ancora) che sono - in genere- gli operatori sociali, si tratta di un idea legata strettamente al concetto di ambiente, che ci interessa confrontare e processare attraverso ingranaggi culturali e antropologici che ora ci appaiono salienti.

L’identità plurale

Noi non siamo una sola cosa, siamo tante cose, siamo un numero indeterminato di cose, siamo sani a causa delle nostre incongruenze, abbiamo facce diverse in situazioni diverse, viviamo simultaneamente sentimenti contraddittori, siamo sani se siamo in grado di vivere la crisi, se siamo in grado di rivestire ruoli diversi.
Declinazione in termini di lavoro educativo: l'handicappato, il matto, il tossico, il disgraziato in genere, non è solo quella cosa lì, la stimmate sociale di handicappato, matto, tossico e disgraziato al contrario aumenta il grado di emarginazione, sofferenza, chiusura e produce handicap, follia, eccetera. Compito dell'educatore è consentire e promuovere l'apertura di spazi mentali e sociali per lo sviluppo dell'alterità, l'alterità dentro se stessi.
Ma non si può lavorare sull'identità dell'altro in modo diretto perché sarebbe pura violenza o pura manipolazione, occorre un mediatore, occorre lavorare sui contesti, sulle trame connettive (dice Canevaro), sull'ambiente, occorre creare spazi e significati che l'altro possa occupare-interpretare di sua iniziativa.



Quando Canevaro parla di ambiente ha in mente le persecuzioni naziste agli ebrei, ragiona sullo sradicamento che subirono intere popolazioni e sugli effetti sui loro comportamenti e sul loro esistere, riesce però a mantenere il fuoco anche sul caso singolo, su quello che capita una persona col suo nome, sull'esperienza concreta dello sradicamento.

Assaggiare gli altri

Ma che idea di uomo sta dietro il concetto di identità plurale?
Non solo un idea di uomo, ma anche un'idea di vita e di senso che si articolano sulla esperienza.
In tedesco c'è una parola molto poetica che denota al tempo stesso esperienza e avventura: Erlebniss, e il punto è proprio quello: nell'esperienza, nello sperimentare il mondo, nell'assaggiare gli altri, nel lasciarsi provare dagli altri, nel farsi invadere dal mondo, c'è la costruzione del senso, la partecipazione alle cose, l'appartenenza all'altro da me (cosa, idea, persona o divinità), c'è l'appropriazione (io sto dentro la pancia di mia madre, il suo seno sta dentro la mia bocca), c'è lo scambio e la reciprocità che ci mescola agli altri. E tutto questo avviene col corpo, con la pancia, le viscere, il sangue, le ossa, il cervello, le parole, i sentimenti, la memoria, la speranza. E tutto questo contribuisce a costruire la dignità della persona e la culturalità delle comunità umane.
Le culture hanno dinamiche simili a quelle che hanno le correnti negli oceani o le perturbazioni atmosferiche: le correnti marine, per esempio, si diversificano soprattutto per temperatura e salinità e per questo tendono a rimanere separate e a seguire ripetutamente certi percorsi ma ai loro margini di mescolano si sfrangiano producono schiuma e onde, e nei tempi lunghi anche loro si modificano.
E la dignità? La dignità è il principale prodotto dell'esperienza: io, corpo, mente, memoria, speranza, paure varie, meschinità varie, desiderio, io, anzi noi, persone, comunità, linguaggio, simboli, storia, progetti, noi sappiamo cos'è un uomo, noi sentiamo cos'è un uomo, e siccome lo sappiamo e lo sentiamo vorremmo farlo o esserlo, almeno, nel nostro piccolo ci proviamo. Questa è la dignità: l’immaginazione, l’assunzione, la proprietà di un’idea di uomo e la tensione a quell’idea.
La dignità non c’è per forza, è il risultato finale di una crescita fatta di appartenenza culturale, di rispetto di sé, di relazione con gli altri, di esperienza del mondo.

La banalizzazione dell’esperienza

Negli anni ottanta non sono morte le ideologie (in realtà, da questo punto di vista, l'unico cambiamento è consistito nella omologazione di quasi tutti i mass-media e di quasi tutti i partiti, che si sono adeguati al pensiero unico della globalizzazione), negli anni ottanta, in verità, è stata legittimata e condotta a compimento la nullificazione, la banalizzazione, il massacro dell'esperienza, cioè delle condizioni sociali e culturali che rendono significativa l'esperienza delle persone e delle comunità. Lo ha compiuto la scuola (non dagli anni ottanta, ma da molto prima), lo ha compiuto la televisione, lo hanno compiuto i giornali e le riviste, lo ha compiuto con enorme potenza il cinema, con enorme potenza la musica a iniziare da Woodstock, lo hanno compiuto le radio, vere creatrici di senso comune giovanile, lo ha compiuto la medicina, il sistema produttivo, e più di tutti lo ha compiuto il sistema dei consumi.
Lo hanno compiuto pagati, mandati, costruiti e inventati dai soggetti macroeconomici e macropolitici che avevano e hanno bisogno di pilotare il cambiamento culturale, addirittura antropologico, per poter conservare e aumentare il loro potere ottimizzandone il rapporto costi-benefici : la storia degli anni settanta in America Latina (le dittature militari con relative guerriglie) e recentissima in Asia (l’applicazione letterale e feroce delle ricette dell’FMI e le conseguenti crisi economiche) hanno insegnato alle grandi multinazionali che, per continuare a gestire il loro potere, l'uomo così com'è non va più bene: hanno scoperto che piuttosto che spendere miliardi di dollari per mantenere sottomesso militarmente un popolo è conveniente disumanizzarlo, cioè privarlo della sua dignità e gestirlo dolcemente: costa meno.
L'articolo “gagjo” dal quale siamo partiti testimonia che noi occidentali in questo senso siamo molto più avanti degli altri popoli, che il processo di nullificazione dell'esperienza e di cancellazione della dignità è giunto a compimento; altri sono i popoli che stanno resistendo: i rom e i sinti sono la avanguardia di questa resistenza e per questo noi “gagj” dobbiamo dichiarare morta la loro cultura, noi che la nostra dignità l'abbiamo seppellita sotto un cumulo di immondizie, dobbiamo asserire (ignorando le regole elementari dell'antropologia, che, per costituzione epistemologica, è relativista) che ormai sono loro ad essere privi di dignità.

