Culto del corpo o cultura della corporeità?

01/01/2005 - Stefano Toschi

Ma il sapiente dice: “Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo.
 

Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una pace, un gregge e un pastore.
“Io” dici tu, e sei orgoglioso di questa parola. Ma la cosa ancora più grande, cui tu non vuoi credere, –  il tuo corpo è la sua grande ragione: essa non dice “Io”, ma fa “Io”[…].
Dietro i tuoi pensieri e sentimenti fratello, sta un potente sovrano, un saggio ignoto – che si chiama Sé.
Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo.
(F. Nietzsche, Cosi parlò Zarathustra)

Queste parole di Nietzsche possono essere viste come un vero e proprio manifesto del culto del corpo. Interpretando queste frasi in modo letterale e univoco, si può arrivare alla conclusione che, per il filosofo tedesco, l’uomo si riduce al suo proprio corpo e alle sue esigenze immediate. La risposta alla domanda “che cos’è il corpo” sembra scontata, ma basta guardare l’uomo di Vitruvio di Leonardo Da Vinci e confrontarlo con le pitture e le sculture del suo contemporaneo Michelangelo, per comprendere che il corpo può essere visto in maniera molto diversa: può essere studiato dal punto di vista anatomico o essere considerato un tutto unico, armonioso che comprende in sé il principio vitale.
Oggi il corpo è considerato un semplice insieme di muscoli e di ossa, che devono funzionare ed essere curati esteticamente. Il corpo è una macchina che deve essere veloce, scattante e allo stesso tempo elegante e bella, ma spesso si cura la macchina dimenticandosi dell’autista, che dovrebbe essere il proprietario che utilizza la macchina per i suoi scopi. La concezione del “corpo-macchina” risale alla distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa, cioè fra sostanza pensante e sostanza materiale. Si crede comunemente che la separazione istituita da Cartesio fra anima e corpo abbia avuto la conseguenza di stabilire l’indipendenza dell’anima rispetto al corpo. In realtà, la sua prima conseguenza è stata quella di stabilire l’indipendenza del corpo rispetto all’anima. Di fatto, la strumentalità del corpo supponeva che il corpo non potesse fare nulla senza l’anima, ma il riconoscimento che l’anima e il corpo sono due sostanze indipendenti implica, come dice Cartesio, che “tutto il calore e tutti i movimenti che sono in noi appartengono solo al corpo in quanto non dipendono dal pensiero e il corpo appare come una macchina che cammina da sé”. (Cartesio, Passions de l’Aime 1,4) 
Queste riflessioni non sono semplici speculazioni astratte perché per curare il corpo, bisogna chiedersi che cos’è il corpo e di quale corpo dobbiamo avere cura: infatti, se dovessimo curare un corpo-macchina che va da solo, senza autista, basterebbe che il terapista e il medico fisiatra fossero dei meccanici, e ci si dovrebbe interrogare sull’utilità o inutilità di curare un corpo che, comunque, non sarà mai perfetto secondo il canone della normalità. Indubbiamente, i progressi che la medicina ha fatto negli ultimi secoli, e specialmente negli ultimi anni, sono stati resi possibili anche dalla concezione meccanicistica del corpo, che ha permesso di studiarlo in tutti i suoi particolari senza tener conto dei pregiudizi che la filosofia e la teologia imponevano. Tuttavia, proprio questa concezione meccanicistica portata all’estremo rischia di annullare il senso stesso della medicina che dovrebbe curare il corpo ammalato, anche quando manca la prospettiva di una piena guarigione. Il culto del corpo porta quindi alla svalutazione più completa di quest’ultimo. Il corpo deve essere bello, scattante perché è ciò che si vede in ogni individuo, ciò che permette l’incontro e la comunicazione fra persone: in tale affermazione c’è un fondo di verità e, proprio per questo, è diritto e dovere del soggetto prendersi cura del proprio corpo. Ma per farlo è necessario considerarlo un “qualcosa” che ha in sé un “qualcos’altro” che lo trascende; non si deve curare soltanto la macchina, ma anche discutere con l’autista gli accorgimenti che bisogna prendere per arrivare all’obiettivo. In questo dialogo tra due persone, che possono anche diventare amiche, nasce e cresce la “cultura della corporeità”.
La cura non è qualcosa che qualcuno impone dall’esterno: infatti, il prendersi cura di se stessi e degli altri fa parte dell’Essere più profondo della natura umana, come ha dimostrato Heidegger in Essere e tempo. In quest’opera il filosofo tedesco afferma che l’uomo è l’Essere che ha cura del suo simile e che si prende cura degli oggetti naturali che lo circondano. Nelle pagine dedicate a questo tema, Heidegger inserisce l’antica favola di Igino. Secondo questa leggenda, la Cura, personificata in una Dea, è la vera creatrice dell’uomo: è Lei che prende l’iniziativa e plasma con un po’ di terra (humus) una forma e chiede a Giove di infonderle lo spirito. Giove acconsente, ma sorge una disputa sul nome da dare alla nuova creatura. Saturno, il dio del tempo, eletto giudice, comunica la sua sentenza:

Tu Giove che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito.

Tu Terra che hai dato il corpo riceverai il corpo.

Ma poiché fu la Dea Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive lo
possieda la Dea Cura.
Per quanto concerne il nome si chiami “homo” poiché è fatto di “humus” (terra).
(M. Heidegger, Essere e tempo)  

Il primo spunto che possiamo trarre da questa favola antica nasce dall’identificazione dell’uomo con ciò che gli dà il nome, vale a dire l’humus di cui il corpo è composto. Essere chiamato per nome è indispensabile nel processo comunicativo e anche chi è impossibilitato alla comunicazione verbale ha un corpo che consente di non essere completamente isolato. Basti pensare al linguaggio dei segni per i non udenti o a quello tattile per i sordo-ciechi: anche da questi esempi emerge che il corpo non è un automa, ma ha in sé un qualcosa che, se viene educato e coltivato, può portarlo a una vita non semplicemente vegetativa.
Il secondo spunto che possiamo trarre dalla favola di Igino è che ogni persona vive grazie alla “Cura”, sia nel senso che ha bisogno della cura degli altri sia, soprattutto, nel senso che vive nella misura in cui si prende cura di sé e degli altri. Qualsiasi individuo, sebbene apparentemente non in grado di occuparsi di se stesso e degli altri, ha in sé il senso della cura e deve essere aiutato a trovare il modo di concretizzare questa sua aspirazione. La cura del corpo fa sì che la persona con deficit coltivi i rapporti, che può instaurare, attraverso il proprio corpo: la terapia, cioè, deve essere “cultura della corporeità”. Il termine “cultura” ha la stessa etimologia di “coltivare”: la cultura della corporeità è prima di tutto saper coltivare ciò che riguarda il corpo in tutte le sue funzioni e in tutte le sue necessità.
La corporeità comprende il corpo in sé con le sue diverse parti e quella serie di relazioni che, pur partendo da esso, lo trascendono, arrivando a coinvolgere non soltanto la sfera psicologica, ma anche quella intellettuale e spirituale: la cultura della corporeità e la terapia devono tenere sempre presente l’interdipendenza delle diverse funzioni e attività della persona. Da questa concezione unitaria dell’uomo è logico dedurre una valorizzazione del corpo come segno della persona e come principale mezzo espressivo dell’interiorità umana.  

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Cultura