D come diversità

01/01/1990 - Cesare Padovani

Piano, andiamo piano con questo abuso trionfale del diritto alla diversità'.
Non desidero certo qui affrontare di petto un argomento antico quanto la
comunicazione, quanto le primissime forme di aggregazione, quanto la tribù'...
Preferisco invece proporre alcune riflessioni sugli abusi culturali
Dell'antinomia uguaglianza/diversità' (1) e sulle sue contraddizioni reali e
apparenti.


Fino alla fine degli anni sessanta si è scoperto il diverso come simboloeversivo contro una società repressiva: l'handicappato, l'omosessuale, il negroerano visti come i potenziali alleati del nuovo proletariato allargato a tutte le fasce degli sfruttati e degli esclusi. Negli anni settanta laforte cultura del diritto ha avuto il sopravvento sui climi precedenti: si ècercato infatti di razionalizzare le più dirompenti spinte innovative senza unaadeguata "rilettura" dei nuovi rapporti insorti tra i bisogni e lanuova realtà esistente (2). Così si sono abbattute parecchie barriere (nonsolo infrastrutturali) nei confronti di una popolazione emarginata e"portatrice di valori" ma la si è lasciata allo sbaraglio: di qui ivari "inserimenti selvaggi" nelle strutture educative e le note"porte aperte" a tutti senza ambienti preparati a contenere e adentrare in rapporto dialettico con le diversità. Da versanti cattolici - maanche da apparati quali i mass media - avanzavano slogan del tipo "lorosono migliori di noi" (3), cosicché le leggi su inserimenti e integrazionihanno avuto vaste aree di consenso per un nuovo tipo di emarginazione:l'assistenzialismo, con conseguenti foltissime speculazioni finanziarie sia nel campo del recupero che in quello delreinserimento. Di pari passo, ma in risposta sincronica, la criminalizzazioneallargava indiscriminatamente la gamma dei "reati insopportabili", conconseguenze paradossali che tutti conosciamo. Dalla legge 180 in poi, infatti(legge che ha aperto le porte alle istituzioni totali), subentra il fenomenoassai redditizio della diversificazione delle competenze assistenziali inrisposta alla diversificazione dei tipi di emarginazione. Proliferano così leComunità terapeutiche, certo ben poche degne di questo attributo, e si popolanole carceri o istituzioni paracarcerarie di "rei" per crimini semprepiù legati al comportamento. Infatti all'ideologia dominante premeva - e preme- più correggere e punire il comportamento deviante che combattere la veracriminalità, causa alla fine anche delle catene di questi sottoprodotti! Seriflettiamo, qualsiasi forma di "pentitismo" (anche per criminigravissimi come le stragi), è tenuta in considerazione, e spesso, in quantogaranzia di un "rientro" comportamentale, può far passare insecond'ordine la gravita del reato. Solo da qualche anno si sta cominciando quae là a cambiare atteggiamento culturale nei confronti della diversità (4) e sistanno ridimensionando i "criteri d'intervento", grazie anche a forticritiche provocate da voci autorevoli in campo scientifico e in campo politico.E la diversità diventa così un valore (5), allargandosi però talvoltaindiscriminatamente a qualsiasi tipo, forma e atteggiamento di diverso modo diessere. Ma c'è anche qui il risvolto della medaglia.



IL DIVERSO DI MODA

Chi è diverso, infatti, per la filosofia della produzione entra in una nuovaclassificazione: l'handicappato, l'omosessuale, il negro sono vistipotenzialmente come elementi utili alla ricchezza, mentre chi non è visto cometale è escluso, ignorato, non esistente, un "accidente" antropologiconel sociale. Ecco allora che si scopre come il Negro in quanto portatore diesotismo ci diletti con i suoi ritmi, col jazz; come l'Omosses-suale in quantoportatore di sensibilità possa essere raffinato designer di alta moda; comel'Handicappato in quanto soggetto problematico diventi fiore all'occhiello perla scuola dove è inserito o per l'ufficio dove è stato assunto. Ma se questopuò essere definito "un passo avanti", chi non possiede questegenialità è assolutamente un "fuori gioco", e ciò è peggiore delrifiuto, perché - come dice Eric Dardel (6) - "..'. rifiutare un essere èancora, in un certo senso, confermare la sua esistenza, ammettendolonell'Essere. Ignorarlo è togliergli ogni esistenza, ogni valore, abbandonarloall'assurdità totale dell'uomo attaccato all'essere in un mondo che non èfatto per lui, esperio all'angoscia dell'esistente che si sente di troppo ecerca per sé delle scuse". Da qui può sorgere una nuova questione moraleche invitiamo a considerare non in termini assoluti (non in terminiilluministici per intenderci (7) ma alla luce dell'attuale dibattito e alla lucedell'attuale conflitto con
popolazioni di diversi, fino ad ora sommersi, esclusi o lontani, che bussanoalle porte del quieto vivere: esiste una diversità come valore ancora dadifendere o è preferibile mimetizzarsi il più possibile nelle varie Norme?



