Cristalli Sognanti

01/01/1999 - Theodore Sturgeon

Il magico Alvermann - Raccontare la diversità

E le stagioni continuavano a trascorrere, e nella carovana ci furono altri cambiamenti.
Ormai, era raro che Zena leggesse ad alta voce.
Lei ascoltava della musica o suonava la chitarra, o lavorava alacremente di cucito, occupandosi dei costumi per lo spettacolo e dei vestiti, in silenzio, mentre Horty se ne stava disteso sulla sua cuccetta, con il mento appoggiato a una mano, mentre, l’altra mano sfogliava rapidamente dei volumi...
Era sempre Zena a scegliere i libri, ma ormai si trattava di libri che andavano oltre le capacità di comprensione della nana. Horty leggeva tutti quei libri scientifici, pareva assorbirli, respirarli, immagazzinarli nella propria mente, racchiuderli là, come in una specie di immenso archivio senza fondo.
A volte Zena gli lanciava un'occhiata rapida, come affascinata, chiedendosi con sorpresa se egli fosse realmente Horty.. perché lui era Horty, ma era anche Kiddo, era un bambino, ed era una ragazza, la ragazza che, tra pochi minuti, sarebbe salita sul palco, davanti a un pubblico affascinato, e avrebbe cantato con lei, con la sua voce melodiosa. Horty era Kiddo, Kiddo che rideva gioiosamente degli scherzi di Cajun Jack, nel carrozzone della cucina, e aiutava Lorelei a indossare il suo, ridottissimo costume d'amazzone. Eppure, anche quando, rideva, o quando parlava in tono leggero di cose femminili, di reggiseni e di tutù e di altre piccole cose, Kiddo era Horty che prendeva in mano un romanzo d'amore, dalla copertina colorata e chiassosa, e si immergeva profondamente nelle astruse materie ch'erano celate da quel semplice accorgimento... libri scientifici, ponderosi trattati, ai quali venivano applicate delle false sovraccoperte, perché chiunque li vedesse pensasse che le letture di Kiddo erano adatte al suo aspetto... mentre in realtà si trattava di studi di microbiologia, di genetica, di opere sul cancro e sulla dietetica, sulla morfologia e sull'endocrinologia...Quando Zena portava i libri nel loro carrozzone, Horty l’aiutava a sistemare intorno a essi le false copertine, e l’aiutava a liberarsi nascostamente dei libri dopo averli letti... perché non aveva bisogno di conservare i volumi per consultarli, grazie alla sua memoria prodigiosa. Non le chiedeva mai per quale motivo la faccenda dovesse svolgersi con tanta segretezza. Le azioni umane non sono mai semplici... proprio come le mete umane non sono mai chiare...
La carovana era un mondo, un buon mondo, ma il prezzo che esso esigeva in cambio del bene più prezioso... quello di sentirsi a casa sua, quello di appartenere a qualcosa... era pesante e amaro. Il fatto stesso che lei considerasse quel mondo la sua casa, che vi appartenesse con il corpo e con l’anima e con la mente, sottintendeva, all'esterno, l’esistenza di un altro mondo, di un mondo grande e diverso, fatto di migliaia d'occhi sgranati e impietosi, di dita puntate, e di bocche socchiuse che dicevano:
"Tu sei diversa... Tu sei diversa ..."
E c'era un'altra cosa, in quelle dita e in quegli occhi e in quelle voci. Tu sei un mostro.
Mostro!
Zena si girò, inquieta, nel letto.
Film e canzoni d'amore, romanzi e commedie... tutti, tutti parlavano di donne... di donne belle... capaci di attraversare una stanza in cinque passi, invece di quindici, capaci di chiudere il pomo della maniglia di una porta nella loro piccola mano.
Quelle donne... che venivano definite piccole e minute, loro! Potevano salire agilmente su un treno, invece che arrampicarsi come animaletti sui predellini troppo alti.
Quelle donne potevano servirsi di comuni forchette, al ristorante, senza che questo le obbligasse a strane contorsioni con la bocca. E quelle donne erano amate, e potevano scegliere. I loro problemi di scelta erano sottili, facili... piccole differenze tra gli uomini, che erano così insignificanti, così insignificanti da non contare nulla! Quelle donne non erano costrette a guardare un uomo, e a pensare, prima di qualsiasi altra cosa, istintivamente, Che impressione gli farò, io che sono un mostro?
Lei era cosi piccola, cosi piccola, e sotto tanti punti di vista. Era piccola e stupida. Era stata capace di amare una sola persona, e quell'unico essere al mondo per il quale aveva provato un vero sincero affetto, per colpa sua era stato messo in un mortale, pauroso pericolo... un pericolo che gravava come un'ombra ogni giorno, ogni minuto.
Lei aveva fatto tutto il possibile, tutto ciò che era stato in suo potere, ma non poteva avere la certezza di avere agito bene. Le sue intenzioni erano state buone, i suoi sforzi sinceri, ma come poteva essere sicura di avere fatto bene? Come? Cominciò a piangere, silenziosamente.
Era impossibile che Horty l’avesse udita, tanto erano stati silenziosi i suoi singhiozzi, tanto erano state mute le lacrime che avevano cominciato a scenderle sulle guance. Era impossibile, eppure dopo un istante egli le si accostò, e scivolò nel suo letto, accanto a lei. Lei trasalì, per un istante il fiato le si mozzò in gola, mentre il cuore le batteva forte, tanto forte da farle male. Poi lo prese per le spalle, lo strinse forte, lo fece voltare di fianco. Premette i suoi seni contro la schiena tiepida, incrociò le braccia sul petto di lui. Lo strinse forte, vicino, vicinissimo, fino a quando non sentì il respiro uscirgli leggero dalle narici. Poi giacquero immobili, rannicchiati, l’una contro l’altro, quasi l’una nell’altro, come due cucchiai in un cassetto.
"Non muoverti, Horty.. non dire niente!"
Rimasero così, in silenzio, per molto tempo. Lei avrebbe voluto parlare. Avrebbe voluto parlargli della sua solitudine, del suo disperato desiderio d'amore. Per quattro volte si umettò le labbra, per parlare, e non vi riuscì, e al posto delle parole, scesero delle nuove lacrime che bagnarono la spalla di Horty. Lui giaceva immobile, caldo e silenzioso, vicino a lei, con lei... era solo un bambino, ma era così vicino, tanto vicino a lei... era con lei, come nessuno era mai stato. Zena asciugò con il lenzuolo la spalla di Horty, poi tornò a circondarlo con le braccia. E, gradualmente, la violenza dei suoi sentimenti diminuì, e la pressione disperata, quasi crudele delle sue braccia si allentò. E alla fine, qualcosa le sfuggì, della tremenda pressione di sentimenti che infuriava dentro di lei. Prima gli disse, con i seni gonfi, le reni che le dolevano:
"Ti amo, Horty. Ti amo."
E più tardi, con tutta l’intensità di quel desiderio che la divorava, bisbigliò, disperatamente:
"Vorrei essere grande, Horty. Voglio essere grande"
E poi, fu libera di lasciarlo andare, di girarsi nel letto, di addormentarsi. Quando si svegliò, nella luce umida e livida del mattino di pioggia, scoprì di essere di nuova sola, nel suo letto. Horty non aveva parlato, non si era mosso. Ma quel mattino le aveva dato molto più di quanto ella avesse ricevuto, in tutta la sua vita, da qualsiasi creatura umana.

