Corpi in scena

01/01/1995 - Viviana Bussadori

Una storia curiosa quella della Societas Raffaello Sanzio di Cesena, fondata da due coppie di fratelli, Claudia, Romeo, Chiara e Paolo quando l'età media si aggirava attorno ai venti anni. Era il 1981, ovvero l'anno in cui la compagnia è nata dal punto di vista formale anche se, come sottolinea Romeo Castellucci, il regista, “Ci siamo trovati a praticare l’idea del teatro senza neppure esserne del tutto coscienti”. Da allora sono state portate in scena oltre venti rappresentazioni, una decina tra oratorie e interventi drammatici e sono stati realizzati altrettanti cortometraggi.

Ma la storia della Societas Raffaello Sanzio è soprattutto caratterizzata dal percorso di rottura e superamento con le consuetudini del linguaggio teatrale: dalle immagini alla parola, dal rapporto con il pubblico alla presenza scenica dell'attore.
Nasce così un teatro che abbandonando l'interpretazione per concentrarsi sull'aspetto visivo, fa del corpo, delle sue componenti comunicative e della sua eventuale diversità, un elemento essenziale. Il discorso sfocia nella realizzazione, nel 1992, dell'Amleto "autistico" e nell'Orestea, in scena a partire dal mese di aprile, in cui il ruolo centrale, quello del re, viene ricoperto da Loris, un ragazzo mongoloide.
Con Romeo Castellucci abbiamo cercato di approfondire il significato di queste due opere e come l'elemento diversità entra nel loro teatro.

Domanda. Il corpo e la diversità nel teatro della Societas Raffaello Sanzio: possiamo chiarire questo concetto?
Risposta. Per noi stare sulla scena significa innanzitutto starci con il corpo che contiene già in sé la comunicazione più potente del teatro. La scelta di portare in scena un corpo che ha delle qualità particolari è stata così praticamente inevitabile perché attraverso la sua diversità è possibile la metafora e il linguaggio del corpo stesso. Molto spesso abbiamo fatto ricorso anche alla metafora della malattia, della patologia ma mai in senso esistenziale; il corpo segnato per noi diventa soprattutto una occasione di rifondazione del linguaggio.

D. Perché portare in scena un Amleto con tratti autistici?
R. Nell'Amleto autistico l'essere sulla scena in modo "autistico" rappresentava per noi un discorso sul linguaggio che era necessario reinventare; significava arrivare ad un grado zero di comunicazione per poi ripartire con un progetto di rinascita del linguaggio. La metafora dell'autismo infantile è stata perfettamente calzante per questo percorso.
Inoltre la persona che ha interpretato per l'appunto il personaggio di Amleto conosceva bene questa realtà in quanto aveva lavorato proprio con bambini autistici.

D. Nel personaggio di Shakespeare avevate riscontrato tratti autistici?
R. Senz'altro ci sono elementi simili ma abbiamo fatto il percorso inverso riscontrando nell'autismo una problematica molto vicina al dilemma di Amleto. Il suo "essere o non essere" sul piano linguistico è in realtà una domanda secondo noi addirittura coincidente con l'autismo.

D. Una domanda che però voi avete trasformato in essere e non essere...
R. E' la forma della neutralità che rappresenta una scelta tra le più radicali; il nostro Amleto, ma a nostro avviso in modo sotterraneo anche quello di Shakespeare, compie questa non scelta che è ricchissima di conseguenze. Una scelta di neutralità, e quindi di non diretto antagonismo rispetto alla vita, che comporta un esodo da se stessi; un modo di porsi che non ha un valore negativo ma al contrario una maggiore apertura, maggiori potenzialità.

D. Parliamo ancora di diversità: nell'Orestea di Eschilo, che andrà in scena a giorni, recita un attore disabile. Puoi parlare di questa esperienza?
R. Stiamo lavorando con Loris, un ragazzo mongoloide, ma soprattutto una persona straordinaria di cui il lavoro e noi avevamo bisogno. Loris interpreta la parte di Agamennone, quella cioè del re dei greci e lo fa essendo proprio il re, partendo dalla rappresentazione e arrivando alla realtà. Ha un atteggiamento regale, una camminata monarchica come solo le persone mongoloidi riescono generalmente ad avere. Insomma Loris ha in se, come qualità fisiche, i segni, i tratti, che servivano per l'Orestea. Ha la qualità "mitica" del suo essere, che dal punto di vista dello stare del corpo sulla scena a noi normali non è possibile. Per questo dico che non poteva esserci una presenza più efficace e più aderente di lui sul palcoscenico.
Loris entra in scena, con un costume che tra l'altro si è disegnato lui stesso, e fa tutto quello che vuole ma non per un discorso spontaneistico, che per noi sarebbe di un moralismo inaccettabile, ma perché è totalmente padrone di quella parte. Al punto che diventa anche padrone del tempo di quella scena che a volte dura due minuti, a volte quindici; ed è giusto così perché lui è il re.
Nella rappresentazione comunque non c'è nessun discorso sulla patologia, che poi a mio avviso non è nemmeno tale; non c'è alcun giudizio in questo senso anche perché, grazie alla presenza del corpo, questo giudizio cade automaticamente.

D. Oltre all'Orestea è imminente anche la prima di un'altra vostra rappresentazione, Buchettino di Perrault, pensata e rivolta ai bambini. Cosa significa per voi lavorare con l'infanzia?
R. Per noi è indispensabile proprio perché l'infanzia è fuori dal linguaggio; il bambino è colui al quale è ancora possibile una comunicazione vera, non mediata da forme intellettualistiche e che si gioca soprattutto attraverso la sensazione.
Buchettino è una fiaba sonora in cui il pubblico infantile viene accolto in una grande stanza dove ci sono molti letti. Si ricrea così l'atteggiamento tipico dell'ascolto della fiaba che è la dimensione del letto e dei momenti che anticipano il sogno. Questa stanza nel contempo è scenografia e platea perché ogni spettatore, ogni bambino con il suo letto, entra direttamente nella scena. Poi ci sono i suoni, i rumori che fuoriescono dalle quattro pareti. Insomma è una esperienza nuova anche per noi.

Per informazioni: Societas Raffaello Sanzio, via Serraglio 2 - 47023 Cesena. Tel. 0547/25.560-66

Pubblicato su HP:
1995/40
Parole chiave:
Teatro