NORMOPATIE

Ci sonotrasgressioni così inutili nel sociale, tali che è difficile capirecome possano essere tollerate, se non per un tipo di lassismo strabico in cuimilioni di normali (o normopatici) proiettano i loro desideri"liberatori" (o frustrazioni?): dalle violenze negli stadi allebravate notturne dei ragazzetti superdotati, dagli inquinamenti ritenuti"necessari" alle speculazioni di qualsiasi tipo (tranne ovviamentequello filosofico...) tutto è accettato come lecita creatività. Un tipo ditrasgressione, invece, meno euforico e meno "voluto" (perché magarice l'hai addosso da sempre), da più fastidio, è più penalizzato o, peggio, è"fuori gioco".
Si presentano così alla discussione quattro tipi di diversità: a)una imposta dalla natura o da sfavorevoli circostanze e pertanto non per liberascelta (come potrebbe essere qualsiasi tipo di handicap congenito oaccidentale); b) un'altra caratterizzata da una scelta di vita, da una qualitàdiversa rispetto alla norma (e qui la gamma è ricchissima: dal religioso,all'eretico, all'eversivo ideologico (8), fino alle forme più semplici dicontrapposizione alla norma, ma sempre nel pieno della consapevolezza); e)un'altra ancora complementare alla precedente ma dove l'individuo soccombepsicologicamente alla violenza delle regole anziché reagire (la vasta gammadelle nevrosi e delle psicosi); d) infine un quarto tipo di diversità che sicontrappone alle norme del sociale solo per trame dei vantaggi personali.Tuttavia i danni delle letture interpretative relative a questa ipoteticaclassificazione potrebbero essere catastrofici. Come trent'anni fa lapsicosociologia era arrivata al punto di leggere PEdipo anche in uno scioperoextrasindacale, ora la psicoantropologia (altra scoperta) rischia non solo digiustificare tutte le trasgressioni degli emarginati ma addirittura di colpevolizzare chi osafare dei "distinguo", perché tutto sommato la ragione è sempre dallaparte di chi ha avuto un passato di sofferenza, di emarginazione, disottosviluppo. E chi appartiene ad uno stadio superiore di cultura deve esserepiù tollerante, più comprensivo, ecc.
A questo punto è opportuna una considerazione generale: l'altro, in quantoproduttore di valori a me sta bene, ma l'altro diverso, che adopera la propriadiversità, che l'accentua magari perché gli fa comodo, che sfrutta tutti idiritti che il sociale bene o male gli da e che non solo si sente esonerato daoqualsiasi impegno ma anzi chiede e richiede sempre ulteriori privilegi...questo tipo di diversità io non la rispetto. Ogni società ha delle sue regoleche devono essere bene o male rispettate o combattute con dignità.



MA TU, A QUALE TRIBÙ' APPARTIENI?