(Theodore Sturgeon, Cristalli Sognanti, Libra Editrice)

Il piacere di mangiar formiche
commento di Ghighi

Ho letto Cristalli sognanti quando forse avevo 18 anni e la sua semplicità trasparente, quasi naïf alla rilettura, lo rende ancora attualissimo. Scritto e pubblicato nel 1950 è la storia triste e meravigliosa di Zena la dolcissima nana, di Horty-Kiddo un bambino infelice che non sapeva resistere allo strano impulso di mangiare le formiche, del terribile Cannibale e di altri personaggi affascinanti e indimenticabili. Theodore Sturgeon, scrittore di fantascienza e narratore umano e profondo, in questo libro risponde con un'intuizione geniale alla domanda: chi o cosa 6 veramente un alieno? Non il mostro, non il diverso, non l’essere a 6 gambe ma gli esseri veramente alieni, presenti o meno nel nostro pianeta e in questo caso sono i cristalli sognanti, sono di una specie a noi invisibile perché opera su un piano non competitivo, non obbedisce agli impulsi della natura umana nella lotta per la sopravvivenza e quindi sono impossibili da capire per il genere umano. Da questa situazione si dipana una storia di odio e amore, di buoni e cattivi, di genetica e di forme fisiche bizzarre, di fantascienza e di cultura, di diversità. Ecco allora che dal carrozzone colorato, i saltimbanchi, i clown, i nani, i mostri ne escono con un grande spirito di solidarietà, di umanità, di amore e sentimento. Nella rappresentazione c'è uno scontro ideale con la parte sana dell’umanità, quelli che giudicano gli altri e fanno sempre parte di una maggioranza, ed è proprio la "normalità" a uscirne malconcia con tutte le sue ipocrisie, le meschinità e l’odio. Zena la nana, donna diversa, con la sua voglia di amore e di amare, mette in evidenza e rileva come è tra le persone che soffrono e tra gli infelici che forse la parte migliore dell'umanità deve essere cercata. Lei attraverso la musica e i suoni, i sogni e le speranze frustrate di donna, la profonda sensibilità di chi subisce umiliazioni, la riflessione ma ancora e soprattutto l’amore ci svela che spesso chi porta avanti la sua esistenza dando grande importanza a questi valori è a sua volta considerato non umano, commiserato o disprezzato dalla gente normale. Da un intreccio di pensieri e sentimenti, di alieni sognanti, di normali e diversi, in questo romanzo è la norma(lità) che, in maniera splendida, viene attaccata ad ogni occasione.

Parole chiave:
Letteratura