Creatività artificiale

01/01/1998 - Alvise Anastasi

Che cos’è la creatività dell’uomo e che cos’è la creatività della macchina; Kasparov, il grande campione di scacchi battuto da un computer. Ma come può essere creativo un programma di un calcolatore? Per Hofstaedter esiste una misteriosa ma chiara connessione tra creatività e la bellezza

Quando Garry Kasparov, il geniale campione mondiale di scacchi, è stato battuto ripetutamente da un computer, per me e per altri milioni di scacchisti è stato uno shock. Ero convinto infatti che gli scacchi fossero un’arte e non solo un gioco. A favore di questa tesi avevo molti argomenti tra cui innanzitutto la bellezza del gioco in sè, lo stupore che provavo di fronte alla profondità di alcune mosse, la presenza di uno stile peculiare ad un giocatore come esiste lo stile di un musicista o di un pittore . E in più la mia ammirazione per gli scacchisti, per gli artisti della scacchiera, per la loro genialità, per il mistero che si portano dentro. Tutto questo devo dire che è stato messo in crisi, anzi, in un primo momento, è proprio crollato. Se un computer può battere Kasparov e qualsiasi altro scacchista, se può battere un uomo, ci sono due possibilità: o gli scacchi non sono arte, oppure i computer fanno arte. Come umano o come uomo (che differenza c’è tra questi due "come" quando vediamo un computer fare ciò che è umano?) già mando giù a fatica la prima ipotesi, ma per la seconda proprio mi ribello e quindi non mi resta che ammettere la sconfitta, la morte di un mito. Oppure c’è ancora una terza via che è quella di ripensare a cosa significa profondità, arte, gioco, e infine uomo e computer. Ci aiuta in questa ricerca un brano di Douglas R. Hofstadter, tratto dal suo libro fondamentale Goedel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante (1979), edito da Adelphi per fortuna anche nella collana economica, libro fondamentale per chi voglia iniziare a percorrere i sentieri dell’intelligenza artificiale, ma non solo. Infatti uno dei meriti principali di questo lavoro è di aver mostrato la complessità di un argomento del genere collegandolo continuamente alla "complessità" dell’uomo, con costanti riferimenti alla filosofia, alla mistica zen, alla scienza, all’arte, alla musica, ecc... In particolare il brano Creatività e casualità si chiede come possa un programma essere creativo. La risposta di Hofstadter è chiara e oscura allo stesso tempo, ma indica una direzione, la connessione tra creatività e bellezza. Il mistero è ancora tutto da esplorare e questo brano, forse "difficile" per il lettore che pretende una risposta esatta, è un invito alla ricerca.

Da parte mia, elaborato il lutto per la morte di un mito, ho ricominciato a trovare gli scacchi ancora belli e, uscito dallo sconforto (la bellezza ci rincuora!), sono tornato a giocare e ad ammirare le partite, sia degli umani che dei computer. Uno scacchista ha sostenuto, su una rivista, che le corse sui cavalli o quelle automobilistiche non hanno soppiantato la corsa sulle gambe. La macchina è più veloce ma il fascino di una partita tra due giocatori c’è ancora. Qualcosa questa esperienza me lo ha insegnato e innanzitutto che non dobbiamo aver paura dell’avvento dei computer musicisti , se mai ci saranno. Dopo un primo momento di smarrimento, la bellezza della musica ci salverà. Se sapremo ascoltare.

Creatività e casualità
di Douglas R. Hofstadter

E chiaro che stiamo parlando della meccanizzazione della creatività. Ma non è questa una contraddizione in termini? Lo è quasi, ma non lo è realmente. La creatività è l’essenza di ciò che non è meccanico. E tuttavia ogni atto creativo è meccanico. Esso ha una sua spiegazione, non meno di quanto ce l’abbia una crisi di singhiozzo. Il substrato meccanico della creatività può essere nascosto, ma esiste. D’altra parte, fin da oggi vi è qualcosa di non meccanico nei programmi flessibili. Ciò può non essere ancora creatività, ma quando i programmi cessano di essere trasparenti ai loro creatori, allora si comincia ad avvicinarsi alla creatività. E’ un luogo comune dire che la casualità è un ingrediente indispensabile degli atti creativi. Questo può essere vero, ma non ha alcuna influenza sulla meccanizzabilità, o meglio sulla programmabilità, della creatività. Il mondo è un enorme ammasso di casualità; quando un po’ di casualità si rispecchia nei nostri cervelli, questi ne assorbono una quantità. Di conseguenza, le strutture di attivazione dei simboli possono muoversi lungo percorsi che sembrano i più casuali possibile semplicemente perché derivano dall’interazione con un mondo pazzo, casuale. La stessa cosa succede anche con i programmi. La casualità è una caratteristica intrinseca del pensiero, non qualcosa che deve essere "inoculato artificialmente", con dadi, nuclei che decadono, tavole di numeri casuali o qualunque altra cosa venga in mente. E’un insulto alla creatività umana insinuare che essa dipenda da tali sorgenti arbitrarie.

Ciò che ci appare come casualità spesso è soltanto il risultato dell’osservare qualcosa di simmetrico attraverso un filtro "che distorce". (...) Proprio come la scienza è permeata a tutti i livelli e in ogni momento di "rivoluzioni concettuali", così il pensiero di ogni individuo è continuamente attraversato da atti creativi. Questi non si riscontrano solo al livello più elevato; si trovano dappertutto. La maggior parte di essi sono di poco conto e sono già stati compiuti milioni di volte, ma sono parenti stretti degli atti più altamente creativi e originali. I programmi oggi non sembrano produrre ancora queste innumerevoli piccole creazioni. La maggior parte di ciò che fanno è ancora assolutamente "meccanico". Questa è la riprova del fatto che essi non simulano da vicino il modo in cui pensiamo; ma ci si stanno avvicinando. Forse ciò che differenzia le idee altamente creative da quelle ordinarie è una certa qual combinazione del senso della bellezza, della semplicità e dell’armonia. In una delle mie "meta-analogie" preferite io paragono le analogie agli accordi. Il concetto è semplice: idee superficialmente simili spesso non sono collegate in modo profondo; e idee collegate in modo profondo spesso sono molto diverse in superficie. L’analogia con gli accordi viene naturale: le note materialmente vicine sono armonicamente distanti (per esempio mi, fa, sol o, nella notazione inglese, E,F,G), mentre le note armonicamente vicine sono materialmente distanti (per esempio sol, mi, si, che, nella notazione inglese, ci danno tre lettere ben note: G,E,B). (1) Idee che hanno lo stesso scheletro concettuale risuonano in una sorta di analogo concettuale dell’armonia; questi "accordi di idee" armoniosi hanno componenti molto lontane, se misurate su una "immaginaria tastiera dei concetti". E naturalmente non è sufficiente allargarsi sulla tastiera e battere tasti a caso: si può colpire una settima o una nona! Forse la presente analogia è come un accordo di nona: esteso ma dissonante.

(1) G.E.B. sono le iniziali del libro Goedel, Escher, Bach...

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