Da Kunta Kinte a Obama: una rivoluzione delle identità - Il Messaggero di Sant'Antonio, aprile 2009

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Caro Barack, mesi fa, poco prima di insediarti, hai scritto una lettera rivolta alle tue figlie e, idealmente, a tutti i tuoi «figli» americani. Forse non solo americani. Certe parti della lettera avevano infatti un respiro troppo ampio per essere «contenuto» nei confini, per quanto grandi, degli Usa. Mi è sembrata quasi un testamento, o meglio, un’assunzione di impegni e responsabilità di fronte al mondo intero. Scusa se attribuisco a te interpretazioni e intenzioni forse solo mie, ma credo di non far torto al tuo pensiero allargando la platea dei destinatari.

Scorrendo il testo, sono tre i momenti che mi hanno colpito: il riferimento al diritto di tutti a godere di un’istruzione adeguata; l’idea di spingere i limiti dell’uomo al punto di andare oltre le divisioni che caratterizzano, e troppo spesso feriscono, la società umana; il richiamo alla necessità di ancorare le proprie capacità a quelle altrui, perché queste possano dispiegarsi nelle loro effettive potenzialità. Non ti sembri vanagloria, la mia: sono tre ambiti ai quali anch’io ho dedicato, nel mio piccolo, tanti sforzi, tanti pensieri.
La scuola stessa, quando non riesce a interessarsi alla dignità umana, alle differenze, alla necessità delle relazioni, manca uno dei suoi obiettivi principali. Il fine, infatti, non dev’essere ammaestrare i bambini per farne «cittadini perfetti» pieni di nozioni, trascurando la cura della loro creatività e delle loro emozioni, della capacità relazionale e dell’acquisizione di un «modello di vita» responsabile. La scuola è decisiva affinché possa concretizzarsi un effettivo superamento delle diseguaglianze e una compiuta dipendenza reciproca tra gli uomini e con l’ambiente che li circonda. Spero che davvero lavorerai perché a tutti sia garantita l’opportunità di misurarsi con questa imprescindibile palestra di vita. Mi piace molto anche l’immagine che usi riguardo al superamento dei limiti umani, perché non prospetti qualcosa di «ultra-umano», ma auspichi una piena realizzazione dell’uomo stesso. Come si fa? A mio avviso, solo creando condizioni per cui le diversità non vengano vissute come conflittuali, patologie da curare o inferiorità, ma come la struttura sulla quale costruire un’unità, quella dell’umanità. Interpreto come definitivo riconoscimento l’espressione «superamento delle divisioni di razza, genere, religione, etc.». Tanto si è scritto sull’elemento rivoluzionario insito nel fatto che un uomo di colore sia stato eletto presidente degli Usa: anch’io credo sia una rivoluzione, non ne do un’interpretazione minimalista.
Peraltro tu incarni il presente e il futuro «meticcio» transnazionale e transculturale del mondo globalizzato. Anche in questo senso, potenzialmente puoi parlare a tutti. La tua vicenda, che certo non è sufficiente a ricompensare secoli di esclusione e totale arbitrio nei confronti di varie minoranze, dimostra quanto sia ottuso e poco lungimirante ragionare in termini di appartenenza, di identità da difendere, di diversità da allontanare e uniformare. Errore sin troppo comune e rifugio solo apparentemente consolatorio per chi ha certezze declinanti. Spero che la rottura portata dalla tua vittoria non venga riassorbita in poco tempo: sta anche a te, però, dimostrarlo. Affermi che gli Usa sono basati sulla diversità di razze, religioni, culture: ma che cosa vuol dire questo? Credo che ciò che auspichi sia una maggiore capacità di entrare in relazione, in dialogo, di interessarsi alle differenze reciproche: una cosa né scontata né semplice, perché la diversità ci mette in crisi. Ma è imprescindibile per definire in primo luogo noi stessi.Caro Obama, non credo mi risponderai, ma sono certo che, almeno per consolarmi, i lettori mi scriveranno numerosi, come sempre a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina di Facebook. Buon lavoro.