Da assistita ad assistente

01/01/2000 - a cura dell'AIFO (*)

In Guyana (America meridionale) essere disabili è indubbiamente una sfida giornaliera, fra barriere architettoniche, mancanza di programmi scolastici adeguati e di formazione professionale, difficoltà di impiego e soprattutto povertà, che poi non è altro che la conseguenza naturale di tutto ciò. La testimonianza di Stacey Greaves-Britton, disabileMolte persone disabili, proprio per la mancanza di opportunità e di strutture, passano le giornate in casa, senza stimoli, speranze, prospettive. Sembra tutto troppo difficile persino per provare a combattere.
Poi un giorno incontri una persona come Stacey Greaves-Britton, 27 anni, sposata ed in attesa di un bambino, e capisci che c’è ancora speranza in questa nazione se al suo interno riescono a nascere e crescere persone splendide come lei. Stacey è nata con un danno permanente agli occhi, che le ha causato grossissimi problemi di vista fino all’età di nove anni, quando purtroppo è diventata completamente cieca: la sua vita è stata dedicata non solo a superare la sua disabilità, ma anche e soprattutto ad aiutare gli altri che, dice lei, “posso capire quanto soffrano, perché sono passata anch’io dalle stesse sofferenze e so cosa si prova in certi momenti”. Stacey si è diplomata il 28 aprile scorso al Corso per Assistenti di Riabilitazione gestito dal Ministero della Sanità della Guyana e co-finanziato da AIFO ed ha già iniziato a lavorare all’Ospedale Pubblico di Georgetown, dove ogni giorno tratta e cura pazienti con differenti tipi di disabilità, traumi, eccetera.

Come sei arrivata ad una decisione così forte, persona disabile che si prende cura di altre persone disabili, in un ambiente dove la mancanza di tante opportunità e strutture renderebbe più facile la scelta di pensare solo a se stessi e cercare di “sopravvivere” il meglio possibile?
Forse proprio perché sono disabile e capisco le difficoltà che ogni giorno ciascuno di noi deve affrontare e superare: probabilmente mi reputo un po’ più forte della media e cerco di mettere a disposizione la mia carica per altri che magari subiscono di più la propria disabilità.
D’altronde ho cominciato a fare queste esperienze già tempo fa: dopo aver finito la scuola avevo iniziato a lavorare come centralinista e poi impiegata, ma sentivo che non stavo facendo qualcosa di realmente utile per la comunità. Così ho lasciato tutto e sono andata ad insegnare per tre anni in una scuola speciale per ragazzi ciechi e con difficoltà di apprendimento: insegnavo cucina, igiene personale, pulizia della casa, insomma insegnavo ai ragazzi, che in media avevano fra i 18 ed i 20 anni, ad attendere alle normali attività quotidiane ed a prendersi cura di se stessi.

Frequentare il corso per Assistenti di Riabilitazione è stata la naturale evoluzione della tua storia?
In un certo senso sì, perché comunque volevo qualificarmi in un qualcosa di più specifico per rendermi ancora più utile alla comunità.

Come è stato l’approccio al Corso?
Difficile, lo ammetto. All’inizio ho trovato resistenze, capivo che non volevano accettare la mia iscrizione non perché mi volessero discriminare, ma solamente perché avevano paura di non essere in grado di gestirmi. Ma io ero determinata ed ho insistito e lottato, finché il giorno prima dell’avvio del Corso, dopo tante battaglie, ho finalmente ricevuto la lettera di accettazione della mia candidatura.

Durante il Corso hai trovato supporto da parte di tutti, insegnanti e studenti, per aiutarti?
A dire la verità, gli insegnanti non si sono mai abituati davvero alla mia presenza. Ogni tanto cercavano di trovare degli accorgimenti, ma alla fine l’abitudine prendeva il sopravvento e ricominciavano a scrivere alla lavagna ed usare altre metodologie che inevitabilmente mi escludevano. Sono stati alcuni compagni che mi hanno davvero supportato: a turno mi prendevano gli appunti, facevano i diagrammi per me, mi portavano a mangiare e mi accompagnavano a casa, spesso venivano a studiare a casa mia e comunque ero sempre libera di chiamarli a qualunque ora per chiedere spiegazioni. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta. Con altri invece il rapporto è stato difficilissimo: penso non accettassero il fatto che una persona cieca potesse avere risultati pari o addirittura migliori dei loro, e quindi hanno iniziato a dire che io ricevevo favoritismi, che durante i compiti la persona incaricata di scrivere per me mi suggeriva tutto, eccetera. Sono stati momenti brutti, tanto che ho pensato di ritirarmi perché ero davvero scoraggiata e continuavo a piangere: poi ho riflettuto sul fatto che in quel momento, in fondo, stavo in un certo senso rappresentando tutte le persone con la mia stessa disabilità in Guyana e che, se io avessi rinunciato, tutti avrebbero detto: “Vedi, una persona disabile non è in grado fare un corso come questo, è fuori dalla sua portata”. La semplice idea di dare modo agli scettici di poter vedere confermate le proprie teorie è stata la benzina migliore per superare quel momento ed andare avanti.

Il Corso prevedeva anche un fase di tirocinio pratico, che tu hai svolto all’Ospedale Pubblico di Georgetown, dove poi sei stata assunta: come è stato il rapporto con i colleghi ed i pazienti?
Anche qui c’è stato da lottare all’inizio. La fisioterapista cui ero stata assegnata non mi faceva fare niente, delegava tutto alle altre. Un giorno le ho parlato e le ho detto che avevo il diritto di dimostrare le mie capacità e che lei non poteva dare per scontato che non fossi in grado di fare niente: mi doveva mettere alla prova. Da quel giorno le cose sono migliorate, ed ora spesso le mie colleghe vengono a chiedermi consigli.
Coi pazienti è stato diverso, per fortuna: in realtà molti di loro non si accorgono nemmeno che sono cieca ed io, se non richiesta, non glielo dico. Credo che ciò dipenda in gran parte dal mio approccio, che vuole essere molto professionale in modo che i pazienti si concentrino sul risultato finale e non sulla mia disabilità. Chiaramente, essendovi alcune piccole cose che non sono in grado di fare da sola, talora chiedo aiuto alle mie colleghe: in quel momento, quando i pazienti scoprono che sono cieca, rimangono davvero sorpresi! Per me è una soddisfazione, perché significa che la qualità dei miei trattamenti è allo stesso livello di quelli delle mie colleghe: addirittura ci sono pazienti che, pur consapevoli della mia disabilità, chiedono espressamente di essere trattati solo da me.

Cosa vedi nel tuo futuro?
Questo lavoro mi piace e mi gratifica molto, quindi mi piacerebbe continuarlo. Adesso ho tre anni di contratto con il Governo per il mio lavoro in Ospedale, poi vorrei qualificarmi ancora maggiormente, frequentando all’estero (in Guyana non esiste n.d.r.) un Corso per Fisioterapista della durata di tre anni: perché i bisogni delle persone sono sempre maggiori e bisogna essere ogni giorno più preparati per affrontarli con competenza.

(*) Associazione Amici di Roul Follerau, via Borselli, 4-6 – 40135 Bologna
tel. 051/43.34.02, fax 051/43.40.46
email: aifo@iperbole.bologna.it

Pubblicato su HP:
2000/77