Cronaca di un'accoglienza

01/01/2000 - Giovanna Di Pasquale

Giuliana

Prototipo di accoglienza:
al mattino sia che io arrivi da casa, sia che arrivi da un’altra scuola, dedico sempre un breve momento di rilassamento, anche solo un minuto per “staccare” prima di incontrarlo.
E’ un ragazzo di 19 anni con un handicap motorio e con gravi disturbi del linguaggio (handicap grave) non parla ma è in grado di capire e di esprimere i suoi desideri tramite gesti convenzionali.
Al momento dell’incontro io lo saluto, mi contraccambia il saluto (tramite un gesto convenzionale che lui usa per salutare). Gli chiedo se a casa i familiari stanno bene e lui mi spiega se c’è stato qualcosa di particolare oppure no.
A volte mi racconta di uscite fatte alla sera con l’obiettore oppure mi racconta del compleanno oppure, visto che è un tifoso accanito, mi racconta della sua squadra.
Io, prima lo ascolto e tramite quello che mi racconta cerco a mia volta di interessarmi di questi argomenti per riuscire a dialogare con lui, per avere un riscontro positivo. Poi in riferimento al programma scolastico gli chiedo se ha voglia di studiare, lavorare oppure di fare qualcosa; nelle risposte lui esita sempre; allora gli do un messaggio di questo tipo:
”Ti va bene ripassare o studiare chimica un’oretta e poi andare a fare merenda al bar della scuola?”
Lui acconsente sempre anche quando la materia che gli viene proposta è da lui detestata.
Da parte sua, c’è sempre un continuo volermi ringraziare (toccandomi la fronte) per ogni cosa che facciamo insieme. Come risposta a ciò, lo ringrazio anch’io, gli spiego che, se vedo che sono seguita nel lavoro, nelle cose che facciamo, oppure che apprende molto facilmente gli argomenti che trattiamo, io trovo molta soddisfazione nel lavorare e quindi sono motivata a proporre cose nuove.
Lui mi ringrazia molte volte, è un mezzo per comunicare attraverso il contatto fisico delle mani quasi una conferma dell’accettazione di sé, e a volte io mi sento impreparata a questo.

Margherita

Sono le otto del mattino, fa freddo e sono fuori, davanti al portone della scuola ad aspettare Andrea. Vedo arrivare la macchina a velocità sostenuta, frena di colpo sfiorando la colonna del portico. Intravedo Andrea che si tiene a stento con la mano sinistra, l’unica che può utilizzare, e noto il suo sguardo, tra il preoccupato e il divertito.
Mi scorge e vedo che mi saluta e mi sorride. Gli vado incontro con la carrozzina, apro lo sportello e lo aiuto a scendere.
Noto le sue gambe che sono sempre più lunghe ogni giorno che passa. Penso: ”Ormai è un ragazzo!”. Scambio alcune parole col papà, prendo lo zaino che mi sembra un macigno e mi sento uno sherpa.
Sconnessi della strada, mi infosso in un tombino, riemergo e scavalco il super-gradino del portone. Finalmente siamo a scuola!
Adesso saluto Andrea con più calma, gli sorrido, gli chiedo se ha studiato, se è preparato per il compito o l’interrogazione. Scherziamo un po’.
In alcuni giorni, sorridere mi pesa un po’ di più perché ho sonno o sono stanca o triste, ma cerco di non abbassare la guardia, perché mi piace pensare che a scuola Andrea si possa anche divertire.
Sì, a volte per lui divento anche un clown.

Anna

Quasi tutte le mattine accolgo Mattia, un bambino di nove anni, che frequenta la III elementare, arriva a scuola accompagnato dalla zia. Lo aspetto nell’aula di sostegno, Mattia arriva un po’ più tardi dei compagni e non entra in classe, è un bambino ipercinetico, generalmente entra nell’auletta correndo, la zia lo rincorre affannosamente, lo saluto, lui mi guarda, ma non risponde al mio saluto, mi fa immediatamente una richiesta del tipo:
”Giochiamo con i Re Magi?”
Io gli rispondo:
”Mi hai salutato?”
Dopo questa richiesta mi saluta, poi riprende a correre all’interno della stanza, oppure tenta di aprire gli armadi dove c’è il materiale per prendere quello che più lo attira in quel momento.
Tutto questo ha la durata di circa 5/10 minuti ossia il tempo necessario per scambiare quattro chiacchiere con la zia.
Quando la zia ci lascia riesco a controllare un po’ di più la situazione, riesco ad ottenere la sua attenzione facendolo sedere, parlandogli con calma e proponendogli un’attività.

Teresa

Giuliano arriva in macchina accompagnato dalla madre. Appena vedo arrivare la macchina esco e vado loro incontro, saluto entrambi con un “Buongiorno!” e con un sorriso. Aiuto la madre a sistemare Giuliano nella carrozzina e intanto gli chiedo come va e se c’è l’occasione gli faccio alcuni complimenti:
” Che bel vestito che hai stamattina; che bel cappellino!; fammi vedere il gioco nuovo ecc.”.
Poi ascolto la madre che certamente avrà da dirmi che cosa ha fatto Giuliano di speciale il giorno prima, o se quella mattina c’è stata baruffa: questo mi aiuta a capire di che umore è. Quindi rassicurata la madre, lei se ne va ed io a seconda di come lo sento e del suo umore gli parlo di quelle attività che si pensava di fare in quel giorno oppure se la luna è storta, gli propongo qualcosa che gli piace particolarmente.




Pubblicato su HP:
2000/75