Aiutiamoli a morire

Se vi fossero dubbi sul fatto che siamo stati disumanizzati, ho le prove: stadio Heysell, muoiono in quaranta prima di Juve-Liverpool, si sa dei morti, lo sanno i calciatori e giocano, lo sa la Tv e partita è trasmessa, lo sanno i telespettatori e la guardano (almeno i nazisti potevano dire ce lo hanno ordinato, ma qui cosa si può dire?), pochi giorni fa in Turchia i morti erano solo due, ma hanno giocato lo stesso;
centri di permanenza temporanea, sono veri lager dove vengono stipati esseri umani che non hanno commesso reati, sono in Italia in cerca di lavoro senza visto, esistono davvero; bombardamento di Baghdad, di Bassora, genocidio in corso del popolo irakeno, stiamo partecipando, perché?; ma la prova principale è l'Operazione Arcobaleno: ehi, serbi e kossovari, non sapevamo neanche che a pochi chilometri da noi esistevate!, ora vi bombardiamo, anzi vi bombardiamo e vi aiutiamo, (l'Esperienza dice: se butto giù una bomba da un aereo a duemila metri d'altezza o molto di più non so esattamente dove cadrà, la Televisione Globalizzata dice: i bombardamenti sono chirurgici, state tranquilli uccidiamo solo il nemico i buoni li aiutiamo tutti insieme, la Mancanza di Dignità dice: uccidiaiutiamoli (cioè aiutiamoli a morire, come dice in ultima analisi anche l'articolo da cui siamo partiti) anche se non sappiamo perché, anche se ce li abbiamo a fianco da qualche decennio e non c'eravamo mai accorti di loro, anche se sappiamo con certezza che tra sei mesi ci diranno che tutto quello che ci stavano raccontando sui serbi era propaganda bellica).
A proposito, tutto quello che ci raccontavano sui serbi era propaganda bellica (vedere gli ultimi numeri di Le Monde Diplomatique che cita fonti ONU, e di vari organismi internazionale della nostra parte).

L’uomo è solo una macchina produttiva?

Noi “gagj” siamo senza dignità perché siamo deprivati della nostra esperienza, siamo convinto di non avere il diritto di pensare cosa è un uomo, non lo sappiamo più dire, e accettiamo che ce lo dica qualcun altro.
Il signor Qualcun Altro ci sta dicendo che l'uomo è uno strumento produttivo. Il signor Qualcun Altro è un quadro medio alto della Philips, della Nestlè, della Monsanto, della General Motors, della Fiat, della Sony. Forse è l'intero consiglio d'amministrazione di una banca o di una finanziaria assicurativa. Il signor Qualcun Altro è preso molto sul serio da quasi tutti i partiti politici e da quasi tutti i quotidiani,
ma è preso molto sul serio anche dalla gente comune. Con la gente comune il tipo di comunicazione cambia: non discorsi, ma file di oggetti desiderabili nelle corsie degli ipermercati, vetrine nei centri commerciali, film, varietà e sanremi vari, campionato di calcio, formula uno, sono tutti casi in cui è il linguaggio è quello delle cose o dei sentimenti, e si tratta di linguaggi da cui è molto più difficile difendersi perché essendo senza parole sono anche senza pensieri e quindi con scarsa possibilità di critica. Il problema è che tutti questi media (dai giornali alle corsie dei supermercati) dicono sempre la stessa cosa e si confermano tra di loro: l'uomo è una macchina produttiva, se non produce e non sa stare nel mercato, allora è un problema che va risolto.

Lettere luterane

Il mutamento antropologico in Italia è già avvenuto. E' già stato descritto con precisione in tutti i suoi aspetti qualitativi e anche nelle sue cause storiche da Pasolini, è pubblicato in Lettere Luterane e in Empirismo Eretico. Pasolini ne ha descritto bene anche qualche meccanismo, in particolare quelli legati al linguaggio, aspettiamo che qualche antropologo o sociologo riprenda le sue osservazioni e le articoli in modo sistematico.
In questo mondo parlare e praticare l'identità plurale è due cose alternative tra loro: o è una pia intenzione, fiorellino da coltivare in un piccolo orticello, per poi essere messo nell'occhiello di qualche dipendente del signor Qualcun Altro, oppure è una pratica socialmente eversiva, che vive nell'emarginazione, insieme ai profughi, ai rom, agli sconfitti perché improduttivi, e in quanto improduttivi privi del diritto alla dignità e all'esistenza.
Ai sociologi e agli antropologi, e a chi svolge lavoro educativo occorre chiedere di ricostruire e reinventare le condizioni per la possibilità dell'esperienza. Non escludiamo che i luoghi privilegiati della ricerca siano proprio quelli che si tenta di neutralizzare con l'idea dell'aiuto (dai zingaro, fatti aiutare a morire).
Rom e Sinti, come fate voi a resistere? Come fate voi a mantenere la vostra dignità? Ecco, forse questa potrebbe essere l'inizio di una ricerca socio-antropologica.

Pubblicato su HP:
2000/76