Invece non è affatto vero che il mondo sia una grande tribù dove ci sono milioni di diversi: piuttosto ognuno dinoi appartiene a una tribù, in cui vive, si riconosce, accetta e rifiuta, incui ognuno di noi tesse reti di rapporti privilegiati, si scontra con certediversità, ne sopporta altre, altre ancora ne rifiuta... e tutte le volte cheentra in un'altra tribù, diversa dalla propria, deve fare i conti con quellanuova realtà; porta con sé del suo, si difende se è offeso ma sa ancherispettare il territorio altrui. Altro è invece l'atteggiamento del diversoall'interno della propria città, o del proprio territorio (9): qui è in casasua e deve fare tutto il possibile per alimentare il clima della tolleranza,della solidarietà, della convivenza; e là dove trova resistenze (dovute astupidità per la maggior parte), là si contrappone, combatte, lotta e favalere i propri diritti. E' troppo frequente anche il caso in cui fa comodoessere diversi: c'è infatti chi, opportunisticamente, sfrutta la propriacondizione di "diverso" o addirittura-se la procura (anche inrisposta, comprensibile, a una violenza sociale, come la droga), e quandoritrova le condizioni di "deporre" questo peso di cui èportatore" allora si aggrappa al proprio handicap quale comoda fonte diprivilegi senza obblighi sociali. Se volete, in formato ridotto, è lo stessoprincipio delle grosse mafie, e sono meccanismi simili adottati da politicicorrotti e da burocrati conniventi.
Comunque siano i prossimi provvedimenti e le leggi per combattere droga,violenze, handicap e Arabi (cattivi), sono troppo anti-esperantista per sognare un mondo di tutti fratelli uguali, con una stessa lingua e con uno stessosorriso davanti a qualsiasi diversità. Razzista io?
Sissignori, contro gli stupidi e gli opportunisti di qualsiasi tribù. I qualitrovandosi in ogni tribù, ricca o povera, moderna o arcaica che sia, provocano danni gravi a catena come fossero delle sette: ormai sono"trasversali", li trovi ovunque, tra gli Incravattati, tra iSoprasviluppati, ma anche tra i Negri, gli Handicappati, gli Omosessuali, gliZingari, i Professori, i Commercianti, gli Spastici, i Meridionali e le Puttane,tra gli Arabi e tra gli Americani.


BIBLIOGRAFIA E NOTE

(1) A. SALVIMI, T. VERBITZ, II pensiero antinomico, da AA.W., L'educazione deglisvantaggiati, MAMMONI, Educazione impossibile, A. CANEVARO, Bambino che si perdenel bosco, L CANCRINI, Bambini diversi a scuola, OSSICINI, Gli esclusi e noi,ZAPPELLA, II pesce bambino, A. SALVIMI, Normalità e devianza, C. PADOVANI,Sesso ed handicap e La speranza handicappata.
(2) R. DAHRENDORF, Per un nuovo liberassimo.
(3) E' interessante confrontare la PUBBLICITÀ' PROGRESSO di quegl'anni conquella attuale che, tramite le vignette di Altan, accentua la contraddizionesulle diversità più inquietanti.
(4) Da alcuni ambienti pedagogici sta avanzando un capovolgimento del rapportodisponibilità/conoscenza nei confronti del diverso: al corrente modello"essere disponibile per intervenire e quindi conoscere" subentra lapriorità della conoscenza per un intervento più efficace. Mi suggerisceun'educatrice: "Occorre educare al valore delle cose prima di punire chi ledistrugge: perché la conoscenza com-prende e l'ignoranza esclude"(Giovanna); affermazione che mi riporta allo schema di Gianni Rodaridell'Intelligenza convergente che è monocorde, non flessibile, e pertantoescludente, diversa dall'Intelligenza divergente che com-prende, coinvolge, ècreativa.
(5) M. PARENTE, Diversità e uguaglianza. Implicazioni pedagogiche per ilprogetto di scuola-servizio. In "Rassegna Amministrativa scolastica"La Scuola ed., Brescia 1990, n. 9 aprile.
(6) Sia per la natura che per l'uomo occorre il riconoscimento: non tagli lapianta quando capisci che produce ossigeno, non rifiuti il negro quando scopriil valore che porta con sé..., vd. E. DARDEL, L'uomo e la terra, (1952), ed.ital. UNICOPLI, Milano 1986.
(7) H. MAYER, I diversi (1975), ed. Garzanti, Milano 1977.
(8) Esiste anche una diversità che connota nel messaggio verbale comeespressione sintomatica di una contrapposizione ideologica. Sarebbe interessanterileggere alcuni processi famosi (Giovanna d'Arco, Curiel, Sacco e Vanzetti) perscoprire i due diversi registri di linguaggio tra loro quasi impenetrabili,quelli degli accusatori e quelli dei rei.
(9) Scrive DARDEL, cit.:" In queste nazioni sopravvive un rapporto strettocon la Terra, poiché la razza non è soltanto la permanenza umana lungo ladiscendenza; è la fedeltà al legame terrestre, spesso attestata da un'emblemao dallo stesso nome, è la trasmissione di questa linfa che giunge dalla Terrastessa, rinnovata dal grano, dal vino, dall'olio che provengono dallaTerra".

Pubblicato su HP:
1990/6
Parole chiave:
Cultura, Emarginazione