Dagli atzechi ai sioux

01/01/1987 - Daniele Chitti

Una storia dei servizi sociali


Non so quanta gente possa affermare di conoscere qualcosa dell'antico popolodegli Aztechi. Qualcuno, immagino, ricorderà che il loro Impero, che siestendeva nel Messico centrale, fu distrutto con incredibile rapidità da ungruppo di disperati Conquistadores spagnoli nel 1520. Altri ancora avrannosentito il loro nome associato alla perturbante pratica dei sacrifici umani.Pochi saranno edotti del fatto che praticavano un gioco simile al nostro calcio,e pochissimi, credo, sapranno quello che sto per dire. In realtà questo popolonon cessa di stupire; la loro capitale era, all'epoca, una delle città piùgrandi e monumentali de"! mondo.
Tra le tante attrazioni che poteva vantare c'era anche un vasto, pulito e benorganizzato Giardino Zoologico, dove si potevano ammirare svariate specie dianimali, molte delle quali provenienti da paesi lontani. Questo zoo eraproprietà del sovrano, ma tutti potevano visitarlo e goderne. Se qualche restraniero voleva far colpo sull'imperatore azteco il modo sicuro era dipresentarsi a lui portando in dono qualche raro animale esotico: con un po' difortuna poteva anche scongiurare una guerra.
Ma la particolarità che questo zoo vantava rispetto a quelli attuali era dipossedere un padiglione dedicato a contenere e ostentare ciò che gli Aztechidefinivano "scherzi di natura"; qualcuno ha già immaginato conraccapriccio che si trattava di persone che noi oggi definiremmo handicappate:focomelici, grandi ustionati, fratelli siamesi, albini, dismorfici, equant'altro si possa immaginare di adatto a quell'ambiente. È vero, non eranorappresentate molte delle categorie di handicap che oggi conosciamo, ma questosemplicemente perché, anche volendolo, non si riusciva a Tane sopravvivere. Una cosa interessante è che a queste persone venivaaffibbiato un nome di animale che in qualche modo ne sintetizzasse l'aspetto:così c'era la donna-tapiro, l'uomo-coyote, il bambino-serpente e così via; masarebbe ingiusto indignarci per questo, perché anche nella nostra civilissima nosografia neuropsichiatrica esiste una "sindrome dell'urlo delgatto" e altre metafore del genere. Ma la cosa di gran lunga pù singolaredel serraglio azteco erano i modi con i quali queste persone venivano reclutate;qualora la loro diversità si fosse palesata fin dall'infanzia erano, in genere,i genitori stessi che li cedevano al sovrano in cambio di un lauto compenso, unaspecie di assegno di accompagnamento ante litteram: e molte famiglie inristrettezze economiche si auguravano che gli dei volessero concedere loro unacosì preziosa fonte di reddito. Chi invece acquisiva i caratteri necessari inetà adulta (ad es. in seguito ad un'ustione o ad un combattimento) siautovendeva allo zoo dietro versamente di una piccola fortuna alla propriafamiglia. Infine, altri esemplari provenivano come forma di tributo da parte deipopoli sottomessi alla potenza militare azteca: ma questi rappresentavano unacategoria a parte essendo caratterizzati da un'altra spettacolarità. Lo so,tutto questo è raccappricciante; ma il raccappriccio nasce perché ciimmaginiamo il serraglio azteco trasferito tout-court in una nostra città ainostri giorni. Proviamo, invece, per un momento a metterci nei panni di questopopolo la cui attività preferita era la guerra e la cui religione prevedeval'uso regolare di sacrifici umani allo scopo di tenere, a bada un pantheon didivinità tra i più terribili che si ricordi; cerchiamo per un attimo diimmaginarci la vita di questa gente che non possedeva praticamente nessunacognizione medica e il cui benessere economico dipendeva da una non semprepuntuale stagione delle piogge, il cui ritardo provocava spesso conseguenzedrammatiche; pensiamo ad un popolo sempre in bilico tra ricchezza e povertà,tra espansione e distruzione, tra stato e organizzazione tribale.
In questo quadro (e solo in questo!) il serraglio azteco sembra un elemento diintegrazione sociale da non sottovalutare
per la sua ingegnosità ed efficacia, anche se devo ammettere che siamo troppoemotivamente coinvolti nel problema per giudicare serenamente. In realtà è unvero peccato che presso il grande pubblico l'unica pratica sociale che siricordi di una civiltà diversa dalla nostra nei confronti degli handicappatisia quella che vigeva presso gli Spartani, i quali si sbrazzavano degli inabiligettangoli dalla Rupe Tarpea: questo fatto ha spianato la strada al mito chesolo la nostra cultura si è posta il problema etico dell'integrazione deglihandiccapati, mentre le altre lo avrebbero risolto nel più spiccio e definitivodei modi.
L'integrazione non è una novità.
Invece, da un lato si può dimostrare che quasi tutte le società avevano ohanno modelli di integrazione; dall'altro non credo che sia corretto dire cheuna società si è posta un problema etico: gli individui si pongono problemietici, mentre le società si pongono solo problemi strutturali e funzionali chenella loro sostanza sono uguali per noi come per gli Aztechi. Qualcuno dirà chescegliere questi ultimi come paragone sia stata una mossa infelice: perchéparagonarci proprio ad un popolo con una fama tanto sanguinaria e con dei valoricosì poco usuali per noi? D'accordo, riferirò allora un altro esempio chevenga maggiormente incontro alla nostra sensibilità. Chi non conosce il fieropopolo dei Sioux, i nemici, giurati del famigerato generale Custer e delle suespietate giacche azzurre? Ebbene, presso i Sioux le professioni possibili eranosostanzialmente soltanto due: per gli uomini quella di cacciatore-guerriero; perle donne quella di squaw, la schiva, sottomessa, instancabile faticatricedomestica.
Ora, non era raro che alcuni adolescenti manifestassero problemi che da noi sichiamerebbero "omosessualità" e "nevrosi isterica"; chec'entrano costoro con gli handicappati? Da noi forse niente. Ma provate adimmaginarvi un giovane omosessuale costretto a passare quotidianamente il suotempo in attività decisamente mascoline; oppure una giovane omosessualeavviarsi ad uria onorata carriera di custode del focolare e masti-catriceinfaticabile di pelli di bisonte; o,
infine, un giovane isterico rimanere appollaiato su una collina, immobile comeuna statua sotto il sole, scrutando per ore e ore l'orizzonte per tenered'occhio una mandria di bisonti o una banda rivale. In verità nel mondo deiSioux queste persone erano invalidi civili al 100%! Che farne allora? Ucciderli?Abbandonarli agli sciacalli? Neanche per sogno! Con una complessa cerimoniaesoterica, essi venivano avviati a svolgere alcuni ruoli particolari che avevanoin qualche modo a che fare con la religione (come ad es. stornare, attirandolesu di sé, le influenze dei cattivi spiriti). Addirittura, alcuni di essi che simostravano particolarmente dotati potevano anche aspirare a diventare capi o aformare una sorta di famiglia propria.
So già che qualcuno troverà attraente e commovente tutto questo in un popolocosì primitivo, ma aspettare il finale: i Sioux non potevano permettersi chequesti personaggi destassero troppa simpatia e con essa il desiderio diimitarli; essi erano integrati, ma non amati; gli altri, i normali, erano tenutia disprezzarli, a farne oggetto di pettegolezzo e di biasimo, a indicarli ai giovani comeesempio al negativo; precisi tabù difendevano la parte sana da una pericolosacontaminazione. Così, la loro diversità serviva a rinforzare la normalitàdegli altri.
Mi astengo a questo punto dal fare qualsiasi commento: ognuno potrà utilmenteesercitarsi a trovare le similitudini e le differenze strutturali tra i servizisociali nostrani e quelli in vigore presso gli Aztechi o i Sioux in materia diportatori di handicap.
Desidero solo fare un ultima osservazione: c'è un altro aspetto che ci accomunaagli Aztechi o ai Sioux e cioè l'indifferenza nei confronti della sofferenzaindividuale. Oggi come allora il problema è quello di far quadrare il cerchiodella diversità, non di capirla nel suo aspetto esistenziale. Da questo puntodi vista il Welfare State è un'abile campagna pubblicitaria dove ci è stata,insegnato a diffidare delle imitazioni.

Pubblicato su HP:
1987/3